mercoledì 8 maggio 2013

La mia bolla

SFT (disperatamente e con un filo d'allegria)


Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla.
A volte vorrei non uscirne mai ma - ahimè - mi tocca di guadagnarmi il pane, gestire umani affanni, fare cose (cucinare, mangiare, dormire, interagire, varie ed eventuali).
Eppure nella mia bolla si sta bene.
La mia bolla di musica.
Indosso le cuffie, faccio scorrere veloce le dita sullo schermo dell’iPod, scelgo, chiudo le saracinesche.

Domenica strana.
Davide sta partecipando alle Olimpiadi di Matematica - oh yeah, è un piccolo genio, tié - e mi manca la sua presenza, spesso silenziosa e sempre densa di significati. Giulia approfitta della sua singolarità filiale per cuccarsi doppie attenzioni.
L’atmosfera è serena, idilliaca, ma manca qualcosa.
Finito il pranzo il coniuge (milanista...) decide di fare un pisolo e, gentilmente, chiede: “Mi svegli dieci minuti prima dell’inizio della partita, per favore?”
“No.” Rispondo secca.
“Ma... capito: sono iniziate le belligeranze...” Dice sorridendo.
“Oh già.” Replico con la voce di Gollum.
Ecco che cosa mancava: il mio lato oscuro, quello in cui tutti diventano il nemico.
Il mio lato oscuro... quello che coincide con la parte più profonda della mia modalità “Io sono del Toro”.
Vabbe’.

Intanto non riesco a tenere a bada la mia irrequietezza: decido di ciacolare via SMS con la Stefi.
Apro le danze inviandole la formazione ufficiale dei nostri e mi risponde...
- Un pari lo strappiamo.
- In questo momento sono avvinta dallo sconforto e non so perché, Stefi...
- Forse perché sei lucida?
- Non lo so, vecchia ciabatta... è qualcosa di profondo che è salito a galla e riguarda... non so bene che cosa. Boh.
- Quando vorrai mi spiegherai meglio, mistica.
- Più che altro... quando SAPRÒ verbalizzare le mie sensazioni.
- Esatto! Mens sana...
- … in corpo da rottamare.
- Ma va là... vecchio miocardio Granata! Rivediti le foto che ti hanno fatto prima del derby: la chiamavano El Grinta, zio cane!
- Ufffffff... mi viene da piangere...
- E va bene: lubrifica gli occhi. TU lo puoi fare a testa alta.
- Smettila. Forza Toro.
- Sempreeeee! Concentrati: anche oggi è una battaglia!
- Io volevo fare la fornaia, non la guerriera.
- Non saresti stata del Toro.

La Stefi mi scrive questa cosa e per un breve (ed eterno) attimo vorrei essere nella mia bolla.
Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla.
Però sta per iniziare la partita e allora... la bolla può aspettare, io no.

Sveglio il consorte all’ora X e ci disponiamo in campo... cioè in casa: il Milan in sala, il Toro in cucina.
La partita inizia e, dopo qualche minuto, Giulia decide di lasciarmi sola con i miei bestemmioni, vagando per casa incerta sul da farsi.
Durante il primo tempo ricevo SMS dal figlio: “Come stiamo giocando?”
Gli rispondo: “Siamo stati pericolosi in due occasioni. Per il Milan chiedi a papà ;-)”
Finisce il primo tempo.
Intervallo.
Ricongiungimento familiare con il coniuge che, cortesemente, mi offre un bicchiere di aranciata... sdegnosa, rifiuto l’offerta.
“Ti ha scritto Davide?” Gli chiedo.
“Sì, guarda...” Mi mostra l'SMS ricevuto dalla bella creatura che abbiamo fatto insieme: “Come sta giocando il Milan?”
Sorrido. Sorrido tanto. Sorridissimo. Più che un sorriso è un ghigno trionfale, a dire il vero.
“Sei riuscita a portarlo dalla tua parte, dunque...”
“Moi? No no no: ha scelto lui... anche se non sono così sicura che abbia fatto la scelta migliore...”
“Vacilli?”
“Mai: ti stavo ischerzando, ciacciaccero-ciaccià. Adesso fila, su: inizia il secondo tempo.”
Mi spernacchia e si avvia verso la sala.

Il secondo tempo.
All’ennesima nostra sfiga, la Stefi commenta così: “Ho finito le bestemmie.”
All’alba degli ultimi minuti di gioco mi permetto di dare voce alla mia paura: “Ho il panico da fine secondo tempo.”
E poi accade. Accade la solita roba. Quella roba che sta diventando un’abitudine. Un’abitudine a cui mi ribello, mi ribello, mi ribello, ma è uno di quei casi in cui la ribellione non serve a nulla: è il “Toro”, baby...

Non rispondo più agli SMS, alle telefonate, mi chiudo nel silenzio, priva di qualsiasi sentimento, sensazione, sentire.
Imbraccio la chitarra e arpeggio “Bron-Yr-Aur”: ecco la mia bolla.
Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla.

Anche il giorno prima ero nella mia bolla e nulla poteva farmi male.
Laura ed io finalmente in Collina insieme.
Prendere il trenino insieme.
Arrancare sulla salita insieme.
NON scattare alcuna fotografia insieme.
Camminare verso la lapide insieme.
Guardare l’orologio insieme.
Sospirare insieme.
Trattenere una lacrima insieme.
Andare a Superga fa sempre male, in qualsiasi giorno dell’anno, ma è un male che non fa male: va oltre.

Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla... ma dal momento che la mia vena masochista sembra essere inesauribile, sto lucidando gli artigli per mercoledì sera... uh, mercoledì sera è QUESTA sera.

La scorsa notte ho sognato Toro-Genoa.
Ho sognato che i Ragazzi avevano perso la speranza e la voglia ed avevano deciso di giocare facendo finta di essere bambini in un cortile polveroso, felici e contenti di avere finalmente un pallone vero. L’atteggiamento di sana follia dei Ragazzi lasciava basiti ed impreparati i rossoblu e tanto bastava per essere tutti felici e contenti alla fine della fiera.
Il Toro vinceva perché non aveva nulla da perdere, insomma.
Mi sono svegliata stranita come i rossoblu del mio sogno, realizzando una volta di più che pensavo fosse masochismo invece era ammmore.

In redazione c’è agitazione: chi per un motivo e chi per un altro, c’è poca voglia di scrivere. Scrivere di che cosa, poi? Sembra che si possa solo stilare un elenco di follie e di sfighe e tutti quanti ne soffrono un po’.
“A volte l’amore è davvero brutto, eh?” Gli chiedo mentre verso il tea.
“Che cosa vuoi che ti dica, Strega...”
“Dimmi che cosa devo fare... io non so più che cosa raccontare... sto iniziando ad annoiarmi pure io a forza di parlare dei miei figli, Sagliets...”
“Non hai pensato che parli dei tuoi figli perché sono l’unica cosa che sta crescendo nel Toro?”
La pesantezza delle parole di Sagliets mi dà le vertigini e nascondo il volto fra le mani, coricandomi sul divano.
Sagliets rimane spiazzato dal mio ennesimo momento di sconforto. “Hey, Silvietta... non fare così, dai...”
Silenzio.
Silenzione.
Silenzissimo.
Che pace: mi sono addormentata.
Sagliets mi mette addosso la coperta Granata e lentamente esce dal mio antro.
Chissà se sognerò di nuovo il Toro che vince e se riuscirò ad entrare nel mio sogno e magari a non uscirne più...



Questa settimana tocca a “Ten Years Gone” (Led Zeppelin, “Physical Graffiti”, disco 2, lato A, prima traccia). “Hai mai avuto bisogno di qualcuno, e di averlo desiderato tanto?”





Dedico “Ten Years Gone” a chi ne ha le scatole piene, eppure... eppure.




mercoledì 1 maggio 2013

E com'era finita?

C'è.


Qualche anno dopo.

Esita.
Non dev’essere facile per lui.
Non lo è per me, per me che sono abituata.
Io sono abituata ad essere me stessa, lui... oh be’, mi ama, lo sento, mi ama, pur tuttavia... forse a volte gli piacerebbe avere una mamma meno hippy, meno strega, meno testarda, meno... meno.
Esita, ma poi apre la porta.
“Cavoli, mamma! Com’è pesante! E... ooooooh...” Gli si mozza il fiato, proprio come la prima volta in cui lo avevo portato in Maratona.
Quanto tempo è passato da allora? Così tanto che non ricordo quasi più il risultato finale...

Sabato mattina, il giorno prima del derby.

“Bambini! Bambiniiiiiiiiiii!!! Andiamo alla Sisport a dare la carica ai Ragazzi?”
“Sìììììììììììììììììììììììììììììììì!!!”
Ci prepariamo, ci vestiamo di Granata, andiamo alla fermata del bus.
Arrivano due ragazzini. Uno dei due, avrà 16-17 anni, mi dice: “Forza Toro.”
“Sempre!” Rispondo.
Ci studiamo un po’ e poi si esprime: “Io sono della Giuve, ma vi invidio. Invidio la vostra tifoseria: voi ci siete sempre, noi... noi no.”
Mi guardo intorno: che cos’è? Uno scherzo? No. Snocciola lodi su di noi. Arriva il bus. Ciao, ciao.

“Allora? Che cosa ne dici?”
“Mamma... è bellissimo... è così...”
“Così?”
“Granata...”
Non riesco a nascondere un sorriso di compiacimento: Sagliets ha fatto quello che gli avevo chiesto di fare e cioè coprire il lucernario con il drappo Granata. Fa sempre un certo effetto intravedere i raggi del sole che non riescono a penetrare quel colore.
“Oh be’, ciccio, potevi immaginare qualcosa di diverso?”
“No, mi sembra di tornare indietro nel tempo, mamma... ti ricordi quando mi hai portato in Maratona per la prima volta?”
“Ci ho pensato quando ho visto la tua espressione di meraviglia...”

Davanti alla Sisport si sta radunando la Grande Famiglia, lentamente, sempre più sonora.
Un signore mi passa accanto, porta una bici a mano.
“Che cosa succede?” Mi chiede con accento napoletano, rotondo e musicale.
“Domani c’è il derby! Siamo venuti a caricare la Squadra!”
“Le voglio raccontare una cosa... io sono napoletano e tifo per il Napoli, anche se non mi interesso più di tanto... però il Toro mi è sempre stato simpatico.”
“Eh... lo so: il Toro sta simpatico, è la nostra benedizione ed anche la nostra maledizione...”
“Le voglio raccontare com’è andata... io ero un bambino, vivevo a Napoli e manco sapevo dove fosse Torino: sapevo solo che era un luogo lontano. Una mattina ho sentito gli strilloni gridare: ‘È accaduta una tragedia! È accaduta una tragedia! È morto il Grande Torino!’ E io non capivo. Il Grande Torino? Perché Grande? Non capivo...”
Smette di raccontare, raccoglie le idee e poi prosegue.
“Le voglio raccontare che ho fatto una cosa da mariuolo... ho rubato una copia del giornale ad uno strillone e mi sono nascosto a leggere. Da allora il Toro mi sta simpatico... che tragedia, signora... tanti auguri per domani, allora!”
Ci stringiamo la mano, ci salutiamo. Rimango piacevolmente scossa.

DA-DANG-DA-DA-DANG.
“Hey!” Trasalisce.
“Tranquillo, ciccio, è la suoneria del telefono... puoi vedere sul display di chi si tratta, per favore?”
“C’è scritto SAGLIETS.”
“Ah! Bene: scusami per un momento... ciao, tribolazione, grazie per aver messo a posto il drappo Granata... vuoi fare un salto qui?”
Arriva quasi subito. Rapidi convenevoli con mio figlio, si stravacca sul divano. “Allora, Davide, che cosa ne pensi?”
Medita un po’. “Quel drappo... quel drappo mi ricorda la mia prima Maratona...”
“Davvero? E perché?”

Finalmente entriamo alla Sisport: che meraviglia essere parte di questo fiume Granata e fibrillante.
Vedo Chris, lo chiamo, baci, abbracci, foto. Dall’Inghilterra per il Toro. Quasi tutte le domeniche in cui il Toro gioca in quella specie di catino.
Mi presenta il suo amico Scott: anche lui dall’Inghilterra per il Toro. Scott mi racconta che quando era bambino, praticamente ieri (beato lui), dalla TV inglese seguiva la serie A italiana. “Era bellissimo il calcio italiano degli anni ‘90!” Sì, Scott, era bellissimo. Anche il Toro era bellissimo.
Mi racconta soprattutto che già allora aveva capito che la Giuve era qualcosa da evitare: mai sottovalutare la saggezza dei bambini, MAI.
Chiede che gli traduca gli slogan e i canti che poco per volta aumentano di intensità.
Mi sento tanto felice di essere del Toro e di farlo anche parlando in inglese.
Mi sento tanto felice di essere del Toro.

“Perché all’inizio della partita era stato sollevato un grandissimo cuore Granata. Me lo ricordo come se fosse ieri. Sembrava la vela di una strana imbarcazione. Sembrava... sembrava che stesse pulsando. I battiti, però, eravamo noi.”
Sagliets si volta verso di me: “Te l’ho sempre detto: questo ragazzino è molto profondo... complimenti...”
“Complimenti a lui, non a me: io ho solo avuto la fortuna di farlo venire al mondo... comunque grazie, Sagliettauro.” Sorrido. Arriccio perfino il naso per trattenere il pianto.
Si rivolge direttamente a lui: “Davide, che cosa ricordi di quel giorno?”
“Le nuvole grigie, il cuore Granata, la balconata.”
“E com’era finita?”

Mi sento chiamare: “Scusa, tu parli inglese... puoi aiutarmi a capire che cosa dice questo signore?”
Mi presenta un colosso di due metri: viene dalla Norvegia.
“Mi perdoni... ma come mai è qui?” Gli chiedo, consapevole di contravvenire alle convenzionali regole dell’educazione.
Mi racconta che gli piace viaggiare. È già stato a Torino qualche mese fa e si è innamorato della nostra città. Era anche stato a vedere una partita della Giuve ma, al suo ritorno in hotel, il buon portiere notturno gli aveva detto: “Ti spiego: a Torino c’è una sola squadra. Te la voglio raccontare...”
E così il norvegese aveva conosciuto Superga, il Fila, il Toro, ed aveva deciso di tornare.
“Eccomi qui, dunque! E domani c’è il derby!” Mi dice con entusiasmo.
Dea, come sono felice.
Mi viene da ridere... sembra una barzelletta: “C’erano un napoletano, due inglesi e un norvegese...”
Dea, come sono felice.

“Era finita male... ma è passato così tanto tempo che non vale più la pena pensarci e poi... e poi a me non piace soffrire troppo a lungo...” Risponde mio figlio.
Sagliets sorride e si volta verso di me: “È proprio tuo figlio, eh? Non gli piace soffrire troppo a lungo... sono orgoglioso di te, Maga Magò...”
“Anche io di te, tribolazione...”
Mio figlio sta studiando ogni angolo del mio sancta sanctorum e quando si avvede del grande pentacolo che decora il centro dell’ufficio fa un sorriso. “Mamma... un giorno spiegherai anche a me che cos’è la Magia?”
“Non ne hai bisogno...” Gli rispondo.
Sagliets si rivolge di nuovo a lui: “Sai che una volta sono entrato qui di corsa, sono andato a sbattere contro quel leggio e mi sono ritrovato spatasciato per terra, a pancia in su, con quel volume antico sul petto? E tua madre rideva, la sciagurata...”
“Mamma ha sempre avuto uno strano senso dell’umorismo... pensa che una volta, sentendomi arrivare in camera sua, si è nascosta dentro ad un armadio per poi uscirne urlando e brandendo una gruccia... mi ero preso uno spago che non ti dico!!! E lei rideva, rideva, rideva...”

Domenica: giorno di derby.

Luca mi comunica su Facebook di avere sognato che io, Glik e altri eravamo a casa sua. Io avevo dei chiodi di garofano e un bottiglione di liquido arancione.
Intavolo una lunga discussione con Manu e ci riconfermiamo stima, amicizia, affetto.
Scrivo a Davide che ho l’ansia.
Sento la Stefi due volte per telefono.
Guardicchio [testata su cui scrivevo].
Mangiucchio qualcosa.
Vivacchio.
Passano le ore, sembrano minuti: siamo dentro allo stadio.
La Rosy mi presenta Maria: che piacere conoscerla di persona. Chiacchieriamo come se ci conoscessimo da una vita e, essendo del Toro, CI conosciamo da una vita
Mentre manifestiamo la nostra gioia bambina, si avvicina un ragazzo dall’aria smarrita. In un italiano stentato dice: “Io non trovo dove mio posto.”
Gli dico che può parlare in inglese, se vuole. Tira un sospiro di sollievo. Mi racconta di venire dall’Australia. Suo padre è italiano, suo padre è tifoso del Toro, suo padre non viene in Italia da tanto tempo. Mi racconta che suo padre gli ha detto di venire a vedere il Toro e di cercare di non soffrire troppo. Sorrido amaramente, ma sorrido. Lasciamo perdere gli avverbi.
“Forsa Torou!” mi dice prima di dirigersi verso il suo settore. Sì, forza Toro, sempre.

“... però mia mamma piange spesso, sai? Una volta si è commossa per un tramonto in Bretagna, figurati... e avessi visto quando aveva ripreso a suonare la chitarra: una lagna... cioè: se la cavava, eh? Ma c’erano momenti di delirio in cui si chinava sulle corde e le scappava una lacrima... eppure... eppure a me sembra che sorrida sempre. E poi quando ride...”
“Sì, quando ride, lo fa anche con i capelli, vero?”
“Lascia perdere quei capelli, Sagliets... posso chiamarti Sagliets, vero?”
“Certo, ragazzo, certo...”
“Lei ride, ma mai quanto ho riso io quando ho letto i tuoi racconti: quando la facevi volare grazie a quel cespuglio di riccioli... che ridere, Sagliets!”
“Ma dai... tu hai letto i miei racconti?”
“Sì!”
“Posso chiederti che cosa ne pensi?”
“Mi piace leggerti.”
“Ma non ti stufi dopo un po’?”
“No: mi piace leggere. A volte mi dispiaceva arrivare alla fine: avrei voluto che non finissero mai...”
Sagliets ammutolisce.
“Hey, tribolazione... è un bel tipo il mio ‘bambino’, eh?”
“Cavoli... sì.”
Davide continua a guardarsi intorno. Sfoglia i miei vinili: gli sono sempre sembrati oggetti di un mondo tanto lontano e non ha tutti i torti.
“Mamma.”
“Sì, ciccio?”
“Prima stavamo parlando della prima volta in cui sono venuto in Maratona, per quel derby là... ti ricordi che avevamo segnato al primo minuto?”
“Sììììììì!!! E siccome la palla era stata toccata da Bianchi e da Cerci contemporaneamente, sul tabellone avevano scritto che il marcatore era ‘Due del Toro’!”
“E poi, mamma, Marchisio - scusa la brutta parola - si era inciampato ed era stato divorato dal grande Toro che stava sotto la Maratona!”
“E poi, ciccio, era entrato in campo Pulici e aveva segnato tre gol in 3 minuti e 39 secondi!”
“Record, mamma! Record!”
“E poi ti ricordi la voragine, ciccio?”
“Ooooooh, la voragine, sìììì! Ed erano precipitati tutti dentro! Tutti gli strisciati, ovviamente! E allora l’arbitro aveva recitato un rosario, si era pentito per i suoi peccati e ci aveva dato la vittoria a tavolino anche se stavamo già vincendo!”
“E poi era arrivato Capitan Valentino...”
“... si era messo davanti all’arbitro pentito, l’aveva guardato negli occhi, si era tirato su le maniche e...”
“... e poi era andato sotto la Maratona, dove lo aspettavano i suoi compagni di Squadra, e noi eravamo ammutoliti e poi...”
“... e poi li avevamo guardati mentre volavano via in cielo e poi...”
“... e poi era partito quel coro...”
Sagliets ci guarda senza capire.
“Mauretti, noi giochiamo. Ci piace giocare. Solo che facciamo giochi un po’... diversi. Ci piace, in svariati frangenti, immaginare altri universi...”
Rimane immobile e poi... gli spunta un ghigno maligno: “Andate avanti, vi prego: ho come il sospetto che il meglio debba ancora arrivare...”
“Davide, dov’eravamo rimasti?”
“Al coro, mamma!”
“Ti concedo l’onore, ciccio.”
“Vedi, Sagliets, in quel derby in cui accadde di tutto, accadde anche una cosa in più. I tifosi giubbentini, storditi da tutti quegli strani avvenimenti, decisero di approfittare del nostro silenzio per intonare - o meglio: stonare - un coro...”
“Quale, Davide?”
“Oh be’... muovendo le braccia in modo scoordinato e rivolgendosi verso i nostri giocatori si misero a cantare: ‘Come la giuve, voi siete come la giuve, coooooomeeee la giuuuuuve, voi siete come la giuve....’ Ovviamente smisero quasi subito perché noi, ci mettemmo a ridere, TUTTI, a ridere così forte, a ridere così felici, a ridere così sollevati che... le nostre risate li seppellirono e per un attimo ebbero la consapevolezza di essere... banali.”

Cade il silenzio.
Mi alzo, accendo la candela Granata, quella grande, accarezzo la testa di Davide.
Sagliets trattiene il respiro.
Davide riprende la parola. “Nel nostro universo quel mio primo derby era finito male. Ne ricordo ogni singolo momento: ho ereditato anche la memoria da mamma.” Fissa nel vuoto.
“Ciccio, allora non dovresti faticare a ricordarti che cosa ti avevo detto guardando insieme quel grande cuore Granata...” Gli dico sottovoce.
“Non lo dimenticherò mai. Avevi detto che quel cuore non era integro ma era completo. Ti tremava la voce. Come quella volta in cui Chiellini si era inciampato e gli si era incastrato il naso a centrocampo, te ne ricordi?”
“Ovviamente sì... e quella volta in cui...”
I nostri universi alternativi si snocciolano a suon di risate.
Sagliets decide di giocare con noi: “... e quella volta in cui Causio... tu sai chi è Causio, Davide?”
“Ma che domande!!!”
“Scusami... quella volta in cui Causio...”

Il giorno dopo, all’imbrunire.

Forza Toro sempre e... sì: sono devastata.
Ho pianto alla fine della partita e ringrazio Gianni e Paolo per avermi stretta forte.
Ringrazio tanto anche il mio Amico Davide e la Stefi: erano con me e questo bastava a sentire meno freddo.
Ringrazio soprattutto mio figlio che al suo primo derby, coincidente con la sua prima Maratona, ha visto... questa cosa. Lo ringrazio anche per non aver mutato di un solo accento la sua voglia di Toro.
Sono devastata.
Non sono integra, ma mi sento completa e non so quale divinità bestemmiare o ringraziare.
C’è chi non ha più speranze... invidio quelli che hanno perso la speranza: chi non ne ha, non può neppure avere paura.
Io non l’ho persa per cui, dentro di me, c’è spazio anche per la paura.
Oh be’, che provi ad avvicinarsi la paura: sono un osso duro.
Che palle, però... però la mia felicità di essere del Toro è qui, qui in mezzo alla mia cassa toracica. Fa un male bastardo e - non so né come né perché - fa anche bene.
Non so né come né perché e non voglio saperlo.
C’è.



Questa settimana tocca a “Tea for One” (Led Zeppelin, Presence, 1976, ultimo brano dell’album). “Un minuto sembra una vita intera, quando mi sento così”, dice il testo. Quante vite, quante...





Dedico “Tea for One” a:
- Davide, il mio Amico Davide, che è tornato a casa dopo il derby correndo per ventidue minuti sotto la pioggia;
- alla Stefi che non so come tirare su di morale: aiutatemi voi;
- a Lucia. Hey, Lucia... non avere paura, dammi retta;
- a Micaela e alla sua piccola Letizia che ieri è andata in gita indossando la t-shirt del Toro;
- alla mia Giulia che lunedì, come Letizia, ha scelto di andare a scuola vestita di Granata ed è andata a cercare i suoi compagni gobbetti per mettere subito le cose in chiaro;
- al piccolo Andrea che, come Letizia e Giulia, lunedì ha voluto mettere la maglia di Capitan Valentino;
- al prossimo che viene a dirmi che non ci sono tifosi del Toro fra i bambini e i ragazzini: meglio un bel blues che un pugno sul naso o uno sguardo pieno di disprezzo, no?
Infine dedico “Tea for One” al Quattromaggio perché una solitudine così non si può dire.




mercoledì 24 aprile 2013

Ci siamo quasi

I due Davide e il derby


È la voce di mia figlia.
La voce di mia figlia dice: “Io sono della giuve allo 0,000000000000000 per cento.”
Mi vengono i capelli dritti. Impallidisco. La guardo come se stessi guardando un alieno.
“Che. Cosa. Hai. Detto.”
Poi realizzo.
“Erano tutti zero, darling?”
Sorride un po’ preoccupata per la mia iper reazione.
“Be’... mi sembra ovvio, ti pare?”
“Mi hai fatto prendere un colpo.”
Alza le spalle, un po’ offesa... ed ha anche ragione: come posso aver dubitato? Come posso aver avuto paura che lei, proprio lei, potesse essere - anche in minimissima percentuale - una strisciarella?
“Scusami, darling...”
“Non ti preoccupare, mamma... volevo solo farti uno scherzo... forse era uno scherzo brutto.”
“No, no, figurati... solo che sono in APD. Già da due settimane che sono in piena APD...”
“APD?”
“Ansia Pre Derby, darling... ti ricordi quando abbiamo incontrato Davide l’altro giorno?”
“Ma chi? Mio fratello?” Adesso è lei che mi guarda come se io fossi un’aliena.
“No, quagliarula, il mio Amico Davide, il papà di Andrea e Filippo...”
“Aaaaaaaaaaaaaah! Sì. Quando andiamo a giocare da loro?”
“Presto, darling, presto...”

***********

11 aprile 2013, giovedì

Ciao Caro,
ho appena preso il mini abbonamento per me e per mio figlio. In Maratona. Non chiedermi perché: non lo so neppure io. E adesso me ne sto qui in ufficio, un po’ nascosta dal monitor e un po’ no, a lacrimare per i derby che ho visto in Maratona quando la Storia era diversa.
Spero che non succeda nulla. Spero che i Ragazzi se la giochino dignitosamente. Spero un sacco di cose per cui del Toro sono e del Toro sarò per sempre.
Oh be’, Davide... se ho ripreso a suonare la chitarra dopo trent’anni con risultati non proprio pessimi... perché non posso continuare a sognare di vincere il derby? Oh ca§§o... l’ho detto. Vabbe’. Oggi è uno di quei giorni in cui mi sento più del Toro del solito e non devo aggiungere niente altro perché sai benissimo che cosa voglio dire.
Un abbraccio,
S.
SFT

Ciao Cara,
allora lo faccio anche io in Maratona, ecchecca§§o!!!
D.
FTSFT

Mezz’ora dopo.

Ciao Cara,
fatto.
D.
FTSFT

Ciao Caro,
:’-)
S.
SFT

Ciao Cara,
pensa: sarà la nostra prima volta in Maratona! Abbiamo tempo, lo so, però mi sento come se giocassimo domani. Saranno due settimane molto dure. :-)
D.
FTSFT

Ciao Caro,
te l’ho già detto la scorsa settimana: arriveremo al derby stremati... che figata!
S.
SFT

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Ci conosciamo da una vita, ormai.
Ci siamo conosciuti meglio da quando... no, non da quando abbiamo scoperto di essere entrambi del Toro, no... ci siamo conosciuti meglio da quando siamo diventati genitori.
Ci si incontrava dalle parti della scuola elementare e poi... e poi intorno allo stadio.
Qualche anno fa, su corso Agnelli, con qualche Compagna di stadio, era sera.
Starnazzavo allegramente con le mie amichette Granata, quando mi sentivo chiamare forte.
“Ciao, Silvia!”
Mi guardavo intorno, non vedevo nessuna faccia nota, facevo spallucce.
“Silvia! Sono qui!”
Individuavo il possessore della voce: era Davide.
“Heeeeeeeeeeeeeeeey! Anche tu qui! Che bello!”
Come stai, come non stai, il lavoro, i bimbi, il Toro: le solite cose. Poi ognuno verso il suo settore.
Qualche anno dopo ci ritrovavamo insieme sul campo dopo Toro-Sassuolo a condividere una felicità tanto bambina quanto Granata: immensa.
Gli anni: a volte passano in fretta e forse lo fanno per unire e consolidare i percorsi delle persone.
I percorsi: a volte sono molto tortuosi, ma non importa.
Le prime volte: a volte sono tali anche se non lo sono perché lo sono.
Gli Amici: a volte sono speciali, davvero speciali. A volte se ne perdono per strada, però alla fine è un bene. La qualità, la qualità sopra ad ogni cosa...

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15 aprile 2013, lunedì

Ciao Caro,
sabato pomeriggio sono andata a ritirare i biglietti per la partita contro la Roma (sigh) e i mini abbonamenti. Trulla trulla, a braccetto del mio Davide, ritorniamo verso la fermata del bus.
Decido di dare un’occhiata a tutti i biglietti e…. CA§§O: mi aveva fatto i mini abbonamenti in Primavera. Faceva un caldo porco ma, credimi, mi sono messa a sudare freddo. Torniamo indietro e il titolare dell’agenzia mi dice che ci saremmo sentiti per telefono. Passa il sabato, passa la domenica, passa il lunedì mattino… mi ha chiamato poco fa: tutto a posto. Quindi prepariamoci a questa avventura in Maratona. Lo sai… quelli potrebbero contemporaneamente vincere il derby e festeggiare lo scudetto. So che alcune persone, intimorite da questa eventualità, non si presenteranno allo stadio. È giusto che ognuno faccia come meglio crede. Io – accecata, forse – vedo solo il lato poetico della questione. E ora pensiamo alla Fiorentina, via.
Un abbraccio,
S.
SFT

Ciao Cara,
oggi vado a ritirarli anche io, spero di non avere brutte sorprese... quanto al derby...  mi importa esserci. Con te (senza di te non sarei mai andato). Poi vedremo.
Un abbraccio
D
FTSFT

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Guardiamo la partita insieme, come sempre: mio figlio ed io.
Che bello giocare contro la Fiore... c’è aria di casa.
La Fiore segna. Segna ancora. Segna una terza volta.
Che palle giocare contro la Fiore... c’è aria di casa: perdiamo anche questa volta.
Il Toro segna. Ci guardiamo. Esultiamo in silenzio: c’è gente che fa il pisolino in casa.
Sfido CHIUNQUE a giurare di non aver avuto il pensiero: “Magari... magari...”
Il Toro segna ancora. Ci guardiamo di nuovo. Esultiamo in silenzio ma non troppo: il pisolino prosegue,
Sfido la Sorte comunicando telepaticamente a mio figlio di mandare affanculo la scaramanzia e di concentrarsi sul Toro.
Il Toro segna per la terza volta. Urliamo come dei matti, ci diamo pacche sulla schiena, saltiamo e gridiamo: chi se ne frega del pisolino altrui, che diamine...
Sfido il pensiero maligno che si insinua dentro di me e lo ricaccio giù giù giù nello scomparto dell’anima dedicato a ciò che non voglio sentire.
Eppure è pressante.
Il pensiero maligno.
Quella cosa che ci impedisce di credere fino in fondo.
Quella cosa che ‘tanto adesso ci fanno un altro goal’.
Quella cosa che il goal ce lo fanno.
Quella cosa che... mia Dea, mia Dea, mia Dea...

Mio figlio scuote la testa, gli si velano gli occhi. “Non è giusto, mamma, non è giusto...”
Lo abbraccio: non so - DI NUOVO - che cosa dirgli.
Non so come ci ritroviamo a parlare del derby.
I suoi occhi hanno di nuovo quella fiamma in mezzo alla pupilla: “Non vedo l’ora che sia domenica, mamma...”
Lo abbraccio: non so - DI NUOVO - che cosa dirgli.
Non ho abbastanza parole per dirgli il mio amore e il mio orgoglio... è una delle poche persone al mondo che riesce ad ammutolirmi.
Io mi sento sempre tanto più ganza di lui, Granatisticamente parlando, eppure... eppure sempre più spesso lo vedo così saldo, così sicuro, così Granata da farmi impallidire.
Forse ha davvero afferrato saldamente il testimone in questa corsa ad ostacoli.
Attento, cucciolo mio (sarai il mio cucciolo anche quando mi supererai in altezza... e manca poco), attento: a volte brucia, quel testimone. Brucia, fa male, pesa... ma credo tu abbia capito che, di quando in quando, fa volare.
Fa volare anche quando si è sull’orlo dell’abisso... che roba complicata...

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22 aprile 2013, lunedì

Ciao Cara,
buona settimana pre-derby. Io ho già iniziato a mandare affanculo ogni gobbo che mi si avvicina.
D.
FTSFT

Ciao Caro,
buona settimana pre-derby anche a te. Anche qui i vaffa si sprecano, credo che entro domani avranno capito che non si devono avvicinare. Non vedo l’ora che sia domenica. Sono così scema che se ci penso mi viene da piangere... d’orgoglio. Sono scema scema scema.
S.
SFT

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Chissà quante altre parole faremo da qui a domenica, forse tante, forse nessuna.
Chissà quanta adrenalina produrremo da qui a domenica.
Chissà quanti pensieri penseremo da qui a domenica.
Chissà come staremo lunedì.
Sarà un lunedì come tutti gli altri, come tutti gli altri che vanno da fine agosto-inizio settembre alla fine di maggio.
Sarà un lunedì in cui ci sentiremo vuoti e pronti a ricominciare.
Sarà un lunedì in cui avremo cose da raccontare.
Sarà un lunedì.
Fino alle 15 di domenica io - comunque - continuo a sognare.
Poi sarà solo tifo.

Faccio un salto in redazione per rilassarmi un po’, ma le dita bruciano e allora pigio i tasti del portatile con furia, mentre lacrime leggere mi tormentano gli occhi.
DA-DANG-DA-DA-DANG.
Guardo il display dell’avveniristico telefono che campeggia sulla scrivania: è Flavia.
“Hellooooooo!”
“Hellooooooooooo! Ti disturbo?”
“No, Flavia, MAI...” Sorrido da un orecchio all’altro quando la sento. “Avevo giusto bisogno di tirare un po’ il fiato...”
“Che stavi facendo?”
“Stavo finendo di scrivere l’articolo per mercoledì...”
“E come sta venendo?”
“Non lo so, Fla’... io scrivo, poi leggo. Dopo. Molto dopo. E mentre scrivo mi lascio attraversare da tutte le emozioni... è un’esperienza quasi medianica, ogni santa volta...”
“Che meraviglia! Non vedo l’ora di leggere quello che hai scritto!”
Mi emoziono un po’ e poi si parla di incantesimi e fasi lunari e gente strana e soluzioni e... con violenza si spalanca la porta del mio antro: e te pareva...
“Tesoro, ti saluto: si è appena palesato Sagliets... con malagrazia, tra l’altro...”
“Perché tutto cambi nulla deve cambiare! Ciao, bella!”
Saluti, baci, miele.
Sorrido al pensiero di questa Amica così speciale, aggrotto le ciglia rivolgendomi a Sagliets: “Hai mai sentito parlare del concetto di ‘bussare’?”
Alza gli occhi al cielo, ma è di buon umore: meno male...
“Ciao, Jimma! Che cosa fai? Dove vai? Quale? Perché?”
“Sagliets, zio barboncino... che cosa vuoi??? E poi... Jimma?”
“Ma sì, dai, ridi una volta! Sono venuto a renderti omaggio e a chiederti se hai voglia di suonare la chitarra per me... mi fai ascoltare qualcosa?”
“No.”
“Cactus. Vabbe’... in realtà volevo chiederti un’altra cosa... perché in Maratona? Perché dopo tutto questo tempo?”
“Perché...”
Sospiro. Come posso spiegargli la mia vita di una vita fa? Questa volta, però, non posso più eludere la domanda, temo... questa volta non posso tirarmi indietro. “Sagliets, metti su l’acqua per il tea. Metto a posto la chitarra e... e provo a raccontarti...”
Gli snocciolo a voce bassa i motivi per cui, ad un certo punto della MIA storia, ho abbandonato la Maratona, ho abbandonato lo stadio. Intanto il bollitore ha fischiato, abbiamo riempito le tazze, abbiamo lasciato che il tea colorasse di tramonto l’acqua bollente, abbiamo bevuto, ho parlato, mi ha ascoltato. Finché non è caduto il silenzio.
“Conserva queste parole per te, solo per te, per favore...” Gli dico mentre mi asciugo le lacrime.
“Come ti senti, Silvietta?”
“Vuota e pronta a ricominciare, Mauretti. E tu?”
“Io? Io vorrei ascoltarti suonare la chitarra.”
“OK... ‘That’s the Way’: sei pronto?”
“Sì.”


Questa settimana tocca a “That’s the Way” (“Led Zeppelin III”, 1970, terza traccia, secondo lato). Dedico “That’s the Way” a tutti perché... è bella.





Sono settimane in cui sono stremata da anni e non farei a cambio con nulla al mondo. Nulla.


Comunicazioni di servizio
Davide-figlio: è il tuo primo derby sul campo. Ne parliamo da settimane e da settimane sei tu quello riequilibra tutta 'sta tensione. Voglio ringraziarti, qui e ora, per come sei: serenamente agitato.
Davide-amico: è il nostro primo derby insieme. Ne parliamo da settimane e da settimane siamo un compendio vivente di psicopatologie. Voglio ringraziarti, qui e ora, per le risate e le rabbie che condividiamo.
Me stessa: datti una calmata. Voglio ringraziarmi, qui e ora, per dare a me stessa la possibilità di avere ancora storie da raccontare. Sono stremata già ora. Che figata!
Toro: eh... dai, dai, dai.



mercoledì 17 aprile 2013

Tieni il cuore occupato!

Vuoto e spazio


“Tieni il cuore occupato! Tieni il cuore occupato!”

Il giorno prima siamo fermi al semaforo e parlottiamo della partita del giorno dopo.
Improvvisamente si inserisce nella nostra discussione.
All’inizio è solo una vocina dolce, poi diventa occhi chiari e grandi e nasino svirgolato: “Ahia”, penso, “si è indispettita...”
Fa una domanda, una domanda semplice: “Perché io non vengo alla partita con voi?”
Davide ed io ci guardiamo, alzando un po’ le spalle.
“Già... perché non vieni alla partita con noi? Anzi: vuoi che prendiamo il biglietto anche per te?” Le dico.
“Sìììììììììììììììììììììì!” Risponde tutta gioiosa.
Vabbe’, facciamo ‘sto sforzo... certo che quindici euro per il biglietto di una gagna di otto anni sono tanti... facciamo ‘sto sforzo: ho bisogno di tenere il cuore occupato.

Nel pomeriggio Davide ed io andiamo a ritirare i nostri biglietti e prendiamo anche quello per Giulia.
Mentre siamo sul bus parliamo del derby. Un po’ ci divertiamo e un po’... e un po’ gli dico: “Molliamola lì, ciccio: stiamo pensando già troppo in là. Prima c’è la Roma. Poi c’è la Fiorentina. Non sono due passeggiate.”
“Hai ragione, ma’... però sei tu quella che dice sempre di tenere il cuore occupato e il mio cuore è occupato dal derby...”
“Mannaggia a me, alle mie leggi personali, a te, al fatto che stai sempre attento a quello che dico...” Gli prendo il volto lentigginoso fra le mani e lo guardo dritto nelle pupille: ci rivedo un po’ di me... la parte migliore di me. Speriamo che la parte peggiore di me gli sia sempre sconosciuta.

La domenica mattina scorre lenta. Troppo.
Mi sono svegliata presto, più presto delle stramaledette 06:05 che la settimana lavorativa prevede. Mi attacco al PC sperando di ricevere la visita delle Muse ma è tabula rasa. Prendo la chitarra in mano, chiudo tutte le porte e suono piano piano piano. Devo tenere il cuore occupato.
Ho il cuore grande e in tumulto: la chitarra non basta. Non basta la chitarra suonata così piano. Faccio finta che il plettro non esista e continuo ad accarezzare le corde. No, così non va: non c’è sudisfa. Rimetto a posto la chitarra. Guardo fuori dalla finestra: potrei andare a scattare qualche foto... no, l’ora bella del giorno se n’è già andata, i colori dell’alba inglobati dal celeste che poi diventerà azzurro.

Si apre la porta: eccolo lì. Sbuca il muso spiegazzato di Davide. Baci e abbracci. “Hai dormito bene? Hai fatto dei sogni? Vuoi la colazione? Ssssssh, non fare troppo rumore: tua sorella e papo stanno ancora dormendo.” Ritorna in camera sua camminando in punta di piedi.
Le ore si susseguono come le perle di un rosario.
Si avvicina il mezzogiorno: “Ragazzi! Andate a vestirvi: andiamo allo stadio.” Urla la Madre ricciocapelluta.
Il caos più totale si impossessa della casa per una buona mezz’ora e poi, finalmente, siamo in direzione della fermata del bus.

Giocano e parlottano fra loro, ancora non mi sembra vero di averli fatti io, non mi ci abituerò mai... il giorno in cui dovessi abituarmi ai miei figli, sarebbe il giorno in cui perderei la dignità di madre, credo.

Finalmente stadio.
Che caldo.
Giocano a pallone.
Arriva anche Samu: giocano insieme.
Tranquilli. Sereni. Le magliette Granata li rendono così uguali e così diversi dagli altri bimbi lì convenuti.
Dopo un po’ li chiamo a raccolta: “Ragazzi! È ora di entrare: muoversi!”
Mi vengono incontro. Giulia ha raccolto un ramo piuttosto voluminoso: “Posso portarlo dentro allo stadio?”
“Ma anche no, darling!”
“Uffff... che peccato...”
Sulla via per i tornelli parliamo di rami e mazze ferrate, senza accorgercene siamo dentro, prendiamo posto, ci guardiamo intorno.
Scatto foto, guardo i volti della gente, osservo il campo, nutro speranze.

Alla fine della partita non so che cosa dire.
Mi affido ad un: “Andiamo, Ragazzi, state vicini a mamma. Se vi perdete ci si ritrova...”
“... sotto la Torre Maratona! Lo sappiamo!”
Sento un moto di ribellione dentro, sento che vorrei essere io quella che si perde e viene recuperata da adulti amorevoli sotto la Torre Maratona, sento che il tempo sta andando troppo veloce, sento di avere paura, sento di aver sbagliato qualcosa... ma che cosa? Non lo so.
Provo disagio e provo disagio nel provare disagio nella mia tristezza di essere del Toro.
Arrivano notizie inquietanti: lame, ferimenti, assurdità.
“Ragazzi, giocate ancora un po’ col pallone ma non allontanatevi, OK?”
Giocano.
Io cerco di capire un monte di cose: il Toro, le lame, la tristezza, il caldo... e poi riprendo la via verso casa.

Prendiamo il bus al volo, ci sediamo.
“Avete molti compiti da fare, ragazzi?”
Rispondono quasi in coro: “E tuuuuuuuuuu?”
“Io... io devo ancora imparare a vivere, credo...” rispondo loro. “... e poi... e poi ho un po’ di magone: scusatemi se il Toro ha perso, scusatemi se vi ho coinvolti in questa roba bella che è il Toro... questa roba bella che è il Toro e che quando è brutta... quando è brutta svuota il cuore, non so se mi spiego...”
Mi guardano. Si guardano. Davide prende la parola: “Tieni il cuore occupato, mamma.”
“Eh?”
“Ti ricordi di quando ero piccolo e non volevo imparare a pattinare? Mi avevi detto di tenere il cuore occupato dal pensiero che poi mi sarei divertito... ed è andata così.”
“Ma io so già pattinare, ciccio...”
“Mamma... non cambiare discorso [sorride, quasi adulto all’improvviso]... dai, quando arriviamo a casa potresti suonare un po’ la chitarra mentre noi facciamo i compiti...”
“E posso anche prendere un pezzo di cioccolato?”
“Sì, mamma...”
“E possiamo vincere il derby, eh? Dai, possiamo?”
“Sì, mamma...”
“E poi andiamo di nuovo alle Shetland, anzi no, alle Ebridi, anzi no... andiamo a Londra? Dai, andiamo a Londra?”
Durante il nostro scambio di ruoli lui ride e l’altra, sua sorella, mia figlia, ci guarda un po’ divertita e un po’ interdetta.
“Tutto OK, Giulietta?”
“Sì, ma non ho capito bene che cosa voglia dire ‘Tieni il cuore occupato’...”
“Vuol dire che nulla e nessuno possono portarti via la felicità e la curiosità. Vuol dire che quando la tristezza è troppo dolorosa, scava e scava... no, aspetta, sto facendo un discorso troppo difficile... proviamo così... ti ricordi quando ti ho detto che il Toro non c’era più? Tu non avevi ancora compiuto un anno.”
“Sì, me lo ricordo.”
“Bene. Avevo provato un grande vuoto. GRANDE. E allora sai che cosa ho fatto?”
“Hai guardato le stelle.”
Sospiro sorridendo: ricorda sempre tutto. Anche le emozioni altrui.
“Sì, ho guardato le stelle. Ho provato a riempire il vuoto che sentivo, insomma.”
“E ti sei sentita meglio?”
“No, affatto... ma ho potuto prendere atto di quanto spazio ci fosse ancora a disposizione dentro di me. Spazio da riempire con nuove emozioni, belle e/o brutte. Spazio da riempire con altro vuoto. Una volta ho sognato che il mio cuore era una piazza percorsa da una miriade di persone. Ogni persona rappresentava un momento della mia storia personale. Scoppiava un temporale e tutte le persone andavano a rifugiarsi sotto i portici. Entravo in campo anche io...”
“Tu fai sempre sogni strani!”
“Certo, cara! Entravo in campo anche io, ti dicevo, e andavo di corsa in mezzo alla piazza. ‘Dove scappate? È solo pioggia: mica siete fatti di zucchero... Non lasciatemi... non lasciatemi SOLA.’ Gridavo. Rimanevano sotto ai portici, ‘sti scioperati...”
“Che cosa vuol dire ‘scioperati’?”
“Te lo spiego un’altra volta. Nel mio sogno decidevo, allora, di combattere la paura di rimanere sola mettendomi a danzare sotto la pioggia. E sai che cosa succedeva? Succedeva che, ad una ad una, le persone uscivano dai portici e si mettevano a danzare con me. E sai perché?”
“Eeeeeh... no, perché?”
“Perché facevano parte di me, ERANO me ed io, evidentemente, cerco di essere integra anche nei sogni.”
“Aaaaaaaaaah... non ho capito ma mi sembra una cosa bella!”
“Tesoro... quello che voglio dirti è che se permetti al tuo cuore di rimanere occupato, la tristezza si supera e crei nuovo spazio e quindi...”
“Tieni il cuore occupato! Tieni il cuore occupato! Prima di fare i compiti mi fai sentire ‘Black Dog’?”
“Sì, Giulia, sì...”


Questa settimana tocca a “Black Dog” (Led Zeppelin IV, brano di apertura di quello che è un album fondamentale). Secondo i Celti, più specificamente i Bretoni, il Cane Nero rappresenta le anime dei dannati che, durante la notte, ululano per la terra e lungo il mare.





Dedico “Black Dog” a chi sceglie di non venire più allo stadio, dedico “Black Dog” a chi sceglie di continuare a venire allo stadio, dedico “Black Dog” a chi - come me - parla di ‘venire allo stadio’ e non di ‘andare allo stadio’.... in fondo sono sempre lì. Ad aspettare. E anche ad ululare nella mia terra e lungo il mio mare. Che fatica. Forza Toro.




mercoledì 10 aprile 2013

Possessione

Malessere... no: goal!


Assetto da partita del Toro vista da casa: figlia che gironzola per casa, marito che guarda un film, figlio ed io davanti allo schermo.
Sono già successe cose.
Il Toro è andato in vantaggio, sono stati annullate reti per parte, intervallo.
“Mamma, mi chiami quando inizia il secondo tempo?”
“Chiamami tu: vado a scrivere due righe sul mio mal... sul primo tempo.”
“Hai detto MAL, mamma. MAL che cosa?”
“No, niente... mi sono sbagliata. Dai, ti chiamo io.”

Durante il primo tempo avevo sentito la Stefi e quasi non credevo alle mie orecchie nel sentirmi dire ciò che le dicevo.
Ero un concentrato di negatività e malmostosità.
Ero totalmente diversa da quella che sono.
La curiosità, in ogni caso, mi spingeva a continuare ad ascoltarmi tirare fuori parte del mio lato oscuro.
Fra i ripetuti “Manca qualcosa a centrocampo” della Stefi, procedeva il mio intercalare di: “Non ha senso che debba provare questa inquietudine perché stiamo vincendo”, “Le mie coronarie non possono reggere”, “Tanto va a finire male” e altre giaculatorie tinte di nero.
Una parte di me, improvvisamente, alzava il capo e mi faceva dire: “Stefi, non è normale che IO stia parlando così.”
“Già, non è per niente normale... trattasi di presago, forse?”
“Ma che presago e presago... trattasi di anormalità pensatoria e sensoriale e basta... che palle... ripeto: mi hai mai sentita parlare così?”
“No.”
“Ci sentiamo tra un po’, OK?”
“Va bene, va bene, va bene.”

Totalmente fuori fase.
Io.
Così fuori fase che al goal del Bologna, il goal dell’uno a uno, con aria dimessa e digrignando i denti mi rivolgevo a mio figlio dicendogli: “Ciccio, vai a dire a babbo che stiamo perdendo due a uno.”
“Ma... mamma...”
“Hai sentito quel che ti ho detto? Rauss, andas, muoversi.”
“Vabbe’, mamma, io vado dal babbo ma non capisco perché devo dirgli questa cosa...”
“Ou, ciccio... me lo sono sognato il goal del Bologna? Guarda lo schermo, magari è più facile credere alla TV che alla mamma... che cosa c’è scritto?”
Alzavo gli occhi e la TV diceva: BOG-TOR 1-1
Venivo colta da una vertigine, mi voltavo verso mio figlio e, dopo essermi rovesciata un secchiello di cenere in testa, gli dicevo: “La mamma è scema.”
“Ma no, dai... non sei scema...”
“Non contraddire una donna anziana e scemissima...”
Si metteva a ridere, il giovinastro, si metteva a ridere.
Mi scuotevo dalle spalle quella che - evidentemente - era stata un breve caso di possessione demoniaca e mi mettevo a ridere anche io, riappropriandomi del mio normale status di Silvia fiduciosa nei confronti del processo vitale e in totale dissonanza/discordanza con il sentire di tutti i tristoni.
“Certo che quando sono scema, sono TANTO scema, néh?”
“Ma noooooo, mamma... sei solo TANTO innamorata del Toro.”
“E che cosa ne sai tu dell’amore, ciccio?”
“Be’, non tanto... ma lo so riconoscere: forse è un mio talento, mamma!”
Lo stritolavo in un abbraccio che scioglievo in fretta per tornare a concentrarmi sulla partita.
Ero perfino contenta: temevo in un ‘biscotto’ ma se la stavano giocando tutt’e due le squadre, tutt’e due... che bello il gioco del calcio, che bello!

Che bello ‘sto ca§§o.
Il Bologna andava davvero in vantaggio.
Peggio: nell’ultimo quarto d’ora.
Il demone depressivo tentava nuovamente di insinuarsi nei meandri del mio essere, ma una cortina Granata ne impediva l’ingresso.
Tra un “Dai, dai, dai!” e un “Dai, dai, dai!” (l’esclamazione è la stessa, il tono di voce no), nell’impossibilità di capire se volessi rimanere seduta o alzarmi in piedi, succedeva una cosa.
Il Toro segnava.
Allo scadere della partita.
Quando proprio non ce n’era più.

A volte non ci sono più quarti d’ora a rovescio, non ci sono più tristoni, non ci sono più demoni, non c’è più nulla se non un orgiastico e orgasmico senso di Toro.

Che urlo ho piantato poco dopo il goal... ho ancora mal di gola adesso.
E i vicini di casa, quando mi vedono passare, mi guardano con sospetto.

È stato strano sentirmi come mi sono sentita fino al mio ‘risveglio’.
Non sono una che si arrende tanto facilmente.
In realtà non avevo manco iniziato a combattere.
Dopo, solo dopo, mi sono domandata: “Ma che razza di vita fanno quelli che pensano che tutto debba per forza e sempre andar male? Vivono veramente? Oppure lasciano che i giorni trascorrano inesorabili per poi, sul calar della loro storia terrena, rendersi conto di aver tralasciato di fare l’unica cosa per cui erano venuti al mondo?”
Mi sono anche risposta: “Tristoni.”
La tristezza spesso è una scelta di disposizione d’animo che si fa quando si pensa che il mondo trami alle proprie spalle.
Il mondo... già, il mondo... il mondo se ne fotte.
Il mondo se ne fotte di come sta, di ciò che prova, di ciò che sente il singolo individuo.
Oh be’, ci sono momenti di comunione (e anche di discordanza) con altri individui, ma in fondo soli nasciamo e soli moriamo e in mezzo... oh be’, non è divertente provare a vivere? Ad emozionarsi? A provare sentimenti, corroboranti o distruttivi che siano? A conoscere se stessi?

Mi è risultato ‘strano’ essere diversa da come sono normalmente: non mi sono riconosciuta subito.
Poi ho capito che c’era ancora spazio.
Pensavo di essere diventata grande e invece ho ancora tanta strada da percorrere... ed è una strada che riguarda me e la conoscenza che ho di me.
Pensavo di avere una forma mentale ben definita in termini di tifosa del Toro e invece no.
Nonostante non mi sia piaciuto essere una tristona, ho apprezzato ciò che andava ad occupare un posto preciso nella mia interiorità.
Ora che conosco quel luogo di me... oh be’, posso anche chiuderne la serratura a doppia mandata e buttare via la chiave.
Ho sperimentato l’essere tristona, ora posso tornare a sorridere.

“‘zzo ridi, Sagliets?”
“Ciao, salama, mi vedi?”
“No, ti immagino, ciuco... bella pensata quella del Diretùr di dotare i nostri PC di webcam... non potremo più metterci le dita nel naso, ora...”
“... però possiamo farci le pernacchie senza spostarci di un millimetro! Non trovi che questa redazione sia un po’ troppo... come dire... estesa? Per venire nel tuo antro devo fare...”
“Undici passi, Sagliets, undici. Certo che se ti ostini ad indossare le ciaspole anche qui, anche undici passi diventano problematici...”
“Noiosa. Sono molto contento che i nostri due uffici siano vicini, sai?”
“Oh. Anche io. Molto contenta. Tantissimo. Ronf.”
“Ma che antipatica... ascolta, devo farti una domanda. Posso?”
“Sì. Adesso spengo il PC. Ciao.”
“Ma devo ancora farti la domanda!”
“Uh, oh, ah... credevo che la domanda fosse ‘Posso?’”
“Sei simpaticisssssssssssssssssima. È una cosa che voglio chiederti da un po’ di tempo... perché hai ‘sta fissa del numero undici?”
“Oh... è una storia lunga, Sagliets... mi sono innamorata di quel numero quando l’ho visto sulla schiena di Pulici. Sai, è un numero che ricorre con una certa frequenza nella mia vita... e questo lo so da sempre, ma... oh be’, sai quando ero una bambina avevo una bassissima autostima. Però c’era quella creatura che sembrava provenire sia dal Paradiso sia dall’Inferno, il mio Pupi, che portava quel numero sulla schiena. Sulla Maglia. E allora avevo iniziato a pensare che il numero undici fosse speciale. Capisci, Sagliets? Pulici, oltre ad essere Pulici, è stata la scintilla per iniziare a guardarmi dentro. Contento, adesso?”
“Sì, grazie (snifff)”
“Perché piangi?”
“Non sto piangendo: soffro di allergia (sniffff)”
“Ah sì? Io godo d’allegria, invece. In ogni caso tu stai piangendo, non negarlo.”
“Un po’ sì (snifffff)... è che a volte mi succede quello che è successo a te durante Bologna-Toro, divento un tristone e poi... e poi tocco il cielo con un dito. Non mi sento più solo, capisci?”
“Eccome, ciccio, eccome... vieni qui? Ho comprato dei nuovi vinili...”
“Va bene, arrivo. Scelgo io quale ascoltare?”
“Col cavolo. Dai, muoviti... forza Toro, néh?”
“No, forza Toro alé!”



Questa settimana tocca a “Communication Breakdown” (Led Zeppelin, album omonimo, 1969, terza traccia, secondo lato).





Dedico “Communication Breakdown” alla momentanea mancanza di comunicazione fra me e me, a mio figlio che ha la pazienza di un santo nel convivere con una madre sbiellata come la sottoscritta, alla Stefi e al centrocampo sguarnito del Toro.




mercoledì 3 aprile 2013

Cieli migliori

Uffffff...


“Mamma, lo sai che fra tot giorni c’è il Derby?”
Taccio, guardandolo con risentimento.
“Ciccio... perché?”
“Perché che cosa, mamma?”
“Perché hai appena acceso un fuocherello vicino ad una montagna di dinamite?”
“Non ho capito, mamma...”
“Ciccio... niente, lascia stare... andiamo a casa.”

Siamo entrati nel bar tranquilli e paciosi, siamo usciti dal bar uno tranquillo e pacioso e l’altra lievemente (sic) alterata.
Avevo già abbastanza pensieri disturbanti, uno in più stava facendo la differenza.
No, non era paura.
Era fastidio.
Ma che cosa ne può sapere lui? Che cosa può saperne del dolore che provo IO? Gliene ho parlato, gli ho spiegato più di una volta che cos’ERA il Toro, ma... forse non l’ho fatto abbastanza.
E allora lui vive leggero.
Del Torissimo, ma vive leggero.
Vabbe’... a tredici anni è giusto che sia così, che diamine!
“Vuoi venire a vedere Toro-Napoli, ciccio?”
“Sìììììììììììììììì!”
E vabbe’: andiamoci insieme, dai.

Sul bus verso lo stadio, inequivocabilmente bardati, riconosciamo fra la folla dei passeggeri un Fratello, altrettanto bardato. Scambiamo due parole che diventano quattro e poi otto, sedici, trentadue e così via. Parliamo con il tono dimesso degli scaramantici, dando voce a quell’anima che ci appartiene... ci appartiene... no, forse ci possiede: è diverso... comunque: diamo voce a quell’anima che ci accomuna.
Il tono della voce è un giusto equilibrio di pacatezza, speranza, eccitazione, voglia di tornare a casa con il sorriso sulle labbra, quasi certezza di tornare a casa con la schiena rotta. Quella roba lì.
Ci raccontiamo con i NOSTRI modi e le NOSTRE parole.
Non abbiamo però fatto i conti con la-tizia-che-si-fa-sempre-i-casi-altrui. Gli appartenenti a questa tribù sono tanti e capillarmente sparsi sul territorio.
Si introduce nel nostro parlare entrandoci sulle caviglie, non sul pallone.

La tipa - Il calcio! La gente va allo stadio e poi muore!
Mio figlio - [allibisce]
Il Fratello - Signora... non esageri.
Io - Buonanotte...
La tipa - Sì, sì! Non so voi, ma c’è gente che va allo stadio per uccidere!
Mio figlio - [con una mano fa un gesto traducibile con “maccheccazzodici???”]
Il Fratello - Ma no... stia tranquilla, noi andiamo a tifare Toro e basta.
Io - Ecco, appunto: serenità.

Provo ad escluderla dalla conversazione senza riuscirci e, peggio ancora, si rivolge direttamente a me.

La tipa - Lei tifa Toro?
Mio figlio e il Fratello - [suono di mandibole che si spalancano]
Io - Secondo lei?
La tipa - Ah, non lo so, magari lei si veste sempre così.

Effettivamente non ha tutti i torti: la fascia Granata in testa è quella che indosso sempre, la sciarpa Granata è quella che mi avvolgo intorno al collo per proteggere la gola ed evitare di perdere la voce lasciando il mondo privo delle castronerie che mi pregio di condividere con esso medesimo, la maglia Granata è una delle tante che popolano la mia cassettiera.

Io - Sì, mi vesto sempre così E sono del Toro.
La tipa - Brava. Che cos’ha fatto il Toro oggi?
Mio figlio e il Fratello - [si guardano]
Io - Stiamo andando allo stadio: giochiamo fra due ore e mezza.
La tipa - Ah, e le altre partite?
Io - E chi se ne frega, signora... uh, dobbiamo scendere, ciccio, andiamo... adios, signora...

Anche il Fratello scende con noi. Siamo scesi una fermata prima del dovuto. Non sapevamo come liberarci della tipa. Sicuramente è un cattivo auspicio. È di cattivo auspicio scendere ad una fermata diversa da quella usuale. Incominciamo bene. Io e il figlio salutiamo il Fratello: andiamo nella stessa direzione, ma su percorsi paralleli. Ognuno ha il proprio percorso, nonostante identica sia la meta finale.

Sono nervosa, sempre più nervosa.

“Ciccio, mangiamo dopo: prima andiamo in biglietteria, dai...”
All’ora prevista gli sportelli della biglietteria palesano esseri umani pronti all’assalto.
Sono la prima nella mia fila, contestualmente alla richiesta dei biglietti per me e mio figlio presento documenti e cartamoneta.
“Qui non facciamo biglietti per la Curva Primavera, deve andare all’altro sportello”, dice il tomo dietro alle sbarre indicando lo sportello alla sua sinistra.
“Mettere un cartello pare troppo difficile, eh?” Dico prima di lasciar partire un’enciclopedia di male parole in svariate lingue. Mi sposto allo sportello indicato insieme con i Primaveristi che hanno assistito alla scena, facciamo una breve coda. In realtà non facciamo coda per niente perché quando, di nuovo contestualmente alla richiesta dei biglietti per me e mio figlio presento documenti e cartamoneta, mi sento dire: “Qui non facciamo biglietti per la partita, facciamo altro.”
Il maccheccazzomettetevidaccordo! parte in automatico insieme con improperi testé inventati.
Ci spostiamo in massa verso un altro sportello.
Uno fra i tanti si avventa sulla feritoia per chiedere se finalmente siamo giunti a destinazione.
“Habemus!” Annuncia solenne.
Si pacificano gli animi.
Si pacificano una bella cippa: continuo a imprecare e non sono sola in codesto mio ciancicare scomposto e volgare.
Vabbe’, missione compiuta: abbiamo i biglietti, possiamo concederci un panino prima di entrare nell’arena.
Mi rimane l’amaro in bocca per la DISORGANIZZAZIONE MOSTRUOSA che regna PADRONA.
Oh be’, avrei potuto acquistare i biglietti in settimana, certo... certo ‘sta cippa. Vabbe’...

Non sono nervosa, non più: sono un cactus. Più del solito. Ahia.

La partita.
Ah, la partita.
La riassumo con poche parole: mi sono commossa, ci ho creduto, ho preso bastonate.
Meno male che, uscendo dallo stadio, ho visto spuntare una Luna grande come il mio dolore e allora sono rimasta a guardarla per un po’ sperando di riuscire a non pensare al male che ho dentro.
Mio figlio è arrabbiato, io... oh, dannazione, che male.

Tre giorni dopo in redazione.
Silenzio di tomba.
“Non va bene così”, penso mentre sfoglio, uno ad uno, i vinili negli scaffali. Non riesco a scegliere. “Uh, sì: ecco.”
Tolgo il disco dalla copertina: che delizia maneggiare l’oggetto rotondo.
Lo metto sul piatto, alzo il braccio, appoggio la puntina, un cupo suono di archi si diffonde nel mio sancta sanctorum: è il Requiem di Mozart.
Chiudo le tende Granata, accendo una candela che profuma di miele (ho bisogno di dolcezza), affondo le membra sul divano (il mio antro è dotato di tutti comfort), cerco di modulare la respirazione.
Spontanee alcune lacrime sgorgano dagli occhi chiusi: le lascio andare, magari porteranno via un po’ di questo magone, di questo peso, di questo... no, l’amore no. Quello rimane, ma che fatica. “Vabbe’, adesso non vorrai mica lamentarti per essere come sei?” Penso rivolgendomi a me stessa.
“No, sono solo stanca... mi riposo un po’ e poi tutto si riequilibra, stai serena...” Mi rispondo a voce alta: trovo rasserenante dialogare con me medesima, lo trovo rasserenante per il resto del mondo.
“La serenità? Non so più dove stia di casa...”
“Non dirlo a me... pensa che sto autodialogando e mi rispondo con la voce di Sagliets...” Dico.
“Veramente sono qui.”
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah!!!” Grido spalancando gli occhi. “Ma sei scemo? Quando sei entrato? Perché sei qui? Ma che diavolo...”
“E che ne so... cioè: quando ascolti Mozart vuol dire che sei proprio giù di morale...” Dice Sagliets.
“Oh, grazie... ti fanno tanto male le ferite da cilicio?”
“No, l’ho spezzato in due sul 3-4 e l’ho consegnato ad uno steward quando sono uscito sul 3-5, non ho avuto tempo per ferirmi... ci aveva già pensato...”
“Li otrauq aro‘d atanarG la oicsevor...”
“Guarda che se anche lo dici al contrario la sostanza non cambia...”
“Già. Dai, togli Mozart e metti su uno di quelli...”
“Uno qualsiasi?”
“Sì.”
Per tentare meglio la sorte, Sagliets appoggia gli occhiali sul tavolino a tre gambe, si benda, compie tre giri su se stesso e, ondeggiando come un ubriaco, si aggrappa agli scaffali dei vinili. Recuperato l’equilibrio, prende un disco a caso e dice: “Questa è esattamente la stessa sensazione che ho avuto durante Cagliari-Toro, Parma-Toro, Toro-Napoli. La stessa. Nausea e cecità. Questa è la stessa e identica sensazione. Tieni.”
Mi lancia al volo il disco prescelto, lo afferro con l’improvviso terrore che cada per terra e si rompa in mille pezzi.
“Non farlo mai più. MAI-PIÙ. Sei incazzato? Bene, anche io. OK?”
“Scusami. A volte mi dimentico che anche gli altri tifosi del Toro soffrono come soffro io. Non ti capita mai?”
“Almeno tre volte al giorno, dunque...”
“Dunque pace. OK?”
“Sì. A volte sembra che il tempo non passi mai, a volte sembra che il tempo si accumuli tutto insieme sulle nostre teste e dia martellate. Io mi sento così, Sagliets: appesantita. Eppure... come faccio a spiegartelo? Non lo so... eppure mi sembra di essere ancora e sempre capace di volare... mi spiego? Pensa che ho perfino fatto una lacrima quando ha segnato Meggiorini...”
“E dopo? Alla fine dei giochi? Non hai pianto almeno un po’?”
“Macché. Ero solo dispiaciuta per mio figlio. E poi... e poi stavo già pensando ad altro...”
“A che cosa, di grazia?”
“A una cosa che mi ha detto una Sorella. Sai, stavo ancora saltellando come Tiramolla dopo il rigore di Jonathas e davo la schiena al campo. Lei mi ha messo una mano su una spalla e mi ha detto: ‘Girati: sono già qua.’.... ‘Girati: sono già qua’, capisci? Mi sono girata ed ho visto un sacco di azzurro ed ho iniziato a sperare che i nostri Ragazzi si rendessero conto... si rendessero conto che la strada era ancora lunga, che non bisognava mollare, che... che Meggiorini segnava, Sagliets, e allora smettevo di sperare ed iniziavo a crederci, ma...”
“Ma?”
“Ma non sono io che devo sperare, Sagliets, non io. Sono loro che devono mangiare il campo finché l’arbitro non fischia tre volte tre. Loro, non io. Sai che cosa mi fa più rabbia, Sagliets? Aver pensato per una frazione di secondo di non averne più voglia. Troppe emozioni troppo forti e troppo diverse fra loro. Toro-Napoli, al di là del risultato, è stata una partita da embolo. L’ennesima. Non voglio morire per il Toro. Non voglio morire in senso assoluto, ma questo è un altro paio di maniche. Morire per il Toro... boh, mi sembrerebbe troppo.”
“E allora vivi per il Toro, no?”
“Non è quello che faccio costantemente?”
“Continua. Te lo dico con la stessa forza della rabbia che mi ha fatto lasciare lo stadio a pochi minuti dalla fine...”
“Ci penserò. Anzi no: ho ben poco da pensarci. Metti su quel disco, dai... ti preparo un tea?”
“Sì, grazie. Vuoi sentire qualcosa in specifico, Nostra Signora della Depressionesemprevinta?”
“Lato A, seconda traccia, sagoma. E uno e due e tre e quattro... vai.”




Questa settimana tocca a “Friends” (lato A, seconda traccia, di “Led Zeppelin III”, 1970). Il testo recita: “Te lo dico ora, la cosa migliora che puoi fare ora, è scambiare un sorriso con qualcuno che è triste ora, è davvero facile, basta...”
Ho sorriso al mio Toro prima di andare a dormire sabato sera, è stata la prima cosa che ho fatto quando sono rientrata a casa e mi sono vista passare davanti allo specchio. Non so se la tristezza sia passata in quel momento o meno, però un po’ se n’è andata... sì, è andata a far compagnia ad altra tristezza di altri momenti così... così confusi.





Dedico “Friends” ai black out da fine secondo tempo che si stanno facendo ricorrenti e che vorrei non vedere più, mai più.
Dedico “Friends” al tabellone che sa contare fino a 45 nel primo tempo e fino a 90 nel secondo... pare troppo difficile visualizzare il conteggio dei minuti di recupero? A quanto pare sì. Quanto mi manca l’orologio analogico di settemila anni fa...
Dedico “Friends” a me e alla Stefi: questa volta non so se riuscirò a tirarla su di morale.
Dedico “Friends” a Samu e a mio figlio che, prima della partita, sono rimasti per un po’ con il naso in su ad osservare le stelle: grazie, futuri Uomini, per avermi indicato la Cintura di Orione. Vi auguro cieli migliori anche se, a dirla tutta, siete così determinati nello stringervi intorno al Toro che il cielo migliore siete voi.