mercoledì 20 febbraio 2013

Piccole storie

Superpoteri


“Salagadula mencicabula bibbidi bobbidi bu! Cazz... non funziona... Abracadabra! Ancora niente... ma come diavolo si fa... proviamo così: Simmmmmm Salaaaaaaa Bimmmm! Uffaaaaaaaaa... Ultimo tentativo: cia-pa-ciuc! Sììììììììììììììììììììì!” La voce di Sagliets scuote le mura della labirintica redazione.
Penso: “È irritante, il volume della voce di Sagliets è irritante: sbraita incomprensibilità a raffica e non capisco perché non se ne stia bravo davanti al PC a scrivere la prossima Diapositiva, Slide... come cavolo si chiama la sua rubrica? Polaroid: mi confondo sempre... e per forza: con tutto ‘sto casino... adesso basta, però, sto preparando un grande incantesimo dalla notte scorsa e non riesco a concentrarmi come vorrei: adesso vado a dirgliene seicentosessantasei...”
Spalanco la porta dell’ufficio di Sagliets con il sinistro intento di terrorizzarlo a morte, ma tutto quello che ottengo è di vederlo orgogliosamente sorridente, le braccia incrociate, il piedino destro che batte un ritmo di samba sul pavimento.
“Ehilà, strega! Hai visto?”
“Santa Dea, Sagliets... che cosa dovrei vedere?”
“Funghi. Tutti questi funghi. Non ti complimenti con me?”
Le pareti dell’ufficio di Sagliets sono completamente ricoperte di funghi delle più svariate fogge, dimensioni e qualità.
“Sagliets, sei sempre il solito... dove hai messo il deumidificatore? Che disastro...”
“Ma che deumidificatore e deumidificatore! Li ho materializzati io! Finalmente sono totalmente padrone del superpotere che il Destino mi ha donato! Da grandi poteri derivano grandi responsabilità! Solo ora comprendo!”
“Super... superchecosa?”
“Superpotere, piccola adepta dei demoni delle tenebre... il MIO superpotere: far crescere funghi sulle pareti! Non è entusiasmante?” Non l’ho mai visto così trullallerolallà.
“OK, Sagliets: bravo. Io adesso torno nel mio sancta sanctorum, tu intanto esercitati. Respira, eh? Tranquillo, buono, bravo, a cuccia...”
Esco dal suo ufficio lentamente, chiudendo la porta e scuotendo la testa. “Ce lo siamo giocato... che peccato: era un ragazzo talentuoso...” Sospiro, percorro il corridoio, entro nel mio antro, chiudo la porta a chiave e tento di concentrarmi su quello che stavo facendo prima.
“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità... tzé: vuole insegnarlo proprio A ME??? Non appena smette con la Grande Fungata gli faccio un discorsetto...”

Piccola storia numero uno
C'è quel bambino, quel bambino piccolo con il ciuffo biondo, quel bambino inconsolabile: l'asilo proprio non gli va giù e allora piange. I suoi grandi sentimenti non vanno d'accordo con il suo vocabolario, con il piccolo patrimonio di parole di bimbo di due anni. Mamma e papà sono del Toro, la Maestra lo sa. La Maestra lo sa e, non riuscendo a consolarlo con la grande dolcezza che è solo una delle sue tante doti, fa un ultimo tentativo: tira fuori la custodia del cellulare, la custodia Granata, quella con il Torello bianco. Il bambino riconosce il Simbolo e sorride. Sorride e rimane appiccicato alla Maestra per tutto il giorno. Sorride e non piange più.

Piccola storia numero due
C'è quel ragazzino, quel ragazzino che si sta affacciando al glorioso mondo dei brufoli adolescenziali, quel ragazzino un po' chiuso, poco socievole, timido. Un po' per indole e un po' per scelta è solito trattenere emozioni e sentimenti, ultimamente lo puoi trovare sempre allo stadio seduto vicino a sua madre. Durante Toro-Atalanta ha le guance rosse. No, non ha freddo. È emozionato. È felice. È del Toro. Fa altri passi per essere ancora più del Toro. Dopo i due gol, durante le azioni di Cerci (la Dea lo strabenedica), alla fine della partita, salta per aria e poi abbraccia la madre lasciandosi andare, senza ritrarsi nel suo usuale guscio. Si riconosce del Toro una volta di più e ancora una volta scopre che essere del Toro è proprio quel che dice la madre: la roba più bella del mondo.

Piccola storia numero tre
C'è quel bambino, frequenta la prima elementare, gli è capitato di nascere in una famiglia Granata, per uno scherzo del Destino ha scelto di essere della giuve. Mi capita di incontrarlo, di quando in quando, davanti alla scuola e sempre – inevitabilmente – gli faccio la stessa domanda: “Per che squadra tieni?” Mi risponde sempre nella stessa maniera. Fino a due giorni fa. Due giorni fa, sì. Due giorni fa mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “Tengo per la giuve... e anche per il Toro!” Il bambino, dunque, sta manifestando un'apertura mentale e cardiaca non da poco... Il bambino, quando ha detto “... e anche per il Toro!” ha sorriso e gli si sono illuminati gli occhi. Gli volevo bene già quando era un piccolo gobbetto, ora gliene voglio... uguale. Perché è il figlio di un Amico e NOI siamo Famiglia, comunque e sempre.

Significato di 'voler bene uguale'
Esercizio da praticare quando i sentimenti altalenano: voler bene a qualcuno o a qualcosa sempre con la stessa intensità, sempre con la stessa forza, sempre con la stessa spontaneità.
Roba da duri. Roba da duri e puri. Roba da... roba da Toro.

Piccola storia numero quattro
Il Comandante Menga.
Chiamala piccola storia... è entusiasmo.
A casa mia entusiasmo ed amore si trovano sotto la stessa lettera, anzi: sotto un gruppo di quattro lettere che, messe insieme, dicono una parola/idea: TORO.

Hanno partecipato: la Maestra Sabrina e il bimbo che riconosce il Tor (piccola storia numero uno), mio figlio e la sottoscritta (piccola storia numero due), Filippo, figlio del mio Amico Davide (piccola storia numero tre), il Comandante Menga e il Toro (quindi tutti i protagonisti prima menzionati più qualche altro centinaio di migliaia di cuori pronti a stupirsi, soffrire, godere, cadere, volare).

È come una sorta di superpotere: il Toro ritorna e noi si vola. Ci sono quelli che non sono comunque soddisfatti, ci sono quelli che volevano ali diverse da quelle che si sono trovati all'improvviso sulle spalle, ci sono quelli che volevano le ali ed ora che le hanno non sono felici perché vogliono altro, manco sanno che cosa.
Pazienza.
C'è anche un superpotere che, finché non verrà consumato e/o dimenticato, sarà il più grande di tutti: esserci anche quando volare diventa una chimera e il fegato pare disintegrarsi. Che si disintegri: NOI abbiamo cuore e quello, sì, supplisce ad eventuali altre mancanze.

Ci sono superpoteri inutili e poi ci siamo NOI, quelli del Toro. Anche nelle differenze.

“Sagliets! Saaaaaaaaaaaaaaglieeeeeeeeeeeeeetsssssssssss!!! Corri!”
Arriva nel mio sancta sanctorum con l’andatura di un lama (senza sputare, però, la Dea lo benedica), recando seco un plateau pieno zeppo di porcini e ovoli reali: “Questa sera polenta!”
“Ma che polenta e polenta, buon uomo! Guarda!”
Faccio un rapido volo nel mio ampio ufficio, atterro proprio in mezzo al pentacolo inciso sul pavimento, faccio roteare il mantello nero, avvicino le mani e... booooooom!!!
“Oddiomadonnagesùesangennaro! Che cos’è codesto fragore? Bombe carta in redazione?”
“Hai sentito? Sono stata io. Tzé.”
“Ma... ma... ma... come hai fatto?”
“Eh, Sagliets... non credere di essere l’unico a possedere un superpotere inutile, monello... è ora che ti riveli qual è il mio: sei pronto?”
“Trattandosi di te... NO.”
“Noioso. Ebbene... Sagliets, devo rivelarti un grande segreto: il mio superpotere è far esplodere le arachidi.”
Mi guarda smarrito.
“Arachidi?”
“Arachidi.”
“Non hai detto gonadi, vero?”
“No, ho detto arachidi. Tappati le orecchie e... BOOOOOOOOOOOOOOMMMM!”
“Osssignùr. Perdonami però, strega riccioluta... il mio superpotere, quanto meno, ci mette al sicuro per quanto riguarda la cena... il tuo... il tuo superpotere, invece?”
“Sagliets, stellina santa... il mio è un superpotere del tutto inutile, anche se... boh, chi lo sa... a volte si fa troppo in fretta a giudicare l'utilità o l'inutilità delle cose... dai, vai a finire il tuo articolo, io devo completare una pozione magica...”
Ci viene da ridere ma anche no.
Da quando abbiamo iniziato a scrivere di Toro ci siamo spesso sentiti sopraffati da tutto quello che il Toro comprende; ultimamente ci siamo fatti tante domande sulla mancanza di armonia fra tifosi, noi inclusi, e non abbiamo trovato risposte.
Pazienza... sento che sta materializzando altri funghi, quasi quasi faccio esplodere quel mucchio di arachidi... BOOOM! BOOBOOOOOBOBOMMMM!!!
DA-DANG-DA-DA-DANG.
È il mio telefono: uh, il Diretùr!
“Hey, Capo...”
“Non chiamarmi Capo!”
“'zzo vuoi?”
“Scusascusascusami se ti chiamo a quest'ora: devo chiederti tre cose.”
“Dimmi.”
“La prima: polenta integrale o classica?”
“Vedo che sei già al corrente... classica, dai. Seconda cosa?”
“Ho fame.”
“Se vuoi ho delle arachidi...”
“Tostate? Con tanto sale? Tipo che dopo non ho più le papille gustative?”
“Ehm... no. Arachidi esplose. Terza cosa?”
“Forza Toro.”
“Sì, Diretùr, sempre. Fai un salto qui, dai... Sagliets fa crescere funghi sulle pareti, io faccio esplodere arachidi, tu... tu ci credi sempre: è il tuo superpotere.”
“Oh.”
“Uh.”
“Esagerata...”
“No. Ah, porta anche la chitarra quando passi dal mio antro...”
“Ma no, dai... non la prendo in mano da due anni...”
“Io ho ripreso a suonarla dopo trenta: il tempo non esiste...”
“Proviamo 'The Rain Song'?”
“Sì.”
Sorrido, poco dopo il Diretùr entra, ci accomodiamo su due sedie, uno di fronte all'altro e... musica è.



Questa settimana tocca a “Proud Mary”, Creedence Clearwater Revival (“Bayou Country”, 1969). Chi indovina perché ho scelto proprio questa canzone, vince... un bel niente, se non la mia gratitudine.



Dedico “Proud Mary” a quelli che, come la gente sul fiume di cui nel brano dei CCR, sono felici di dare e condividere.




mercoledì 13 febbraio 2013

Questa è la storia di Lulù

Ma Princesse


Questa è la storia di Lulù, che prima c'era e ora non c'è più.

Era il 26 settembre scorso, il Toro giocava in casa contro l'Udinese.
Ero rimasta a casa, avevo rinunciato allo stadio: non mi sentivo tanto in quadro.
“Oh be',” avevo pensato, “guarderò la partita in TV e farò i soliti commenti idioti in chat con Lulù: dai, sarà lo stesso divertente.”
Lulù era tifosa del Vicenza e aveva finito per amare anche il Toro perché sapeva che il Toro era parte di me. L'Amicizia non ha canoni, ma prevede di instillare strane forme d'amore nei cuori altrui, amore che è rispetto, amore che è partecipazione.
Lei aveva finito per amare il Toro e gioiva e soffriva insieme con me.
Gioia e soffriva insieme con me non solo nel Toro, ma anche nell'odio per i gobbi, nelle questioni politiche, nella condivisione della musica, nel passeggiare in solitudine nei boschi, nel guardare la Luna, nelle discussioni pecorecce, nel parlare dei nostri figli e di quanto stessero diventando begli esseri umani.
Lulù era una mia Amica.
Era.
Ancora oggi faccio fatica a parlare di lei al passato, tanta è l'incredulità per la sua scomparsa.
Perché questa è la storia di una Grande Donna che non c'è più e che è e sarà sempre presente nella mia vita.

Era il 26 settembre scorso, il Toro giocava in casa contro l'Udinese.
Ero pronta a mandare il primo messaggio a Lulù, mi precedette lei.
Mi precedette scrivendomi che stava andando al PS.
“Sei da sola, Lulù?”
“Sì.”
“OK, io sono qui, tengo il telefono acceso.”
“Grazie.”

La partita scivolava via, non badavo a come stessero giocando. Di quel match ricordo solo il risultato finale e i messaggi con Lulù che si succedevano a cadenza folle.
Cercavo di tenerla per mano, a trecento e passa chilometri di distanza, e annusavo nell'aria l'odore acre e soffocante della paura.
Nell'intervallo della partita mi aveva telefonato.
Non scorderò mai quella voce.

La voce di Lulù aveva note ambrate, non saprei spiegare bene il perché... la voce di Lulù era calda, forte, ferma, dolce, luminosa, musicale.
Quella sera, invece, la voce di Lulù era ruvida come il cartone, esitante, implorante, distante perfino dentro di sé.
“Dai, Lulli, andrà tutto bene... respira, piccola, respira...”
“Grazie per tenermi compagnia... tra poco mi fanno un altro esame: c'è un'ombra sul mio fegato e vogliono capire di che cosa si tratta...”
E poi gli altri messaggi, fino a notte fonda.
“Ci sentiamo domani mattina, Lulli?”
“Sì, ti voglio bene.”
“Anche io, piccola.”

Toro-Udinese era finita zero a zero, quel risultato che mal tollero, che non dice nulla, che chi se ne frega.
Era giunta la mattina.
“Hey, notizie?”
“Mi hanno dimessa a notte fonda. Torno in ospedale oggi per un'eco e una TAC al fegato.”
“Ti tengo per mano.”
“Ti sento.”

E poi.
E poi mi aveva chiamato dopo la TAC.
“Ho un tumore al fegato.”
Me lo aveva detto così, fra le lacrime.
Quello che ci siamo dette durante quella telefonata rimarrà per sempre dentro di me e non dev'essere condiviso: il troppo dolore esige il silenzio.

E poi.
E poi i giorni successivi.
Le visite.
Le corse.
La sua condanna a morte.

Cazzocazzocazzo, no.
Non lei.
Per favore, non portarmela via.
Non voglio.
Non voglio!

La sua condanna a morte, ma la domenica aveva trovato il cuore per scrivermi un “Atalanta cinque volte me*da!!! Forza Toro!”
Avevamo chattato a lungo quel pomeriggio, dopo Atalanta-Toro, facendo finta che non fosse successo nulla, facendo finta che i nostri stupidi dialoghi da ridarola sarebbero continuati per sempre.

E poi.
E poi due giorni dopo, quella che sarebbe stata l'ultima telefonata.
Avevamo parlato di preti, madri, calcio, musica.
Avevamo riso.
Niente spazio per le lacrime.
Non potevamo lasciarci in mezzo al diluvio.
Sapevamo, sapevamo entrambe che quella sarebbe stata l'ultima telefonata.
Ci parlammo facendo finta che non stesse succedendo nulla.

E poi.
E poi il 6 ottobre: l'ultima chattata.
“Come stai oggi, ma princesse?”
“Malissimo, ma la morfina aiuta. Dimmi di te, mon amour...”
“Domani vado alla partita con tutti e due i bambini: è la prima volta in cui noi tre andiamo insieme allo stadio.”
“Che meraviglia! Sarò con voi!”
“Come sempre, Lullina, come sempre... forza. Forzaforzaforza. Faccio il tifo per te. Ti voglio bene.”
“Ti sento così vicina, Silvia, così vicina... ti voglio bene.”

Mi si erano drizzati i capelli in testa.
La morfina?
No, cazzo, dai...
Smettila.
Smettila.
Non voglio.
Non voglio!


“Si decide a rispondere o no?”
Sono nervosa, più intrattabile del solito.
Sono anche felice: è meraviglioso andare allo stadio con i propri figli, ma sono come una pentola a pressione sul punto di esplodere.
Aspetto che Sagliets risponda al cellulare... “Hey, adesso scendo...” Risponde finalmente.
Mi raggiunge.
Nei giorni passati gli ho detto tutto il mio dolore, gli ho raccontato di Lulù.
Mi ha ascoltato con discrezione e rispetto.
“Ciao, Sagliets... bambini, state seduti lì: io parlo un momento con Mauro...”
Scendiamo qualche scalino in silenzio.
“Mauro, sono disperata...”
“Posso immaginare...”
“È questione di giorni, Mauro, questione di giorni... sono disperata. Non voglio. Non Lulù.”
Sagliets mi guarda e non sa che cosa fare. Sceglie di fare la cosa migliore: esserci.
C'è mentre bestemmio a denti stretti la mia rabbia, la mia paura, la mia solitudine, la mia perdita imminente.
C'è mentre entrambi ci chiediamo come sia possibile che la Vita, ogni tanto, vada a schiantarsi contro la Morte così all'improvviso.
C'è mentre non troviamo le parole.
Mi metto le mani sul volto e singhiozzo senza riuscire quasi a controllarmi, ma sento gli sguardi dei miei figli sulla schiena.
Li ho portati qui per vivere insieme una giornata diversa, una giornata gioiosa.
Mi asciugo le lacrime.
“Dai, Sagliets, ci vediamo dopo... grazie...”
“E di che? Fai bene a sfogarti, mi dispiace non poter fare di più...”
Ci abbracciamo, sono di nuovo sul punto di rompermi in mille frammenti, ma faccio un bel respiro e vado a sedermi vicino ai miei figli.
Li abbraccio e sorrido e provo ad immergermi nei loro sorrisi, nei loro occhi spalancati.
Il Toro perde e stupidamente – la mente umana è davvero un mistero insondabile – mi lamento del fatto di non poterne parlare con Lulù.

Avevo continuato a scriverle nei giorni a seguire, ma non avevo più ricevuto risposta: ormai non era più padrona di se stessa, ormai viaggiava nel limbo della morfina.

E poi.
E poi c'era stata la pausa del campionato.
Domenica 14 ottobre.
In tarda mattinata squilla il cellulare.
È un'Amica, una cara Amica, è Luciana, Lalù.
Siamo una specie di trio: Lulù, Lalù e Lasì.
“Ciao, che succede, Lalù?”
So già perché mi sta chiamando ma non voglio. Non voglio!
“Lasì... è morta.”
Il mondo si ferma. Il cuore perde un battito. Non voglio!
“Cazzocazzocazzo. No.”
“Sì.”
Non c'è spazio per nulla se non per l'incredulità.
Anche se era questione di giorni.
Ma non così pochi.
Non così pochi.
“OK, bocce ferme, Lalù. Io informo Tiziana, Sabrina, Flavia, Cristiana, Raffaella, Ilaria... cazzo, non ho più il numero di Ilaria, ce l'hai tu?”
“Lo cerco, intanto lo dico a Marta e alle altre che sono da queste parti.”
“Va bene, ci sentiamo dopo.”
“OK... ti voglio bene, Lasì...”
“Anche io, Lalù...”

E poi.
E poi i giorni dopo.
I giorni dopo in cui avevo imparato di nuovo a respirare.
I giorni dopo che diventavano sempre di più ed ora, Lulù, spendo più tempo a ricordare e rivivere le stronzate che ci facevano ridere a crepapelle, che a piangerti.
Tanto il vuoto che hai lasciato non può essere in alcun modo colmato, ma me ne prendo cura.
Cerco di fare in modo che tu sia orgogliosa di me, ovunque tu sia.
Sicuramente sei al mio fianco.
Come sempre.
Per sempre.
Anche quando vado allo stadio.
Anche quando guardo le partite da casa e un po' mi sorprende non chattare con te.
Anche quando mi arrabbio perché ancora non trovo il senso di quella sera in cui il Toro giocava contro l'Udinese, io ero a casa, tu mi scrivevi che stavi andando al PS e due settimane e mezzo dopo volavi via.

Questa è la storia di Lulù, che prima c'era e ora non c'è più.
Non so neppure se guardare Udinese-Toro oggi... salgono a galla timori e ricordi... e sale a galla la tua voce, Lulù, che mi dice: “Ma sarai ben scema??? Fila a guardare la partita e non rompere i maroni! Ma guarda che cosa devo sentire... tu che non guardi una partita del Toro??? Vergognati!” 
E poi.
E poi la sua risata.
La sua risata era un inno alla Vita.
E Vita sia, dunque.




Questa settimana tocca a “The Battle of Evermore”, Led Zeppelin (“Led Zeppelin IV”, 1971). É un brano che parla della vittoria del Bene sul Male, volendo ridurre il tutto all'osso.





Dedico “The Battle of Evermore” a Lulù, a chi è stato rapito dal cielo (che metafora odiosa...) troppo presto, a chi ha dolori mai sopiti nel cuore, a chi – come la mia Lulù – ha combattuto e combatte fino alla fine. Benvenuto a chi voglia trovare tutto il Toro che c'è nella storia di Lulù che prima c'era e ora non c'è più.

Dimenticavo: ho visto Udinese-Toro dal primo fischio all'ultimo insulto all'arbitro. Che cosa posso dire? Testa bassa e caricare.




mercoledì 6 febbraio 2013

Sfumature

Così è (se vi pare)


L'euforia del dopo San Siro si era spenta quasi subito, raffreddata e rattrappita dai troppo facili entusiasmi dei nuovi fans di Meggiogol, gli stessi che fino ad inizio partita volevano vederlo fuori dai giochi al grido di Meggiogolgota.
L'euforia si era spenta dentro di me.

“Hey, qui parlo io, è il mio spazio, ci scrivo io, faccio il bello e il cattivo tempo, faccio quello che voglio, prendo i rischi che so di poter correre e non mi abbandono alla diffusa abitudine di presumere di saperne più degli altri, chiaro?”
Sagliets mi guarda un po' intimorito e un po' sconsolato. “Ma...”
“Ma che cosa, Mauro? Che cosa? Tanto non si può accontentare tutto il popolo... non riusciamo ad essere mai completamente contenti noi, figurati accontentare gli altri... ma scusa, Mauro... ci hanno messi qui per fare i pagliacci o per che altro?”
Sospira. “Be', un facciamo anche un po' i pagliacci a volte, dai...”
“Per forza! Tutti 'sti tristoni, 'sti piangina... eccheppalle! Io sto pensando di chiudere le saracinesche e di dedicarmi a me, solo a me...”
“No, Silvietta... datti una calmata, per favore... scusami se te lo chiedo, ma... è successo qualcosa? Non ti ho mai vista così incazzata... soprattutto mi preoccupa che tu non mi chiami Sagliets...”
“Per forza, Mauro, è un disastro! Non vedi?”
“Che cosa, Silvietta?”
“Questo: guarda.”
Gli mostro una serie di tavole che ho disegnato per riassumere in modo visivo il sabato appena trascorso allo stadio.
“Vedi? Mi è successo tutto questo. Non saresti incazzato pure tu?”
“Veramente... veramente non si capisce niente.”
“Per forza! Io non so disegnare! Non-so-di-se-gna-re!!!”
“Ahem... calmati, Silvietta: bocce ferme. Hai voglia di raccontare?”
Sento gli occhi bruciare, stringo i pugni, mi pianto le unghie nei palmi delle mani, faccio un bel respiro. “Wait a minute, wait a minute... alright. Sì, adesso ti racconto. Non interrompermi, però.”
“Va bene: ti ascolto.”

L'euforia si era spenta e poi, nelle prime ore del sabato mattina, si era affacciata prepotentemente alla finestra Granata del mio cuore quella roba là: l'Ansia Pre Partita.
Roba che quando ero piccola, settemila anni fa, era un'ansia gioiosa.
Quando ero piccola.
Quando ero piccola? Settemila anni fa: quando il Toro era il Toro, non 'sta roba.

Mi ero diretta fiduciosa verso lo stadio, fiduciosa nei confronti della spensieratezza che il luogo mi regala nonostante la sensazione di “Oh, come vorrei vedere una partita come si deve ma non credo succederà”.
Detesto quella sensazione di tristezza preventiva, ma è più forte di me e, a dirla tutta, con l'età ho imparato che, invece di farsi travolgere dall'onda, è meglio immergersi in essa seguendone il fluire: diventa più rapido il processo di estinzione dell'onda medesima.
Ero inquieta ed avevo tutte le ragioni per esserla, ma solo dopo avrei capito perché.
Ci sono giorni che nascono e muoiono storti: sabato era uno di quelli.

Mi piace andare allo stadio perché incontro gli amici, prima di vedere giocare il Toro.
Incontro quelli che IO ho scelto come amici, quelli con cui ho fatto un tacito e reciproco patto di amicizia.
Incontro anche i conoscenti. È un piacere, è sempre un piacere scambiare due parole con Fratelli e Sorelle di tifo.
Sabato c'era qualcosa nell'aria, qualcosa di indefinito e tormentato, qualcosa di... strano.
E poi capivo: era il giorno dei suggerimenti non richiesti, delle rotture di cispole, del tuttovastorto, così storto da farmi procedere a tentoni, con lo scazzo sempre in agguato, da farmi camminare come lungo una sorta di Via Crucis – con estremo rispetto parlando – comprensiva della sue Quattordici Stazioni.
Lì in Piazza Grande Torino, e anche oltre, tutto concorreva a rendere complessa la cosa più semplice del mondo: andare a vedere una partita di pallone.

Prima Stazione: mi veniva detto che mi presento allo stadio solo nei tempi delle vacche grasse. (Vacche grasse?)
Seconda Stazione: mi veniva chiesto come mai non scrivessi più per la testata per cui scrivevo prima. (Imbarazzo. Imbarazzo per la stupidità della domanda. Imbarazzo per chi me la pone. Imbarazzo. Imbarazzo e saranno anche fatto miei, no?).
Terza Stazione: rovesciavo la sambuca che offertami da Max. (Goffa, goffa senza possibilità di recupero).
Quarta Stazione: incontravo una persona che ritiene di essere mia stretta conoscente, ma di cui non ricordo neppure il nome. Mi presentava alle persone che lo accompagnavano come se fossimo stati amici di lunga data. Riteneva opportuno, in tale sede, chiedermi di passare ad esso la gestione della “Pagina Infinita” per motivi imprecisati. Gli dicevo: “OK, il prossimo pezzo è previsto per mercoledì 6 febbraio.” Balbettava: “Da-dav-davvero?” Gli rispondevo: “Stoca, caro!” Suonavano entrambi i miei cellulari - benedetti aggeggi – e salutavo cercando di proseguire per la mia strada.
Quinta Stazione: la Stefi da una parte e mio figlio dall'altra, con malcelato nervosismo, mi dicevano: “Dai, si sta facendo tardi.” Avevano ragione.
Sesta Stazione: mi fermava un Fratello di tifo per chiedermi da accendere. Facevo per indicare le cuffiette nelle orecchie, ma – cazzo – non le avevo.
Settima Stazione: mi cadeva il biglietto e temevo di averlo perso. Lo ritrovavo. Mi spuntavano undici nuovi capelli bianchi.
Ottava Stazione: facevo l'ennesimo discorso alla Nazione (*) e la Nazione era composta dalle persone di cui alla Quinta Stazione.
Nona Stazione: mi cadevano le gonadi sentendo i discorsi intorno, che dicevano tutto e il contrario di tutto senza parlare del Toro. I tornelli mi sembravano lontani come le Shetland.
Decima Stazione: superavo i tornelli senza subire alcun terzo grado. Finalmente qualcosa girava per il verso giusto... sbagliato: inciampavo e solo per il miracolo non lasciavo le rotule sull'asfalto.
Undecima Stazione: trovavo l'Amico Davide già dentro lo stadio (e meno male che doveva arrivare più tardi di me) e ci inchiodavamo ai seggiolini. Uh, già: la partita. Me n'ero quasi dimenticata.
Dodicesima Stazione: scaldavo la voce alla lettura della formazione e quasi defungevo per un attacco di tosse.
Tredicesima Stazione: seguivo la partita con un po' di apprensione. Dietro di me un bambino esultava e saltava quando Bianchi entrava in campo, dando il cambio a quelli che avevano esultato e saltato non vedendolo in campo prima. Bianchi o non Bianchi, la partita finiva. Detesto i pareggi, detesto ancor più quelli senza reti. Amo non aver troppo da recriminare. Amo uscire dallo stadio dicendo: “OK, pareggino, però... però il Toro c'è.” E pensando: “Il Toro c'è, ma perché io ho così paura?”
Quattordicesima Stazione: andavo a mangiare la pizza con mio figlio e la Stefi e facevo un altro discorso alla Nazione. Non parlavamo della partita, parlavamo di libri. 

Uno di quei giorni in cui tutto è sciapo, in cui viene voglia di scappare, in cui le certezze vacillano.
Uno di quei giorni in cui mi viene voglia di costringere l'Idea del Toro dentro di me e basta, di seppellirla, di lasciarla da parte.
Uno di quei giorni.
Uno di quei giorni in cui il Toro c'è, ma non ci sono io. Troppo distratta, troppo stanca, troppo poco del Toro.
Troppo poco del Toro? Mumble mumble...

“E dunque?”
“E dunque mi è passata tutta la poesia, Sagliets.”
“Smettila...”
“No.”
“Fai i capricci?”
“No, è che...”
“Che?”
“Che ti ho fregato, faccia di gelato!”
“Ma...”
“Volevo farti provare l'ebbrezza di farti vedere come non sono.”
“Perché, terribile creatura?”
“Perché mi sono stufata degli estremismi, delle sfumature che non vengono prese in considerazione e/o dileggiate, disprezzate, malcagate. Gradisci un tea?”
“Earl Grey?”
“Earl Grey.”




Questa settimana tocca a “The Sage”, EL&P (“Pictures At An Exhibition”, 1971).Triste quanto basta per farmi sentire felice.





Dedico “The Sage” a chi non vuole guardare avanti, sia dopo un evento triste sia dopo un momento felice sia dopo un attimo di tutto ciò che è compreso fra tristezza e felicità.
Per la serie: fichissimo giocare come si è giocato contro l'Inter, ma lasciamo perdere i toni trionfalistici. Lasciamo i godimenti al momento in cui essi avvengono e andiamo incontro a quel che sarà e che sarà come sarà nel momento in cui lo sarà. Il Toro. Il Toro e basta. Anche quando è Torello, anche quando è Torino, anche quando... anche sempre.



(*) Il discorso alla Nazione: ve lo spiego un'altra volta. In questo momento sono occupata ad amare il Toro esattamente com'è.




mercoledì 30 gennaio 2013

Non ci credo!

Celebration Day


Continuiamo a parlare d’amore.
C’è una frase che mi esce spontanea dalla boccuccia quando incontro qualcuno davanti allo Stadio: “Non ci credo!”
Sono le tre parole che precedono l’abbraccio che vede come protagonisti me medesima e un Fratello o una Sorella. Poco importa che io sia in un luogo specifico, ad un’ora specifica (e concordata), in attesa di una persona specifica. Quando il detentore delle specifiche si palesa, io dico così: “Non ci credo!”
Non v’è nulla di scaramantico o automatico in tutto ciò... forse è solo la verbalizzazione di quello che si spera di vedere in campo, forse è un legame quasi parentale con lo stupore - che si rinnova OGNI santa volta - che sgorga prepotente quando, salite le scale, occhieggia il campo e sì: siamo di nuovo qui, nei secoli dei secoli, amen.

Qualche partita fa, per esempio.
Ci eravamo scritti parecchio durante la settimana, Davide e io.
“Vieni alla partita, caro?”
“Sì, ci vediamo là un’ora prima, cara?”
“OK, perfetto. SFT”
“FTSFT”
Arrivo lì molto prima del previsto per rosicchiare un panino stando in perfetta solitudine su una panchina e ascoltando un po’ di musica, muovendo le mandibole a ritmo per cercare di non perdere neppure un suono del mio esclusivo mondo felice: quello in cui gli occhi guardano quello che l’universo propone e le orecchie ascoltano quello che io scelgo di ascoltare.
Mi si parano davanti tre tomi. Anzi: un tomo e due tome (no, i formaggi non c’entrano). Mi si parano davanti e mi parlano. Con un gesto inequivocabile indico le cuffiette nelle orecchie. Con un gesto inequivocabile il tomo mi prega di toglierle per ascoltarlo.
“Mi*chia santa, evitare di rompere le palle no, eh?” Penso.
“Sì?” Dico.
“Possiamo lasciarle un volantino?” Dice il tomo con un sorriso che mi disturba ancora più del tono mellifluo della sua voce.
“Per un’automobilina?” Rispondo cercando - senza riuscirvi (eppure a me veniva da ridere, vabbe’...) - di essere spiritosa.
“Eh?” Replica il tomo, a cui compare un punto interrogativo sul crapone.
“Ciuppa. No, grazie, sono pagana.” Dico con inaspettata dolcezza, una dolcezza che colpisce nel profondo pure me, la Signora Acidità.
“Uh, davvero?” Insiste il tomo.
“Ciao.” Risponde la Signora Acidità, reimpossessatasi di se stessa.
Cuffiette nelle orecchie.
Pace.

Finisco panino e birra, mi avvio verso il luogo dell’incontro.
Dopo un po’ arriva Davide.
“Ciao!” Mi dice sorridendo.
“Siamo proprio tutti uguali,” penso, “quando arriviamo allo stadio abbiamo ‘sta faccia da bimbi in gita scolastica... che spettacolo!”
“Non ci credo!” Gli dico allargando le braccia per dargli il benvenuto, per ricevere il mio benvenuta.
Qualche chiacchiera e poi via verso il campo.
Lungo il percorso cambiamo allenatore otto volte, facciamo dodici formazioni diverse, ci tuffiamo quattro volte nel passato... e siamo già oltre i tornelli.
“Ehm, Davide... io salgo sempre da questa parte...”
“Anche io, Silvia... mi ricordo che una volta ero salito da un’altra parte ed era finita in tragggedia...”
“Bene: le cattive abitudini vanno evitate...” Per scaramanzia, evitiamo accuratamente di pronunciare e perfino di pensare alla parola scaramanzia.
E poi saliamo le scale.
Vedo - sì: lo vedo - il fumetto che si materializza sulle nostre teste: “Stairway to Heaven o Highway to Hell?”, ma infine è il verde e il Granata e le facce, tutte uguali e tutte diverse, e il freddo pungente, eppure viene voglia di togliersi il giaccone e di correre.

“Ma dove stai correndo, deficiente?” Tuona verso di me una voce possente e per nulla inaspettata.
E ti pareva... mi perseguita. Non bastano le telefonate quotidiane, gli incontri-scontri in redazione... no, deve rompermi le scatole anche allo stadio.
“Oh, Sagliets. ‘zzo vuoi? Non dovevi andare al secondo anello?”
“Io di anelli ne ho tre, per domarli, per trovarli, per ghermirli e nel buio incatenarli, pereppeppé.”
“Vecchio trombone... un po’ di rispetto!”
“Per renderti omaggio sono venuto al tuo cospetto.”
“Seeee... omaggio, ogiugno e pure oluglio. Che cosa vuoi?”
“Ellapeppa, acidona: sono venuto a salutarti, come faccio sempre prima di ogni partita, no?”
“Ah, OK: ciao. Introdurre variazioni sul tema è troppo difficile, eh? Come sei noioso...”
“Teppista!”
“Anche io ti voglio bene, Brontolo!”
“Ci vediamo nell’intervallo?”
“Sì.”
“Ciau.”
“Forza Toro.”
“Sì.”
“Ciau.”
“Forza Toro.”
“Sì.”
“Ciau.”
“Ebbbbbasta, mo’!”
Mestamente sale gli scalini e un po’ mi commuovo: penso a quando quegli scalini percorrevamo di corsa e i polmoni se ne fottevano, penso a quando quegli scalini non riusciremo più a frequentare e ci faremo ciaociao a distanza e saremo ancora lì, pirla infiniti, a fremere per ogni sobbalzo di cuore.

Sobbalza il cuore quando i Ragazzi entrano in campo.
Dentro di me dico: “Non ci credo!” Forse lo dico anche con la voce.
Davide ed io non riusciamo a staccare gli occhi dal campo.
Anche quando ci guardiamo sorridendo, non riusciamo a staccare gli occhi dal campo.
È come una preghiera, è come star assistendo ad un’unica partita che ha avuto inizio dal momento in cui abbiamo scoperto il gioco del calcio, dal momento in cui ci siamo riconosciuti Granata e da allora niente è più stato lo stesso, al punto tale da aver dimenticato per sempre il prima, se un prima c’è mai stato.
Un’unica partita.
Avrà fine quando finiremo noi.
Anzi, no: continuerà.
Nella stessa maniera beffarda in cui chi muore giace e chi vive si dà pace.

Passano i giorni e arriva.
Inter-Torino.
No, un momento: Inter-TORO.

“Non ci credo!” Ho esclamato al primo gol di Meggiorini.
“Noooooon ciiiiiiiiiiiii creeeeeeeeeeeeeeedoooooooooo!” Ho gridato come un’ossessa al secondo gol di Meggiorini.
Che poi... che poi erano i gol del Toro, i gol del Toro Fenice che risorge dalle sue ceneri e ripresenta barlumi di quel Toro che è... il Toro.
C’era gente che piangeva, c’era gente che ballava la samba, c’era gente che diceva “Non ci credo!”, c’era gente che diceva: “È il Toro. Punto.”
Bel godere, adesso vediamo come va.
È il Toro. Punto.
Sì.


Questa settimana tocca a “Celebration Day” dei Led Zeppelin (“Led Zeppelin III”, 1970). Devo spiegare perché?





Dedico “Celebration Day” agli Accontentisti (grazie, Sagliets, per avermi concesso l’utilizzo di codesto neologismo), ai Tremendisti, ai Superghisti, ai Granatici granitici, a mia mamma e mio papà, a Stanislao Moulinsky, a chi sa fare il mea culpa, a chi si incazza, a chi scende dal biiiiiiip e va a piedi, al tricheco dei Beatles, al theremin di Jimmy Page, a ciò che è e a ciò che non dovrebbe mai essere (cit.), a Flavia, a chi si toglie dalle palle, al Toro. Al mio Toro. Mio mio mio. NOSTRO.




mercoledì 23 gennaio 2013

Alcuni sanno fare ritorno


Qualcosa deve cambiare


Per la gioia dei colleghi, strane urla si levano per i corridoi della labirintica redazione di [testata su cui scrivevo].
“Sagliets? Saglieeetsss??? Ou!!!”
“Che c’èèèè???”
“Ne ho una da 37 minuti e 38 secondi.”
“Eh?”
“Smettila di farmi ‘sti assist, tonto... ciuppa, tra l’altro. 37 minuti e 38 secondi. Ti rendi conto?”
“Uno più uno fa due, due più due fa quattro...”
“... e quattro più ottordici fa polentadue. Allora?”
BRAAAAANG.
“Oh, scusami, Elicottera... qualcuno mi chiama in chat...”
LaSilvia scrive - 37 minuti e 38 secondi!!! Aaaaaaaaaaaaaaaaaah!!!
Sagliets scrive - Ma sarai ben scema...
LaSilvia - Sì! ^_^
DA-DANG-DA-DA-DANG.
LaSilvia scrive - Perché mi chiami al telefono? Tanto non ti rispondo.
Si spalanca la porta: Sagliets.
“37 minuti e 38 secondi che cosa, oscura e rompiballissima creatura?”
“Ancora tu, non mi sorprende, lo sai.”
“You need coolin’, baby...”
“Proprio di questo volevo parlarti: 37 minuti e 38 secondi...”
“... che ti rimangono di vita se non la smetti...”
“Sì, certo. Brr brr, che paura. No, dunque, allora... uh... non posso dirtelo. Torna nel tuo cubicolo. Non posso metterti a parte di certi misteri: non sei ancora pronto.”
“Rompiballe di una rompiballe che non sei altro.”
“Yesssssssssss. Sciò. Vattene. Vattenissimo.”
Sagliets torna nel suo ufficio, sento che borbotta qualcosa al mio indirizzo (“Ma perché proprio a me, Dei degli Inferi?” e roba del genere)... uh, ma quanto è nervoso il giovanotto.
BRAAAANG.
LaSilvia scrive - Hai nominato gli Dei degli Inferi?
Sagliets scrive - Sì, santa donna, sì.
LaSilvia scrive - OK, quando arrivano mandali qui: il tea è pronto.
Sagliets scrive - Smettila!
LaSilvia scrive - No. Li sto aspettando per fargli sentire “Whole Lotta Love”.
Sagliets scrive - Tu sei fuori...
La Silvia scrive - Un po’... è la registrazione (fraudolenta, non dirlo a Pagey, ti prego) di “Whole Lotta Love”, Budokan, Tokyo, 23 settembre 1971... tanta roba.
Sagliets scrive - Quanta?
La Silvia scrive - 37 minuti e 38 secondi.
Sento correre qualcuno nel corridoio
GRIIIIIINCH: la porta del mio ufficio cigola e SBADAMMM! va a sbattere con violenza contro il muro.
I miei ninnoli e le mie ciarabattole tintinnano, i ciapapuer prendono polvere senza fare un plissé.
“Sagliets! Ti pare il caso?” Gli dico con disprezzo. Lo stesso disprezzo con cui lo guarda la combriccola che si è appena materializzata intorno al tavolino a tre gambe: Aleister Crowley, Lucifero e Belfagor.
“Aaaaaaaaaaaah! Pape, Satan, Aleppe!” Urla Sagliets.
“Sssssssssssh! Smettila!” Gli rispondo increspando la criniera.
“Ma... ma... ma...”
“Mama mia, let me go... Amici cari, vi presento il mio amico Sagliets: è nu bravo guaglione, ma si lascia facilmente travolgere dalle emozioni...”
A volte è difficile scrivere, parlare, pensare di Toro.
Non capita solo a me.
Purtroppo.
Mi scrive Beppe: “Mi è successa una cosa strana... da quando abbiamo in squadra  il "blocco- Bari-delle-scommesse" non ho più nessuno stimolo a seguire il Toro... sì, magari leggo se abbiamo preso Tizio o Caio... però la domenica vedo la partita pensando: "Ma se se la sono venduta due anni fa, perché non potrebbero rifarlo??"... tristemente sto pensando di staccare...”
Cioè ormai mi pare tutta una presa in giro... è strana come sensazione. Sai quel coro che dice "sembra impossibile che segua ancora te"? Ecco, ora tutto mi pare assurdo... per anni abbiamo preso in giro i gobbi per la musica del prepartita, per le musichette ai gol e per essere belli allineati. Ora mi sembra di vedere quelle cose da noi... sarò io che cambio, ma da quando seguo il Toro (OK,  dal ‘97 e non dal ‘70) mai mi sono sentito così fuori posto. Ovvio: gli amici ci sono e ci saranno sempre... ma, a parte loro, mi sento spaesato... poi magari passerà, eh? La ‘cosa’ Toro/Bari mi ha dato il colpo di grazia. Peccato...
Ma io spero che torni a galla e sono sicuro che lo farà, ma qualcosa deve cambiare. In Maratona ci si picchia, ci si insulta. Mi ricordo di quando mio padre mi portò per la prima volta in Maratona: era il derby del 3 a 3. Una signora nell'intervallo si avvicinò a noi e gli disse una cosa tipo: "Mica vuole piangere davanti a suo figlio?!? Guarda l'altra curva... sono brutti e si fanno anche male tra di loro. Noi siamo una famiglia... da noi si vince sempre... e ora venite su: due in più sono sempre benvenuti!" Ma come diavolo è possibile... ora nulla è più così... ma appunto, prima o dopo tornerà... è come quando ti lascia la prima ragazza... uguale...”
[N.B. Beppe è nato nel 1991, quando l'ultimo Scudetto stava diventando adolescente.]
A volte è difficile scrivere, parlare, pensare di Toro.
Eppure basta poco perché gli argini si rompano ed esondi tutto questo... amore?
Domenica pomeriggio, mentre improvvisavo danze celebrative per i due gol contro il Pescara, non potevo fare a meno di notare che non ero completamente felice... anzi: non ero spensieratamente felice.
Pensavo già alla prossima partita e anche a quella dopo.
Non ero totalmente nel momento che stavo vivendo.
Non va bene.
L’amore dev’essere spensierato, deve nutrire e non consumare, deve saziare e non creare vuoti.
Forse sono diventata una vecchia brontolona.
A dire il vero brontolona la sono sempre stata... vecchia, ahimè, la sto diventando.
Una vecchia brontolona che non è mai contenta (quando si tratta del Toro).
Una vecchia brontolona che finisce sempre a dire: “OK, diamogli un’altra possibilità...”
Una vecchia brontolona che non ha ancora deciso che cosa farà da grande, ma che sa che questa malattia - caro Beppe, prendi nota - è la cura per chi sa di essere diverso, per chi sa di essere nato nel luogo sbagliato, per chi sa guardare oltre, per chi sa fare ritorno.
“... ritorniamo ai nostri discorsi, dunque. Sagliets, puoi restare se vuoi: gradisci una tazza di Earl Grey?”
Sagliets è terreo. “Ma... ma loro...”
“Loro sono già stati serviti, non vedi?”
“No... dico... loro sono... lui. Lui è Crowley, vero? È un satanista, lo sai? E poi... Lucifero... Belfagor... a proposito che cosa c’entra Belfagor?”
“Boh, ha detto che voleva convincerti a parlare del Louvre in una tua Polaroid, ma che quando si era deciso a farlo ti ha trovato accartocciato su una chitarra elettrica e un archetto da violino e gli son tremate le ginocchia... in ogni caso Crowley non è un satanista e Lucifero ha perso le ali: vuoi ritrovargliele tu? Sai com’è... qui c’è spazio per tutti: buoni, cattivi, circamenoquasi... e qui non si giudica nessuno... ci si siede intorno al tavolo e si prende un tea caldo insieme... vuoi accomodarti o no, dunque?”
“Sì, dai... mi siedo con voi... però poi torno al secondo anello, va bene?”
“Fra un po’, Sagliets, fra un po’...”
Lo guardo sorridendo, mi fa tenerezza: quando si arrabbia si arrabbia duro duro duro, ma non gli manca mai la voglia di rimettersi in discussione (e qualora gli venisse a mancare gliela farei tornare io con due sberle... il caso non si è ancora presentato).
“Scusa, tenebrosa creatura... non avevi detto che volevi farci sentire qualcosa?”
“Sì, certo. Ci pensi tu? Premi quel tasto e ascolta ad occhi chiusi: 37 minuti e 38 secondi passano in un attimo... siete d’accordo anche voi, cari amici?”
Crowley, Lucifero e Belfagor annuiscono, quasi sollevati dal non essere guardati con terrore.
“Whole Lotta Love” si spande nel mio ufficio-sancta sanctorum.
37 minuti e 38 secondi dopo apriamo gli occhi: siamo rimasti solo io ed il mio stimato collega.
“Perché il Toro non può tornare ad essere così, Elicottera?”
“Perché... non lo so. Eppure siamo sempre là, eh?”
“Non riesco a dirgli di no.”
“Io non voglio dirgli di no.”
“Torno nel mio ufficio: ti ringrazio...”
“Grazie a te. Ora togliti dai piedi.”
“Sei sempre la solita, cavolacci!”
Se ne va sbattendo la porta.
Io faccio spallucce.
Apro il volume di Magia Nera che mi è stato donato per lo scorso Solstizio, lo sfoglio distrattamente: sto ancora pensando alle prossime partite e a tutte quelle che mi sono lasciata alle spalle.
Mi domando se davvero me le sono lasciate alle spalle o se, piuttosto, siano divenute le mie ali spezzate, se me le stia portando SULLE spalle, evitando accuratamente di liberarmene.
“Soffrire eternamente pare essere così chic... oppure è un cliché?” Penso e sospiro.
BLIMP.
“Ecchiccazzé ora?”
Sagliets scrive - Ho trovato un biglietto sulla mia scrivania...
La Silvia scrive - Uno solo?
Sagliets scrive - C’è scritta una cosa che vorrei capire meglio: “Sta a te scegliere se il Toro sia un inverno o l’Inferno, sta a te scegliere, sempre.” Secondo te che cosa vuol dire?
La Silvia scrive - Secondo te che cosa vuol dire: “E lo chiedi a me?”
Sagliets scrive - Piccolo terrore che non sei altro... guarda che riconosco la tua calligrafia...
La Silvia scrive - Oh... ah... bofffff... be’... boh.
Sagliets scrive - Eh?
La Silvia scrive - Ciup... no, dai: ascoltami... forse dovremmo prendercela di meno. Per il Toro, intendo dire...
Sagliets scrive - Ma come, zio cane? Come?
La Silvia scrive - Scegliendo di stare per un po’ al freddo e poi di accogliere il tepore di stagioni diverse dall’inverno, piuttosto che incenerirci in continuazione all’Inferno, per esempio...
Sagliets scrive - Non è un po’ troppo lungo questo inverno?
La Silvia scrive - Forse sì, ma tutto sommato... tutto sommato lo viviamo con disinvoltura, dai... sentiamo il freddo e quindi significa che all’Inferno non ci siamo ancora.
Sagliets scrive - Hai di nuovo messo su quella canzone?
La Silvia scrive - Sì.
Sagliets scrive - Perché?
La Silvia scrive - Perché io non ho parole, oggi non ne ho, per dire il mio amore per il Toro...
Sagliets scrive - Io credo che tu ti stia sbagliando...
La Silvia scrive - E lo sbagliare m’è dolce in questo caso...
Sagliets scrive - Forza Toro, Elicottera :-)
La Silvia scrive - Sempre, tonto, sempre :-)
Questa settimana tocca a “Hamsterheid” dei Clanadonia (“Clanadonia - Keep It Tribal”, 2007): cornamuse, tamburi, ritmo. I veri uomini indossano il kilt, dicono in Scozia... 

Dedico “Hamsterheid” alla parte guerriera della nostra anima.




mercoledì 16 gennaio 2013

Io vi accuso

The End


Fermo restando che mai nulla priverà il mio cuore di tutto ciò che il Toro o, più precisamente, l’IDEA del Toro ha regalato ad una vita che, altrimenti, sarebbe stata altrettanto bella, ma sicuramente più povera.


Fermo restando che l’IDEA cresce e cresce e cresce (sempre più spesso accompagnata dalla rabbia).

Fermo restando che del Toro sono e del Toro rimango.

Fermo restando un monte di belle parole... io vi accuso.

Io vi accuso di aver tentato e di continuare a tentare di distruggere un’IDEA.

Bravi furbi: andate ad acchiappare ratti, va’.

Porto a testimoniare Ornella.
“Ho 65 anni, tifo Toro da quando ero bambina, anche mio marito è del Toro anche se... anche se ormai è più contento quando perdono i gobbi che quando vince il Toro: entrambi gli eventi si verificano troppo sporadicamente. Mai più avremmo immaginato di arrivare a questo punto.”

Porto a testimoniare Giulia, mia figlia, 8 anni.
“Quando posso tornare allo stadio?”

Porto a testimoniare Davide, mio figlio, 13 anni.
“Mamma, raccontami ancora una volta di quando il Toro era il Toro.”

Porto a testimoniare Franco.
“Ho 76 anni, tifare Toro è stata la mia costante nella vita, oltre al caratterino e all’onestà. Prima di morire vorrei vedere un altro Scudetto, ma non succederà. Preferirei veder sparire il Toro improvvisamente piuttosto che continuare ad assistere a questo scempio che lentamente sbiadisce il significato del mio tifo. Ho già perso il Toro una volta, quando ero bambino, ma non era colpa di nessuno: la Natura a volte è tragica.”

Porto a testimoniare Sergio.
“Ho 35 anni, come potrei fare il tifo per un’altra squadra?”

Porto a testimoniare la Stefi.
“Ho 47 anni, tifo Toro e ho le gonadi sul punto di esplodere. Mi hanno rubato la voglia di chiederti: “Novitàààà?” nell’incipit della telefonata quotidiana. Mi hanno fatto venire paura delle risposte che potresti darmi. Forse era meglio quando c’erano solo domande.”

Porto a testimoniare Andrea, 8 anni.
“Io oggi metto la maglietta del Toro, non mi importa se avrò freddo.”

Porto a testimoniare Flavia.
“Ho poco più di 40 anni e del calcio nulla so. Ti leggo e mi rimane qualcosa dentro. Mi viene ormai spontaneo informarmi sui risultati del Toro e pensare a come ti sentirai.”

Porto a testimoniare Mauro.
“Ho 45 anni e non ne posso più. Ci vediamo allo stadio domenica?”

Porto a testimoniare me stessa.
Che cosa è il Toro ormai?
Per quelli che lo guardano da fuori: un simulacro.
Per quelli che ci vivono dentro (esclusi quelli che, nel corso dei decenni, l’hanno stuprato: il mio J’ACCUSE è per tutti voi): brodo primordiale.
Per quelli a cui è rivolto il mio J’ACCUSE: ne valeva davvero la pena? Valeva davvero la pena ammazzare un bacino di emozioni così grande? Siete sicuri di aver portato a termine il vostro assassinio? Rido. Rido di gusto. La logica del denaro? Ah, già... quella che “No, il Comunale non si chiamerà Grande Torino, bensì Oreficeria La Carota: che sponsor! Applaudite tutti!”
In ogni caso... ci penseremo NOI a chiamarlo con il suo vero nome: siamo IDEAlisti.
Che marea di pirla, vero?
No.
Provateci voi.
Provateci voi a chiamare la Mafia con il suo vero nome.
Difficile, eh?

Io vi accuso.
E un po’ vi ringrazio: se non ci foste voi, non avrei provato così tanto gusto a rimanere quella che sono.
Con i miei difetti, con i miei compromessi, con la mia voglia di rinunciare, con la mia voglia di fuggire, con le mie contraddizioni.
Parte tutto dal cuore, “cari” voi, tutto dal cuore.
“Ma col cuore non si mangia!” direte voi.
Non sapete ancora nulla della vita.
Io non ho niente da insegnare a nessuno, sia chiaro... so per certo che senza sogni non si va da nessuna parte.

Io vi accuso.
Vi accuso di aver lasciato solo Davide prima della partita contro il Siena.
Siamo entrati insieme e poi l’ho visto partire, lento e determinato, andare verso il campo, rimanere a guardarlo.
Davide, Amico mio... no, non mi si è stretto il cuore: ho provato un orgoglio infinito vedendoti lì solo.
Perché NON eri solo.
Eri con Ornella, con i miei figli, con Franco, Sergio, la Stefi, Andrea, Flavia, Mauro, me.

Io vi accuso di non capire e non per vostra possibile imbecillità.
Io vi accuso... io non sono nessuno.
Forse.

Ci sono leggi universali a cui non si può sfuggire.
La forza di gravità.
La matematica.
La poesia.
Il Toro.

Vi fa ridere? Bene: mi fa piacere fare la pagliaccia.

“E alla fine l’amore che ricevi è uguale all’amore che hai dato.”
Anche questa è una legge universale.
E vale anche per la me*da, sia essa tangibile oppure concettuale.
Tante belle cose e forza Toro.




Questa settimana tocca a “The End” dei Beatles (“Abbey Road”, 1969): da lì ho tratto il mio virgolettato poco più in altro.
“E alla fine l’amore che ricevi è uguale all’amore che hai dato.”
Non ho nulla da aggiungere.





Dedico “The End” al fatto che non c’è mai fine.
Non c’è mai fine alle porcherie che abbiamo visto e continueremo a vedere.
Non c’è mai fine all’IDEA.
Non c’è mai fine all’essere così scoglionati da dire BASTA e poi arrivare là, allo Stadio Oreficeria La Carota, e sentire battere forte ‘sto cuore.
Provateci voi e poi sappiatemi dire.




mercoledì 9 gennaio 2013

Stordita e confusa

Ah, l'amore...


Quarantotto ore si erano già messe fra me e il Natale e non avevo voglia di andare in ufficio quella mattina.
Faceva freddo, era buio, i bagordi dei pranzi del 25 e del 26 stringevano il fegato in una morsa che avrebbe avuto bisogno di letto, piumone e cuffiette dell’iPod nelle orecchie.
Eppure non avevo voglia di ascoltare musica.
Non avevo voglia di camminare, di prendere la metro, di stare in mezzo alla gggente, di parlare, di cantare, di pensare.
Non avevo neppure voglia di pensare al Toro.
Soprattutto non avevo voglia di andare in ufficio.
L’unica cosa che mi faceva un po’ sorridere era che, dopo l’ufficio, avrei fatto un salto in redazione per recuperare alcuni papiri su cui stavo lavorando prima dei bagordi.
A dirla tutta... non è vero che l’idea mi facesse sorridere: non avevo voglia neppure di andare in redazione, sorridere poi... uh, che fatica.
Avrei voluto stare con i miei figli.
Meglio non pensarci.

C’era nebbia. Tanta. Mi piace la nebbia.
Quella mattina la nebbia mi sembrava inopportuna e fastidiosa, mannaggia a lei...
L'iPod scalpitava nella tasca del giaccone. “Stai buono, per oggi non ce n'è...”, pensavo totalmente priva di emozioni e per nulla disposta ad ospitarne.

Il caffè. Sì, ci voleva un buon caffè.
Meravigliosa bevanda: titilla tutti i sensi e, dopo averne bevuto, il mondo sembra migliore.
Col cavolo: il mondo era sempre nebbioso e grigio e palloso.
Via verso la metro, i miei passi rimbombavano sul marciapiede.
“Ma che catso di rumore faccio quando cammino? Sembro una papera con delle maracas al posto delle zampe...” pensavo.
Più semplicemente non sono abituata a camminare senza cuffiette nelle orecchie, preferisco lasciare il mondo FUORI.

“Che suono sgradevole... Sagliets ha ragione: dovrei limitarmi a svolazzare... da quando ho fatto insonorizzare i ricci il volo silenzioso è una splendida realtà... ”

[ndr Qui decido di passare dall'imperfetto al presente perché il 2013 è l'anno in cui farò la rivoluzione. Soprattutto dentro di me.]

Continuo a camminare accompagnata dal rumore dei miei scarponcini sull’asfalto e con l’andatura di un panzer: dolce creatura... e intanto penso, rimugino, sono in loop sul pensiero che non ho voglia di fare una beneamata cippa.
No musica, no pensare, no Toro, no tutto.
“Disciplina, ci vuole disciplina... non cedere alle tentazioni, per oggi non farlo, prova a creare il silenzio totale dentro di te...” ripeto come un mantra.
Sincronizzo il respiro sul ritmo del mio mantra e mi sembra di percepire un po’ di quiete, un po’ di pace.
Sì, sto riuscendo a fare il vuoto interiore ed è una strana beatitudine.
Protetta dalla sorta di nirvana in cui mi sono immersa, procedo verso la metro.
Un tizio davanti ad un portone, però, mi guarda con gli occhi spalancati.
“Gli faccio paura, mu-ha-ha-ha!” penso.
Sbagliato: ha visto il mio cappellino Granata.
Quando gli sono ad un tiro di schioppo, egli con voce stentorea dice: “Forza Toro!”
Non ho il tempo per pensare “Disciplina, ci vuole disciplina... non cedere alle tentazioni, per oggi non farlo, prova a creare il silenzio totale dentro di te...” che sento le mie labbra aprirsi per pronunciare un “Sempre!” altrettanto stentoreo che sbuffa come un fumetto perdendosi nella nebbia e non so se sia solo l’effetto “Siam tutti draghi” tipicamente invernale o se quello sbuffo di vapore sia un alito della mia vita che si scioglie nel mondo, una piuma di anima che va perdendosi... o quel che mi viene da definire ‘amore automatico’.
Forse non è un bene che l’amore diventi automatico.
Forse non è un bene usare gli aggettivi (a volte).
Forse non volevo pensare al Toro, ma meno male che il Fato mi ha messo sul cammino qualcuno che mi scuotesse dal torpore.
Ho sentito di nuovo scorrere la linfa della vita nelle vene ed ho tirato fuori l’iPod. “Randomizza come si deve, aggeggio” gli ho detto ed è partita, fulmine nel buio, “Heartbreaker”: amo il mio iPod... è più empatico di tanti essere umani, me compresa.
A volte ci si deve rassegnare, ove per “rassegnarsi” intendo dire “accoccolarsi mollemente negli anfratti dell’anima che più caratterizzano la propria quintessenza”.
Rassegnata, dunque, son giunta alla fine della giornata: pensando al Toro, ascoltando la musica, passando dalla redazione dove...

“Ma chi catso ha lasciato tutte le luci accese?” sbotto, chiudendo fragorosamente la pesante porta di legno. “C’è qualcuno?” chiedo ad alta voce.
Mi risponde un indecoroso stridore, un rumore che sembra provenire direttamente dal reparto di gastroenterologia dell’ospedale qui vicino, un suono come di diavoli torturati, di scoiattoli spremuti, di apocalisse vicina.
Con un non tanto vago timore vado verso la fonte di quel “suono”... proviene dall’ufficio di Sagliets.
La porta è socchiusa. Sbircio e basisco. Imbraccia una chitarra elettrica: ohibò. Ha il braccio destro proteso verso l’alto e in mano stringe... un archetto da violino.
Suda, si agita, ha i capelli scompigliati, gli occhiali appannati.
“Nooooo...” penso. “E allora che cos’è tutto ‘sto casino, Sagliets???” dico a voce alta, invece.
“Aaaaaaaaaaaaaaaah! S-ciopa, disgrasia!!! Ma ti pare il modo????” mi ruggisce addosso.
“Ma insomma! Mi hai spaventato a morte con ‘sta... musica d’avanguardia, chiamiamola così. Che cosa stai facendo, buon uomo?” gli chiedo, anche se inizio a sospettare qualcosa...
“Doveva essere una sorpresa, ma temo di non riuscire... mi sento stordito e confuso...” mormora afflitto.
“Una sorpresa? Per chi?” chiedo.
“Per te, odiosa creatura...” sibila fra i denti.
“Uh. Eh?”
“Ciuppa. Ascolta: te lo spiegherò come se tu avessi due anni.”
“Pappa, nanna!”
“Bene, vedo che ti sei predisposta mentalmente. Ascolta, piccola peste: la chitarra e l’archetto non ti dicono niente?”
“Trattandosi di te no, ma se...”
“Dai che ci arrivi... quando pubblichi la tua prossima Pagina Infinita?”
“Il nove gennaio.”
“... che è...”
“... il compleanno...”
“... di...”
“Jimmy. Pagey.”
Sto piangendo. La gola è chiusa dal magone, dal magone bello. “Maledetto, Sagliets, questa volta hai superato te stesso...” penso.
“Le creature delle tenebre come te non piangono, orsù...” dice sorridendo.
“Ma tu... ma lui... ma la chitarra... ma l’archetto... ma la mia prossima Pagina Infinita... ma il compleanno... ma il nove gennaio...” deliro.
“Sì, Silvietta, volevo prepararti il benvenuto su [testata su cui scrivevo] nel 2013... mi ha colpito il fatto che saresti tornata a scrivere la tua ‘Pagina infinita’ proprio il nove gennaio... be’, togli l’aggettivo: mi hai insegnato tu che spesso non servono... che cosa rimane?”
“Pagina.”
“Dillo in quella che sembra essere la tua vera lingua...”
“Page.”
“Vuoi aggiungere qualcosa?”
“Happy birthday, Jimmy...”
“Brava ragazza. Hai compreso il motivo di tutto quel fracasso, ora?”
“Sì.”
“Non hai nient’altro da dire?”
“Grazie, scemo.”
“Prego, cucumerla.”
Rido fra le lacrime e sono un po’ felice e così riesco a cancellare in parte dalla mente che tra poco...

… inizia il calciomercato: la stagione di maggior incazzatura per il tifoso Granata.
Vogliamo parlare d’altro? Della primavera imminente (be’, più o meno), del prossimo viaggio estivo, del futuro ed entusiasmante foliage autunnale? Oppure vogliamo pensare alla prossima partita? Contro il Chievo il Toro ha vinto, anche se l’influenza a casa mia ha fatto molti più gol... e ho questa voglia di andare a sbattere il naso contro freddo, sofferenza, abbracci, parole, quella roba lì... ma prima la partita a Catania.

La partita a Catania. Archiviare. Subito. Non ho voglia di incazzarmi, non oggi: ho cose più importanti a cui pensare. Cose più importanti del Toro? Oh, sì... tu: vedi di rimetterti in sesto rapidamente, OK? Tu che ti riconosci in queste mie parole, tu che sai chi sei: sempre. Tu sai sempre chi sei e quindi... quindi non farmi scherzi, chiaro? Tu che mi hai insegnato il Toro... be', non farmi scherzi. In questi giorni in cui sei lontano da giornali e tivvù... be', ti racconterò io che cosa succede intorno al Toro... anche se dovrò fare ampio esercizio di fantasia, visto che non succede un bel cavolo di niente...



Questa settimana tocca a “Dazed and Confused” (originariamente sul primo album dei Led Zeppelin del 1969; il video linkato sotto fa parte della performance tenuta presso la Royal Albert Hall esattamente 43 anni fa, 9 gennaio 1970): buon compleanno, Mister/Master Page.



Dedico “Dazed and Confused” a chi si sente stordito e confuso da questi anni di Toro, a chi pensa di essere candido come un agnellino e invece..., a me che ho bisogno di pensare a cose belle, a Jimmy Page che - pur avendo preso in prestito il brano da Jake Holmes - ha saputo ricrearlo e dargli nuova luce e nuova ombra cambiandone le dinamiche, al mio amico Davide che l’altra sera mi ha chiesto: “Che cosa sta succedendo al Toro?”, di nuovo a me stessa che gli ho risposto: “Sta succedendo che troppi anni di merda hanno finito per intrecciarsi (indelebilmente?) con l'idea. Sta succedendo che nonostante tutto abbiamo ancora voglia di andare a tifare per loro. Forse se TUTTI dicessimo di no qualcosa potrebbe cambiare. Ma non succederà mai. Io sono troppo hippy per rinunciare all'amore. Anche se è un amore malato. Anche se è un amore pulito. Anche se è un amore che fa male. Boh, tanto del Toro siamo e del Toro rimaniamo. E non so se sia giusto. Ma l'amore è giusto? No: è oppure non è. E quindi... e quindi. FTS”.