Ne saprei qualcosa: quattro membri della famiglia su cinque appestati (gatto Oliver l'ha scampata) tra il 17 e il 24 maggio.
Ho cercato di far passare il tempo, facendo finta di stare benino, ed effettivamente non è stata un'esperienza troppo dolorosa (a parte due giorni in cui non sapevo bene dove e come girarmi per non sentire più il male alle ossa, per riuscire a respirare, per cercare di chetare il martello che batteva incessante nel cranio): sono riuscita ad essere stupida come quasi sempre.
Poi è arrivato il dopo. quello che non ti raccontano, quello che poi ne parli con chi ci è già passato e ti senti meno diversa, quello che si trascina, quello che ti rende totalmente diversa da come eri prima, quello che chissà se mi passerà.
Il dopo è ancora feroce e dunque... fate attenzione, fate tantissima attenzione. Sempre.
Avevamo deciso di andare alle Shetland mentre ci trovavamo a Barra, Ebridi Esterne.
Il viaggio alle Ebridi Esterne era iniziato ben prima di andarci. Una telefonata come tante altre:
Dove andiamo quest'estate?
Mi piacerebbe tornare in Scozia.
Sì, però andiamo un po' più lontano del solito: che cosa ne dici delle Ebridi?
Ma ci siamo già stati!
No... io pensavo alle Ebridi Esterne.
Uhm... lasciami guardare l'atlante.
Mi ero messa a raccogliere informazioni qua e là in rete e, mentre prendevo appunti sulla Moleskine, mi capitava di pronunciare con inesorabile frequenza la frase: "Ma dove stiamo andando, dove stiamo andando?!?"
Vagolando avevo scoperto che faceva parte della fauna l'Orbettino: sembra un serpente, ma è una specie di lucertola senza zampe. Quasi più interessante di un Cervo o di uno Scoiattolo.
Quello che non sapevo è che avrei trovato colori di cui non so ancora adesso il nome.
Our Lady of the Isles
Le Ebridi Esterne, come mi è capitato di dire ripetutamente, viste dal satellite sono come stracci verdi e tarlati buttati nell'Oceano, come se la Dea si fosse improvvisamente spogliata del Suo mantello e l'avesse buttato a mare. Ciò che non avevo preso in considerazione era che ogni piccolo o grande foro del mantello della Dea giocava a 'Strega tocca colore' con il Cielo.
Ogni minimo nostro spostamento, da Lewis a Harris a North e South Uist a Barra e ritorno, era una sorpresa: talvolta ci accadeva di essere su un crinale e di guardare in una direzione per vedere laghetti (le parti tarlate del mantello) blu cobalto e poi, voltandoci in altra direzione, trovare fori nella Madre Terra neri come la pece.
A South Uist mi era persino venuta voglia di Fede, quando mi ero trovata al cospetto di Our Lady of the Isles.
Avevamo cercato di andare più a Sud possibile ed eravamo giunti a Barra, dove Kisimul Castle mi aveva fatto venire voglia di ridere per la sua assurdità. Su, ignavi, cercate le foto di questo castello: si trova in mezzo all'acqua.
Oh, vabbe', eccolo:
Prima di prendere il traghetto per South Uist, mi ero fermata a fare quattro chiacchiere nel deserto: c'eravamo solo noi quattro e il gestore di un banchetto di bibite e panini. Poi si era avvicinata una coppia di italiani con cui avevo fatto altre quattro (o anche di più chiacchiere). Ci eravamo scambiati impressioni di viaggi pregressi e ci avevano raccontato delle Shetland.
Uhm.
Ci andiamo la prossima estate?
Ovvio.
E ci eravamo davvero andati l'estate dopo.
Quando ripenso a quel viaggio, lo paragono alle mie mani di bambina che cercano di contenere una lucciola per godere della luce senza farla fuggire, per poi liberarla e vederla scomparire nel cielo.
Molte emozioni sul percorso, la più grande: la sosta ad Aberdeen in attesa dell'imbarco, io che passeggio sotto la pioggia ascoltando:
E poi quel viaggio notturno, lungo, placido, sereno. La breve sosta alle Orcadi, viste dal parapetto del traghetto e poi, insieme con l'alba, laggiù: stiamo proprio andando a Nord.
Broch of Clickimin
Il cielo era sereno, quando siamo arrivati a Lerwick, e ci era stato facile trovare la casa affittata per quei giorni di lontananza da tutto e di vicinanza a quanto di più intimo ed interiore era in noi.
Sistemate le valigie, ci eravamo diretti al Broch of Clickimin (bisogna pur iniziare da qualche parte, no?).
Guardate quel verde: non lo troverete da nessun'altra parte al mondo. È IL Verde del SonoNelLuogoGiusto. Ma che il verde mi aveva sorpreso il vento. Freddo e tenero. Come la carezza sulla guancia della mamma dopo che aveva lavato l'insalata. Avevo respirato a pieni polmoni quel vento così ospitale e mi ero diretta tranquilla verso il Broch.
Bon, un sacco di parole inutili per ricordare il Vento delle Shetland. Chissà quando ci tornerò. Chissà se ci tornerò.
Forse dovrei chiedere aiuto ai miei figli vichinghi de no' antri.
Forza, ragazzi, questa volta portatemi voi fin lassù.
Quella prima sera avevo chiesto a tutti di lasciarmi da sola con la mia nuova bambina.
Giravo per i corridoi dell'ospedale, con aria sognante, spingendo la culletta trasparente in cui si perdeva quel fagottino rosa dai capelli neri e le unghie perfette, i piedi perfetti, la boccuccia perfetta, la tuttezza perfetta.
E poi avevo notato Lei: indossava un trench color cammello, entrava in una camera e poi ne usciva e poi entrava in un'altra e così via. Stringeva un mazzolino di fiori fra le mani.
"Frances!", avevo esclamato e poi le avevo mostrato orgogliosa la mia nuova bimba. Frances non sapeva che io volessi stare sola con il mio fagottino. Frances mi aveva fatto il meraviglioso regalo di arrivare inaspettatamente a raccogliere un po' di lacrime di gioia, esaltazione, ormoni e altro che non so ancora ben definire: 1) io ora non piango più, non piango più da mille anni, 2) io non ho ancora realizzato di aver messo al mondo due creature.
Qualche anno dopo, sulla strada verso le Shetland, avevamo fatto tappa nel paese natio di Frances: Forfar. È nell'Angus, un po' sopra Dundee, sulla strada verso Aberdeen, mio luogo chiave di sentimenti e tutte cose. Su un edificio svettava un drago.
La mia mente e il mio cuore viaggiano così, oggi.
Quella prima sera con il mio nuovo fagottino (che oggi compie diciassette anni: auguri, Giulia) e un mazzolino di fiori.
C'è questo episodio del Doctor Who che si chiama "Blink" ed è il decimo della terza stagione, che è la seconda stagione del Decimo Dottore, che è il MIO Dottore, anche se il MIO primo Dottore è il Quarto e un giorno avrò una sciarpa come la sua.
Che cosa stavo dicendo? Ah, sì: "Blink". Sceneggiato da Steve Moffatt (Genio): guardate qualsiasi cosa in cui lui abbia avuto parte e ne sarete felici.
"Blink" è la Scatola delle Meraviglie nella saga moderna del Doctor Who: ci sono i Weeping Angels, viene spiegato il Tempo*, il Dottore c'è e non c'è e - soprattutto quando non c'è - spiega tutto. TUTTO.
Non sono qui per celebrare il Dottore e/o il Tempo, ma semplicemente il fatto di aver guardato per l'ennesima volta "Blink" e di averlo fatto per la prima volta con mio figlio che, core de mamma, è rimasto a bocca aperta esattamente come è successo a me (la prima volta, la seconda, quella successiva, quella che sarà).
Quella cosa lì. Lo stupore. La semplicità. La complicità. Molto simile a quella che manifestavamo quando andavamo allo stadio insieme: magari un giorno ci torneremo, chi lo sa.
W il Dottore, W il Tempo, W noi due, che siamo un po' strani, ma fa lo stesso.
Don't blink, mi raccomando: potreste essere attaccati (roba da Whovians) oppure semplicemente perdere un pezzo di godimento per strada (roba per tutti, Whovians e no).
Good luck.
* People assume that time is a strict progression from cause to effect, but actually from a non-linear, non-subjective viewpoint, it's more like a big ball of wibbly-wobbly, timey-wimey stuff.
Funziona così, nel mondo post pandemia (sì, suca: la pandemia non è ancora finita, coglioni) la grande discriminante è sempre la stessa: tacciare di ignoranza chi si oppone al pensiero individuale (soprattutto se fascista).
Oi, nessuno vuole convincere qualcuno a cambiare idea... molte teste, molte opinioni. Alcune buone (di opinioni), altre arrotolantisi su preconcetti da cui smuoversi sembra essere la morte socialnetworkiana.
Oh yes... tutti 'sti individui che pensano di esistere in virtù dei like che si scambiano in enclave automerdentesi (vogliate perdonare il neologismo) e che si autopercepiscono come Unti dal Signore (ma figuriamoci se Dio* ha tempo e voglia di ungere stronzi qua e là) e, dunque, forieri di verità indiscutibili.
Usate la lubrificazione che ritenete di aver ricevuto in dono per ungere parti del corpo che siano in relazione con le vostre dita, ma non con le tastiere di un PC o di uno smartphone, bensì con cavità o protusioni dei vostri corpi, orsù: potreste trovare soddisfazione.
*non esiste, ma se esistesse starebbe ridendo a crepapelle.
(pubblicato prima su Facebook e poi qui perché faccio un po’ come voglio, via)
Io non so come andrà a finire, ma ricordo e ricorderò sempre quella telefonata.
Ero a Parigi e nelle gambe avevo quasi una ventina di chilometri fatti a piedi sotto il sole.
Tredici giorni dopo il mio Papà sarebbe diventato polvere di stelle ed era consapevole di quanto gli sarebbe accaduto da lì a poco.
Tuttavia aveva voluto condividere con me la sua gioia.
Pensate forse che Cairo possa rubarvi il cuore? Fate pure: il cuore viene rubato a chi se lo lascia rubare.
Cairo ha distrutto la potenziale unità di un grande cuore collettivo (sciagurato ladro), certo.
Ma ogni singolo cuore continui a pulsare pervicace del bene e dell’amore che ha ricevuto negli anni.
(sono una stupida creatura innamorata del potenziale del cuore… sì, proprio quello che si getta oltre l’ostacolo anche quando si è morti e defunti, a dispetto di ladri e assassini)
Cordiali saluti.
P.S. Per eventuali insulti – causati da sicura incomprensione del testo sopra riportato – non si scelga l’usuale via dei messaggi privati o (LOL) anonimi o gruppi segretisegretissimidacuitrapelaqualunquepeto.
Oggi ti sento lontana o, per meglio dire, mi manchi un po’ di più.
Faccio ancora fatica a non chiamarti appena esco dall’ufficio, ma sto diventando sempre più brava a nascondere i miei dolori dell’anima.
Probabilmente, se tu fossi qui, mi diresti che sono cretina a non dare libero sfogo a quel che mi frulla dentro… oppure sposteresti l’attenzione su altro, chiedendomi: “Dimmi se vieni giù questo fine settimana, così apro le finestre e faccio entrare un po’ di sole.”
Sapessi, mamma… ora non basterebbe un po’ di sole: una supernova andrebbe meglio. Due mesi fa si è rotto un tubo dell’acqua calda, il vapore è salito dalla cantina e – a quanto pare – la muffa si è impadronita di tutto.
Ma tra un po’ arrivo.
Tra un po’ di tempo arrivo e mi metto le mani nei capelli perché la casa è piena di muffa, il giardino è una giungla e le tapparelle sono sempre abbassate.
Sai che le tapparelle abbassate sono state fonte di discussione nel paesello? Oh, già… i soliti minus habentes hanno ritenuto opportuno eviscerare il fatto che io, ormai padrona di casa, ho dimenticato te e papà, non ho reso merito alla vostra memoria, me ne sono sbattuta le palle. Chissà se ‘ste migliori persone hanno fatto caso alla pandemia, che mi ha reso impossibile muovermi da Torino, chissà se ‘ste migliori persone MI fanno domande. No, SI fanno domande e SI danno risposte. Tutte sbagliate. Vabbe’.
Oggi, mamma, mi mancano il tuo sorriso, la tua curiosità, la tua totale capacità di sbattertene allegramente le palle della vacuità altrui.
Mi mancano le nostre telefonate di quando andavo in viaggio e volevi sapere tutto, per saperlo tu e per dirlo a papà.
Mi mancano tutte le sfaccettature, anche quelle più oscure, quelle che ci facevano litigare e poi tornava il sereno: non ti tiravi mai indietro di fronte alle mie sfide, non mi tiravo mai indietro di fronte alle tue lezioni.
Anche se… oh, questa è una cosa di cui non abbiamo mai discusso… anche se a volte mi sembra che tu e papà siate due figure mitologiche. A volte – che scherzi fa la mente oppure il cuore oppure la forza vitale oppure che ne so – mi sembra che voi non siate mai esistiti, mi sembra di essere caduta su questo pianeta per districare una matassa di informazioni che potrebbero essere reali oppure no.
Whatever.
Ho fatto un sacco di cose in questi anni, mamma e papà, un sacchissimo.
Ve ne dico alcune, ve ne dico alcune di cui non abbiamo potuto parlare.
Ho iniziato a studiare il Gallese poco più di un anno fa e il Gaelico Scozzese qualche settimana fa. Con il primo inizio a venire a patti: leggo e comprendo circa il 75% delle consonanti & catarro che vedono i miei occhi, con il secondo la strada è lunga, ma non ho paura.
Ho trovato un altro libro da amare: Good Omens (Terry Pratchett & Neil Gaiman). Non credevo possibile che esistesse un altro libro che mi facesse ridere e commuovere come “Tre Uomini in Barca”, eppure… Vi avrei convinti a leggerlo, come mille altre volte in passato, e avreste riso con me di quelle risate che solo gli scritti belli sanno suscitare. Avreste guardato anche la serie e avreste convenuto che i Queen sono la Musica.
C’è stata una pandemia (c’è ancora, ma…) e Davide e Giulia si sono comportati in maniera matura: non avreste provato stupore, ma semplicemente orgoglio (e amore, tanto amore, quell’amore speciale che sapevate dare ai vostri nipoti, a tutti quanti i vostri nipoti, con semplicità).
Il Toro ha fatto schifo anche quest’anno e non sto a raccontarvene le ragioni: avete fatto in tempo a viverle pure voi. Tuttavia c’è una parte di me che è rimasta cristallizzata in quella mia prima volta allo stadio nel 1971.
Vi parlo, vi parlo ogni sera prima di addormentarmi, e sempre sempre sempre dico “ma che cosa cazzo vi parlo se non ci siete più, se non esiste niente dopo la morte, se non so neppure se siete esistiti o meno… comunque, buonanotte, mamma e papà, vi voglio bene” e poi mando piccoli baci silenziosi verso l’alto e verso il basso perché io non so mica dove siete (se siete da qualche parte) e, in ogni caso, dovunque voi siate (anche se non siete da nessuna parte) siete ovunque.
“Avresti bisogno di qualcosa di caldo”, mi avevi detto, mamma, in un momento terribile della mia vita e sai una cosa? Qui e là sto trovando qualcosa di caldo: grazie per avermi regalato questa peculiare consapevolezza.
Bon, fine della storia (per ora).
Ho messo una foto di un piccolo tratto del Pembrokeshire Coast Path: quel giorno avevi provato a telefonarmi mille volte senza riuscire a contattarmi. Non c’era campo. E poi ti avevo raccontato di quel pezzetto di Galles e avevi sorriso e, per l’ennesima volta, avevi fatto entrare un po’ di sole.
Non rileggo ed invio, chi se ne frega degli errori.
Figlio e io guardiamo la partita in cucina. All'intervallo gli dico: " Qui ce ne prendiamo ancora un fracco, il secondo tempo lo guardiamo in sala, OK?"
Ci trasferiamo in sala.
Quarto goal, quinto goal, sesto goal.
Rido istericamente e poi vado a fare la pipì.
Mentre sono assisa in luogo opportuno, sento la voce di mio figlio che esclama: "Sette!".
Non dormo bene, quella notte.
Sono come una bambola al contrario: se sto seduta mi si chiudono gli occhi, se mi corico essi si spalancano per guardare un buio che più buio non si può.
Nei due giorni successivi ho un mal di testa bestiale e poi arriva la pandemia.
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Mercoledì, 12 maggio 2021
Vado a dormire senza guardare la partita: mi sveglio presto per fare magnetoterapia, 'sto cazzo di menisco incrinato mi scombina i fusi orari.
Mi sveglio, senza ragione alcuna, nel momento in cui finisce la partita.
Guardo sul cellualare: voglio sapere quanti goal ci siamo presi. "Quattro o cinque", penso. Penso male.
Come una furia ( e garantisco che un'Erinni grassa in mutande e t-shirt è una brutta visione... so fare giusta autocritica) mi fiondo in sala e, rivolgendomi a mio figlio, dico gridando: "Cazzo! Abbiamo di nuovo perso sette a zero?!?"
Lui, stellina, cerca di blandire la mia ira mostrandomi la tabella delle statistiche di possesso palla e minchiate affini e, di nuovo con inusitata violenza, mi esprimo: "Non me ne frega una cazzo! Non voglio saperne più niente! Vaffanculo!".
Mi chiudo in cucina e fumo nervosamente una sigaretta. Vado a dormire. E dormo. Dormo come un puciu.
Quando mi sveglio ho un mal di testa che può essere spiegato solo da una momentanea possessione demoniaca (in alternativa John Bonham sta suonando Moby Dick nella mia materia grigia).
Probabilmente ho fatto un lungo sonno fra Toro-Atalanta e Toro-Milan, di fatto il risveglio è una gran merda.
E io, invece, mi sono fatta male, mi sono fatta male veramente, cazzo!
Il 28 marzo è un giorno che racchiude varie bolle della mia esistenza e in cui passato, presente e futuro si intersecano e allegramente e/o tristemente improvvisano danze dal significato oscuro.
Oscuro come il buio che è necessario per vedere la luce: capito? Sì? Sì.
Il 28 marzo è il compleanno della mia compianta Kida e, nella fattispecie, è la prima volta che celebro il suo compleanno senza il suo adorabile muso pieno di disprezzo per gli hoomani a punteggiare il corridoio (sua zona di elezione).
Il 28 marzo è il compleanno di Houses Of The Holy: il MIO album dei Led Zeppelin, l'album pieno di luce, l'album di The Rain Song (che sto ascoltando proprio in questo momento per la trilionesima volta ed è sempre novità, certezza, ritorno a casa, trascendenza, tutte cose).
Il 28 marzo è il compleanno di un Amico (nell'infografica rappresentato da Humpty Dumpty: è timido) con cui condivido da anni la bella grazia dell'amore per lo humour nero e per il politicamente scorretto. Condividiamo anche un buon numero di altre cose, ma sono cose talmente NOSTRE che. Punto.
Cordiali saluti in una domenica mattina dal cielo (come piace a me).
B come Boh; "Sono sicur* che se tutti evitassimo di indossare mascherine i contagi avrebbero sempre lo stesso andamento, anzi...". Anzi sei deficiente, totalmente ed irrecuperabilmente deficiente.
C come Crowley: vedi I.
D come Deda (la mia mamma): vedi F.
E come Eh?!?: niente, l'altro giorno mi sono trovata sotto un cartello che rammentava di mantenere la distanza di due metri fra sé e altri. Sul cartello era ritratta una freccia rossa a due punte che, teoricamente, doveva rappresentare la distanza da rispettare. Il cartello era lungo circa novanta centimetri. 'Adoro' le persone che interpretano creativamente i numeri, le unità di misura. Le 'adoro' tantissimo. Ho chiesto spiegazioni in merito: mi piace approfondire. Ho chiesto se la freccia dovesse essere semplicemente un invito al rispetto delle distanze, indipendentemente dalla lunghezza della medesima. "Ma dai, è lo stesso: un metro, due metri, il concetto è lo stesso!". OK: Darwin ha sicuramente trascurato qualcosa dissertando di evoluzione.
F come Franco: è il nome di mio papà. Deda e Franco, quelli che non ci sono più e che sono altrovemente presenti. Talvolta, in mezzo a quel costante suono di sottofondo che è la mancanza, si innalzano note di sollievo. Come avrei potuto esser loro vicina durante la pandemia? Sono una brutta persona per avere pensieri del genere, per provare un perverso sollievo per la loro assenza? Non lo so. Forse sono una brutta persona ma, onestamente, I don't give a shit. Coltivo la loro mancanza, concimando tale terreno con ricordi (belli, brutti, così così... ricordi).
G come Gatto: nella nostra famiglia ora c'è di nuovo un gatto. Si chiama Oliver. Ieri ha compiuto cinque mesi ed è il più grande dispensatore di miele e di graffi del nostro universo. Parla in continuazione. Anzi: più che parlare, gracchia. Ha gli occhi rotondi rotondi e sa farsi amare con semplicità. Ce lo meritavamo, ce lo meritavamo davvero.
H come Hell(o): il mio cognome contiene un saluto (hello) e un luogo (hell). Informazione inutile. Fatto di cui sono inspiegabilmente orgogliosa.
I come Ineffabile: tutto ciò che è legato a Good Omens (grazie, Neil Gaiman & Terry Pratchett: un mondo migliore esiste grazie a voi) e, essendo ineffabile, non può essere espresso dalle parole. Aziraphale e Crowley sono la mia comfort zone. Se non sapete chi sono Aziraphale e Crowley leggete Good Omens. Oppure leggete un libro. Leggete, porco cazzo! Rinunciate all'ignoranza, ignavi!
J come Jimmy Page: è Dio. Ma Dio non esiste. Però Jimmy Page esiste. Quindi Dio esiste. Cazzo, lo sapevo... Jimmy Page è venuto su questo pianeta con due scopi: donare impossibilità musicale e mettere in crisi le mie certezze (amo).
K come Karma: è come un boomerang. In termini negativi, la questione non mi riguarda e stringo già fra le mani un enorme contenitore ricolmo di pop corn, pronta ad assistere al momento in cui alcuni boomerang faranno ritorno sulle ossa parietali di alcuni individui. No, non auguro sofferenza a nessuno. Sono solo sempre assetata di quanto lo scorrere del tempo (vedi T #2) offre. Pronta ad assistere allo spettacolo. Yup.
L come Libri: ne ho letti parecchi ultimamente. Mi sto concentrando soprattutto su Carlo Rovelli (adoro), Neil Gaiman (la terra promessa e finalmente raggiunta dopo decenni di ricerca) e Douglas Adams (amore giovanile e mai sopito). La mia libreria talvolta scricchiola.
M come Musica: sempre la solita (The Song Remains The Same, LOL). Talvolta mi sorprendo a camminare a ritmo di valzer e non so perché. Mi piace non avere risposte: ho più spazio per le domande e per il vagabondaggio interiore.
N come Ness: si trova sull'Isola di Lewis, Ebridi Esterne. É a poca distanza da Port Ness, dove avevo scattato questa foto. No filtri. Era proprio così.
O come Oliver: vedi G.
P come Pandemia: siamo tutti stanchi e preoccupati e spaventati. Ciò, ovviamente, non vale per complottisti e coglionari di vario genere.
Q come Queen: mio titolo onorifico nonché mia band del cuore quand'ero gggiovane.
R come Rombare: quello di Dettifoss, la maggiore cascata Islandese e d'Europa. Giunta lì avevo avuto un particolare scambio verbale con mio figlio.
Io - Sai che mi sento sopraffatta ivi stante? (in realtà avevo detto: Sai che mi sento una merda di fronte a tutto ciò ed è bellissimo sentirmi così?)
Lui - Stai sperimentando la sublimazione romantica, mamma. (sì, lui è proprio così: alato)
Io - Perbacco! (in realtà avevo detto: Ma va a caghé, per piasì...).
Ecco Dettifoss e il suo rombare (Davide aveva ragione: sublimazione romantica all'ennesima potenza, non può esserci altra esperienza lì):
S come Sonno: di pessima qualità. Tuttavia l'attività onirica pare aver ripreso il suo (che temevo perduto) ritmo bizzarro e ne sono ben lieta. Avevo smesso di sognare durante la malattia di mio papà, poco per volta sto ritornando a me: brava.
T come Toro: mi appello al Quinto Emendamento. Odi et amo e tutto quel che segue. Carme LXXXV, Catullo. Leggete, ignoranti ed ignavi (bis)!
T #2 come Tempo: non esiste. L'altro giorno ero in metropolitana e improvvisamente ho realizzato che il tempo è l'unica cosa (e non è neppure una cosa, mannaggia...) che non si può avere. "Abbiamo mezz'ora di tempo per raggiungere il ruolo tale...", frasi così non hanno senso. Il tempo NON SI HA. Ufffffffffff, il discorso è lungo e complesso e io dovrei smettere di pensare di quando in quando.
U come Uva: mi piace molto. Soprattutto dopo il processo di fermentazione, quando diventa liquida e ispira canti e facezie.
V come Viaggi: not applicable, not allowed. Mi manca molto la Scozia. Sarà la mia prima meta quando il mondo tornerà ad essere un luogo meno pericoloso. Tanti anni fa si era fatta notte fonda mentre eravamo nelle Highlands. Avevamo trovato alloggio in modo rocambolesco. Solo con il favore della luce ci eravamo resi conto di essere in luogo incantato: si trattava del Loch Eriboll, nella parte più ad Occidente (the West is the best, it is known). Nel parcheggio davanti a 'casa' (trattavasi di un enorme prefabbricato in cui non mancava alcun confort: mega salone da pranzo, angolo TV, cucina, due bagni, due camere da letto. Ne avevo 'vinto' l'affitto entrando in un pub la notte prima. Una storia da raccontare, prima o poi) razzolava una gallina color setter irlandese. Oltre il parcheggio, oltre la gallina, il mare blu. Oh sì, lassù, lassù a Nord, lassù in quei posti freddi in cui amo girovagare, quando il cielo è sereno* il mare diventa blu cobalto.
* no, in Gran Bretagna non piove sempre, ignoranti ed ignavi (ter).
W come Welsh: sì, è quasi un anno che studio Gallese. È una lingua splendida, ricca di sfumature, è un profluvio di storia. Adoro trovare qua e là verbi latini (davvero! Coginio per Cucinare, Paratoi per Preparare, cose così: che ebbrezza!). Il Cymraeg (Gallese in Gallese, LOL) è una nuova comfort zone offertami da questo strano anno iniziato a marzo del duemilaventi.
X come Doctor Who: il MIO Dottore del passato è il Quarto (IV, Tom Baker), il MIO Dottore del presente è il Decimo (X, David Tennant). Potevo evitare di parlare della non esistenza del tempo, visto che qui si parla di Signori del Tempo, ma tutto (o quasi) mi viene spesso scusato perché sono simpatica ed arguta. Soprattutto sono gentile (con me stessa) poiché eviterò di parlare di intersezioni spaziotemporali (se no non dormirò mai più: i miei pensieri sono rumorosi).
Y come Yeah: ho scritto cose. Dovrei farlo più spesso.
Z come Zelo: quello che non impiego nel prendere nota dei miei deliri.
Cordiali saluti da quella che oggi è felice perché piove.
'sto cazzo di virus ha attivato la modalità di 'precarietà emotiva' in tutti (esclusi i coglioni negazionisti).
Bene: un tempo la 'precarietà emotiva' era mia guida, faro, luce, cosa bella nelle tenebre (anche se amo le tenebre, ma questo è un altro discorso oppure, as I used to say, "non adesso, non adesso...").
Tipo quando nel 2016 - giusto uno sputo di tempo fa (il mio papà non c'era più, ma la mia mamma c'era ancora: cavoli, credevo fosse passato già un millennio e invece...) - era andata più o meno così:
Giorno x: cattivissima notizia.
Giorno x+1: "Andiamo lo stesso in Galles?" "Quando?" "Domani."
Partenza per il Galles, deviazione su Londra, e poi.
E poi Llandrindod Wells, Dan-Yr-Ogof, Rhossili Bay, il fottutissimo Stackpole Coastal Walk (morire di raggi solari in un Ferragosto Gallese e poi risorgere diversamente colorati), Llanelli, Fishguard (oh be', adesso so che il suo vero nome è Abergwaun, ma anche questo è un altro discorso) e quindi: "Andiamo in Irlanda?", "Andiamo in Irlanda."
Stackpole Coastal Walk: qui si camminava su un ponticello di legno con una balaustra. Una sola. A sinistra. A destra c'era il nulla, o meglio: la profondità. Mai stata più terrorizzata e galvanizzata nella mia vita.
Questo è quello che mi manca: andare. Dove? Boh. Non importa. Fregasega. Andare.
La mia 'precarietà emotiva' = andare.
Un po' come dire aurea mediocritas concentrandosi sull'aurea e senza dare significati particolari alla mediocritas.
Andare a compiere l'elenco ufficiale delle promesse, quando ancora pensavo che l'hashtag #andràtuttobene fosse carino, desse speranza... no, #andràtuttobene fa cagare.
Io ho una lavagna su una parete della cucina, ne sono molto orgogliosa. Ogni giorno mi armo di gessetto colorato e vi scrivo sopra il tempo d'alba e tramonto del Sole e della Luna, le previsioni meteo, gli orari delle Blue e Golden Hours. E poi aggiungo un cuore (perché sono una fottuta sentimentale) e il MIO hashtag personale:
#daidaidai
perché anche se allo stadio non ci posso andare, rimangono radicate in me le abitudini di tifo e dunque #daidaidai.
Che poi... #daidaidai è un po' come dire in Inglese #diediedie e ORA non sono più tanto sicura che sia un buon hashtag, ma che cosa posso dire? I get on with the play, c'mon.
Mi manca proprio quello: ANDARE senza necessariamente sapere DOVE.
Ho come l'impressione che l'elenco ufficiale delle promesse crescerà, anche se non ho più tanta voglia di proporne: se qualcuno ne ha voglia, lo faccia. Oggi al futuro pensateci voi.
Alla fine di maggio eri diventata triste. Avevi trascorso due o tre giorni nella tua trasportina, nell'oscurità del corridoio, tanto che poi avevo messo la trasportina nella camera dei ragazzi affinché tu non stessi sempre sola.
Il vet #1, venuto a visitarti a fine maggio in un tripudio di mascherine e visiere di plastica, aveva riscontrato la presenza di una cosa, ma aveva deciso di procedere con calma. Noi non lo sapevamo, ma quella cosa era il Cupo Mietitore. Whatever.
Eri stata poi presa in cura dal vet #2, che nutriva piccole speranze che non si trattasse di ciò che si trattava e, quanto meno, eravamo diventati amici di un vet con le palle e le contropalle.
E poi il Cupo Mietitore aveva preso a crescere. E a crescere. E a crescere.
Tuttavia tu continuavi, pervicace, ad essere quella che eri: una grande rompipalle con lampi di tenerezza e affettuosità.
Non la faccio lunga, non racconto le tue sofferenze, però racconto le mie, sempre per mano a Davide.
Siamo rimasti ad interrogarci per giorni su quando sarebbe stato il momento per accompagnarti dall'Altra Parte. Sono stati giorni in cui Davide registrava le tue fusa (le abbiamo sentite ancora ieri sera), ti fotografava continuamente. Sono stati giorni in cui mi interrogavo sul mio diritto di farti addormentare.
E poi è arrivato il giorno in cui hai provato a saltare sul divano e non ce l'hai fatta. Sei caduta e poi mi hai guardato ed eri smarrita ed anche io lo ero e sapevo che DOVEVO fare qualcosa e non volevo però dovevo però non volevo e così via e così via.
Due giorni dopo sei peggiorata, tanto. E allora ho dovuto decidere. Ho dovuto decidere per te. Non mangiavi, non dormivi. Non ti lamentavi, prendevi le coccole come acqua per un assetato nel deserto, ma era ora.
Siamo rimasti con te, Davide e io. Eravamo lì quando ti hanno fatto la preanestesia e ti sei addormentata SUBITO: eri esausta. Ti sei addormentata appoggiandoti su una zampina.
Poi l'anestesia, poi il Tanax, poi il tuo cuore si è fermato. Tutto rapido e agrodolce.
Ed eravamo lì, Davide e io, come due imbecilli sopraffatti dal Mistero della Morte. Sollevati dal saperti al sicuro, devastati dall'averti persa.
Sono passati otto giorni e ancora adesso quando apriamo la porta di casa guardiamo in basso per l'abitudine di trovarti lì. Ti ho perfino sognato! Ti ho sognato e stavi bene, eri proprio TU.
Sei stata la Gatta più complicata con cui mi sia capitato di dividere il mio umano percorso, forse questo è uno dei motivi per cui ti ho amata tanto.
Dimenticarti? No way.
Le tue ceneri sono in un piccolo sarcofago di legno: tra un po' di tempo lo seppellirò nel giardino in campagna, per ora lo tengo qui.
Nel sarcofago ho messo il campanellino del tuo collare affinché tu non senta il silenzio assordante della tua assenza.
Poche parole, poche.
Buon viaggio, Kida.
Nata il 28 marzo 2009, morta il 29 settembre 2020.
Andare a guardare gli alberi in Monferrato con Silvia
Prendere una ciucca epocale con Claudia
Andare a passeggiare nei boschi vicino a casa di Elisabetta e poi ad impigrirci al sole nella mia casa di campagna
Fare un weekend di nulla con Sara
Condividere del buon vino rosso con Franco e del buon vino rosé con Ennio
Abbracciarci allo stadio fra cori e sputazzi con Lidia
Andare a sbevazzare all'Irish pub con Michela
Ricevere in dono un panda di peluche da mio marito e i miei figli (oi, ho sempre desiderato avere un pupazzo di panda tutto mio)
Andare a Villadeati, dove nacque mio nonno paterno, per respirare le mie radici e per conoscere di persona Daniela; io indosserò il mio cerchietto da unicorno
Incontrammo questo arcobaleno ad Harrapol circa dieci anni fa
Mamma e Papà cari,
vi scrivo qui perché mi viene più facile del parlarvi la sera prima di addormentarmi o, addirittura, lasciando le frasi a metà perché mi addormento come un ghiro.
Incontrammo questo arcobaleno ad Harrapol circa dieci anni fa[/caption]
Quando ero piccola credevo che il ghiro fosse un rapace notturno, chissà perché.
In realtà io so perché: tu, Papà, mi parlavi dei rapaci notturni del Monferrato: il gufo, l'allocco, il barbagianni. Mi parlavi di essi e dei ghiri. Mi dicevi che andavano a caccia di prede durante la notte, senza specificare che i ghiri, a differenza degli altri nottambuli, fossero roditori. Scommetto che ridi ancora ora di questo mio ignorante equivoco.
In queste settimane mi trovo a voler/dover programmare il futuro per accelerare il momento il cui 'sto presente di merda diventerà passato.
Provo uno strano e agrodolce conforto nel fatto che voi non viviate questo momento, sapete? Pare un pensiero crudele, ma non lo è.
La matematica è sempre la stessa: darei un anno di vita e anche di più per stare con voi due almeno per cinque minuti, tuttavia riposate in pace, per favore: qui facciamo di tutto per resistere.
Abbiamo paura, ne abbiamo davvero tanta.
E allora proviamo a giocare a buttare un ponte verso il futuro, quando il futuro sarà un presente sereno.
Il gioco consiste nel fare delle promesse e vi elenco le prime che ho formulato: conto di aggiornarlo man mano che il tempo procede.
Insieme con Silvia (la mia omonima, bell'anima ritrovata per caso) andremo a guardare gli alberi in Monferrato
Insieme con Claudia (astemia) ci prenderemo una ciucca epocale
Insieme con Elisabetta (compagna di percorsi dell'anima) andremo a passeggiare nei boschi vicino a casa sua e poi andremo ad impigrirci al sole nella mia casa di campagna
Insieme con Sara (irrinunciabile sorella) andremo a fare un weekend di nulla: solo noi
More to come: come sempre.
Ciao, Mamma e Papà, io so che siete qui in tutti i giorni della mia vita.
Aiutatemi a fare quello che mi avete chiesto di fare anni fa: essere felice e coraggiosa.
Questa foto non c'entra una fava, ma il Kirkjufell ha sempre il suo perché e quindi...
Oggi siamo tornati allo stadio dopo una pausa di riflessione e, per l'ennesima volta, ho verificato quanto sia impossibile allontanarsi dal proprio centro. In un'atmosfera surreale fatta di silenzi e di non silenzi, di pena e di gioia, siamo poi tornati a casa soddisfatti e innamorati di quella roba granata che non riusciremo mai a spiegare.
No, non uso il plurale per un improvviso delirio d'onnipotenza: quello è argomento di 'vita' che lascio ad altri. Lo uso perché esprimo azioni ed emozioni di mio figlio e me, insieme.
Lui. Quello che è quasi candido nel suo amore per il Toro. Bene... quella di oggi era la sua ultima partita da teenager. Fra tre giorni compirà vent'anni e, dunque, un nuovo capitolo temporale gli si parerà innanzi.
Dopo la partita mi è accaduto di cadere a terra come un sacco di patate (producendomi svariati danni di lieve ma fastidiosa entità), ma questa è tutta un'altra storia.
La Vera Storia di oggi è che ho conosciuto Angelo.
Mio vicino di seggiolino era un signore piuttosto alto, con i capelli grigi e gli occhi chiari, che si è premurato di chiedermi se stesse occupando il posto per qualche mio amico.
"No, stia tranquillo: va bene così." Ed abbiano iniziato a parlare.
Dandoci del lei, mi ha raccontato di essere del '35, di essere rimasto orfano di padre nel '44 ("era giovane, era bravo, è stato falciato dai tedeschi"), di essere salito a Superga nel tardo pomeriggio di quel giorno di maggio del '49, di qui, di là, di su, di giù. Dunque mi sono sentita in piacere (il dovere è altro) di raccontargli di me. Il tutto rigorosamente in dialetto. Alla fine della partita abbiamo fatto le presentazioni, ci siamo scambiati i nomi in pratica, ed abbiamo iniziato a darci del tu.
"Ci vediamo alla prossima partita, Silvia!" "Certo, Angelo!"
Ho fatto proprio bene ad andare allo stadio oggi. Ho capito qualcosa in più di come voglio essere e di come non voglio essere, ho conosciuto Angelo*, ho guardato mio figlio perl'ultimavoltateenagerallostadio, ho sperimentato un'atmosfera - come detto prima - surreale di cui un giorno parlerò priva dell'attuale sconforto.
Oggi, tra l'altro, il primo album dei Led Zeppelin compie cinquantun'anni e quale migliore occasione per ricordare che ci sono Good Times e pure Bad Times?
Bella giornata, sì.
https://www.youtube.com/watch?v=FSiUTSJ2NWY
*Sì, lo ammetto: in alcuni momenti mi è sembrato di avere vicino mio papà.
Chiedo scusa a mio padre che, quando il Toro gli faceva girare le balle, andava nella rimessa in fondo al cortile per smontare un orologio, pulire gli attrezzi da giardinaggio, sacramentare in totale solitudine.
Quando faceva così... be', guardavo mia madre e insieme ci facevamo un risolino un po' ochesco.
Chiedo scusa a mio figlio che, nonostante il Toro faccia girare le balle, è cristallino nei suoi intenti e nelle sue emozioni. Gli ripeto che "quelli del Toro non si arrendono mai" da quando era piccino ed ha fatto serenamente suo questo concetto.
Chiedo scusa a me stessa che, dal momento che avevo le balle in giostra perché il rigore contro mi sembrava una montagna insopportabile per il mio cuore frusto, ho spento la televisione e sono andata a dormire, chiudendo tutte le comunicazioni con il mondo esterno.
Al mio prematuro risveglio (intorno alle quattro, sigh) ho avuto notizia della reazione dei Ragazzi e.... calma piatta, nessuna emozione, nessuna sensazione se non quella che mi si fosse spezzato qualcosa dentro.
Poi sono passati i minuti, le ore, i ricordi, le rabbie, le tristezze, i nervosi, e ho realizzato quanto segue:
sì, papà, ho preso da te, ho proprio preso da te
grazie per avermi donato un cuore più spazioso di quanto io possa immaginare
sì, Davide, mi sono arresa e successivamente mi hai confortato confermandomi che si può vacillare
grazie per mettermi di fronte alla realtà e di volermi bene anche se io sono io
sì, me-piccina (vedi foto a corredo), eri e continui ad essere una testona
grazie per non essere una tristona
Lesson learnt: rammentare sempre che le cose possono andare male, ma possono anche andare bene.
Fatto pace con il Toro? Nah. Perché 'nah'? Perché non gli avevo dichiarato guerra.
Chiedo scusa a tutti, soprattutto a quella bambina con i codini, che imperterrita cade e si rialza e, in fondo, un cerotto in più non fa alcuna differenza.
Cordiali saluti da colei che, spesso e (poco) volentieri, quando entra in contatto con la propria umanità si muove molto goffamente.