Il tempo è relativo, però in questi giorni è dilatato fino a sfiancarmi.
Li ho prenotati due mesi fa, mancano dieci giorni al rilascio, da dodici a diciassette alla consegna.
Ne ho avuto qualche assaggio e SO che saranno MOLTO più di quello che posso vagamente immaginare.
Le prossime uscite dovrebbero essere così:
- IV e Houses of the Holy: ottobre 2014
- Physical Graffiti e Presence: febbraio/marzo 2015
- In Through the Out Door e Coda: estate 2015
A volte ho paura di non fare in tempo.
Una paura immotivata, solo una paura.
Se ci arriverò, se arriverò a prenderli tutti, per la prima volta avrò Coda su vinile.
Quando era uscito lo avevo comprato su cassetta: ero troppo offesa, volevo dare un segno di rottura (non so bene a chi, onestamente).
Forse se penso forte forte forte a quando li avrò tutti con me non succede nulla, forse se batto tre volte uno contro l'altro i tacchi delle mie scarpette d'argento torno nel Kansas, forse la paura non serve davvero a nulla, forse... fatte le debite proporzioni, l'ultima volta in cui mi sono sentita così è stato negli ultimi giorni delle gravidanze: è allora VITA sia.
Quando quel tipo ha indicato il dischetto, mi sono alzata di scatto in piedi e ho urlato: "NOOOOOOOO!"
L'urlo di una bestia ferita.
Davide mi ha abbracciata, ho appoggiato la testa sulla sua spalla e, frignando come solo un'idiota o un'innamorata sa fare, è partito il mantra: "Nonlosegnanonlosegnanonlosegna".
Due minuti dopo mi diceva: "Dai, mamma...", ma io lo mandavo via: che bestia (ferita o meno).
Suonava il cellulare: era la Stefi.
- Scusami, non ho voglia di parlare.
- Neanche io.
Click.
Dovevamo dire la nostra non voglia di parlare.
Poi la notte.
Il peso sullo stomaco, il male al cuore, il sudore freddocaldotiepido.
Mi ritrovo a chattare con un Amico alle due di notte.
Parliamo della pioggia.
La invochiamo.
Non arriva, forse intimidita dalle nostre tempeste.
E poi arriva il giorno.
E spunta il sole.
E il sole se ne frega.
E guardo in cielo.
E c'è la luna.
Ed è beffarda.
E vaffanculo.
Poi mi ripiglio, ma adesso... uh, sì: sono proprio triste.
È sabato, dobbiamo andare a fare commissioni: metto la t-shirt granata.
La indosserei anche dal lunedì al venerdì, ma qualcuno ha deciso che è cosa che non si fa, qualcuno ha deciso che ci sono luoghi in cui i simboli non devono entrare per questioni di professionalità.
"OK, non c'è problema... dunque da oggi chi porta il crocifisso al collo se lo toglierà, vero?"
Sto ancora aspettando la risposta.
Vabbe'.
Indosso la t-shirt granata ed esco con Davide.
Ogni tanto mi volto per guardarlo: all'inizio del campionato mi aveva superata di poco in altezza, ora mi distanzia di una spanna, ora quando lo sgrido non sono più tanto credibile, ora può mangiarmi le lasagne in testa, ora è proprio bello, proprio come quella sera in cui i nostri occhi si incrociarono per la prima volta e non ci fu più spazio se non per le migliaia di strade da percorrere insieme e non.
Vengo richiamata alla realtà da una voce che urla al mio indirizzo un FORZA TORO! che mi conferma che stiamo tutti così: in precario equilibrio fra speranza e paura, pur tuttavia sempre fiduciosi.
Amabili testardi e folli, soprattutto amabili, soprattutto testardi, soprattutto folli.
Alzo entrambe le braccia - non so perché - e rispondo SEMPRE FORZA TORO! sorridendo, sorridendo di quel sorriso che si piega un po' strano, come se fosse pronto a raccogliere una lacrima, una lacrima di amarezza, una lacrima di puro godimento, una lacrima, acqua e sale, una lacrima di acqua e sale e anche un po' di sangue, via, perché la sensazione di avere sangue in eccesso - per comunanza cromatica al sentire - non mi abbandona mai.
Ne incontro altri.
Altri che indossano la maglia granata.
Con alcuni si ripete il salmo responsoriale del FORZA TORO! - SEMPRE FORZA TORO!, con altri c'è lo scambio di sorrisi, preceduto dagli occhi che si spalancano vedendo un simile e poi salgono verso lo sguardo del simile davanti a cui ci si ritrova.
È conforto ed è LO SO, ANCHE IO SONO NERVOSO/A.
Si snocciola così un sabato qualunque che comprende:
- rispostacce ai figli
- uccisione accidentale della caffettiera
- fatica nel prendere sonno
Ed è domenica.
L'organismo (quasi) intiero è pronto per l'azione alle cinque e gode del silenzio dell'alba, pur se disturbato dal lavorio del neurone che fa di tutto per parlare con il muscolo cardiaco, già frusto, ma abbastanza grande e robusto per resistere all'ennesima prova.
Si parlano, quei due, e il silenzio dell'alba va a farsi fottere in un trionfo di follia, che è nutrimento e privazione, equilibrio perfetto e discesa verso gli inferi, luce e ombra, bianco e nero... no, questo no, cazzo: questo NO.
Arriverò viva alla fine di questa giornata?
Sì, come sempre.
Vorrei che fosse già questa sera e vorrei che il tempo tornasse indietro, vorrei rimanere sospesa per giornisettimanemesianni in questa strana (ma neppure troppo) miscela di denti che si serrano, stomaco sottosopra, tremore di mani, irritabilità compulsiva, incapacità di concentrazione, vorrei che fosse già domani.
Questa strana sensazione di pensare un pensiero che si intreccia allo stesso pensiero di tutti quelli come me.
Questa strana sensazione di vivere la vita come se fosse realtà aumentata.
Questa strana sensazione di indossare una maglia granata e sapere che se anche la maglietta fosse a fiorellini gialli e rosa sarebbe granata lo stesso.
Vedrò di ricordarmi di respirare: al momento risulta difficile.
Questa è una collina. Si chiama Chalice Hill. Si trova nel Somerset. È un luogo sereno. Oggi mi sembrava di essere lì.
L'ultima volta era stato un baccanale, questa volta... questa volta sono uscita dallo stadio canticchiando "Baby, come on home": è una canzone d'amore, d'amore disperato, ma la musica che accompagna parole imploranti un ritorno... oh, quella musica è di una dolcezza infinita, serena, pacifica, tranquilla.
È aprire i polmoni per far entrare quanta più aria possibile, è accomodarsi su un divano trovando subito la posizione giusta, è gustare il sapore di un cibo che si sa di digerire agevolmente.
La folla granata che si riversava fuori dallo stadio mi restituiva le stesse sensazioni di cui sopra: una gioia contenuta non perché si è bogia nen, ma piuttosto perché era gioia di cui poter godere senza il timore di sentirsela estirpare da sotto i piedi per precipitare in una qualche voragine.
Così... solo per dire la serenità, per dirla e scriverla e lasciarla qui e venirla a ripescare quando di serenità, magari, non ce ne sarà tanta... ma ora non mi interessa, ora proprio no.
Per quanto io ami il mio passato e sappia quale voglio sia il mio futuro, ora proprio no.
Non avrei mai immaginato che il Toro - e per di più giocando contro una squadra dalla maglia di dubbio gusto - mi avrebbe ANCHE regalato questa dolcezza infinita, serena, pacifica, tranquilla da vivere ORA.
Il resto verrà, o forse no, ma chi se ne catafotte.
Qui eravamo a Jarlshof, Shetland, e ci tenevamo per mano: lo facciamo spesso.
Ci ero andata allo stadio, poi.
Ci ero andata ed ero stata sull'orlo del baratro.
Ci ero andata ed avevo rischiato di non esserci negli ultimi minuti.
Andare allo stadio con un braccio fresco di gesso è un'idiozia totale e, fiera della mia idiozia, sono qui per raccontarlo.
Gesso fresco, dolore al polso brillantemente vivo, spossatezza, febbre post traumatica, il gol del Genoa.
Ero al tracollo e pronunciavo la bestemmia: "Davide... andiamo a casa: non ce la faccio più..."
Non era il gol del Genoa a farmi tracollare, no... era la consapevolezza di essere irrimediabilmente idiota per non aver calcolato che il Toro non mi avrebbe fatto passare - anche solo momentaneamente - quel dolore continuo, assordante, martellante, e il disagio di muovermi più goffamente del solito.
Ero STANCA.
Accoglievo con rassegnazione genitoriale la britannica risposta di mio figlio: "Preferirei rimanere fino alla fine."
"OK, Davide... ma ho un male porco."
Non ascoltava neppure la mia risposta, lo sguardo già rivolto verso il campo.
"Ma guarda che tipo...", pensavo con un misto di cazzocazzocazzochemale e di granatico orgoglio.
E poi succedeva quella cosa.
Quel goal di Immobile.
Il rombo della folla.
Con il braccio sinistro mi autoabbracciavo e scoppiavo in lacrime, poi abbracciavo mio figlio dicendo AHIA perché schiacciavo il braccio ingessato, e poi tornavo di nuovo a piangere, rimanendo ferma come una statua.
Non facevo in tempo ad asciugarmi le lacrime e succedeva quell'altra cosa.
Quel goal di Cerci.
Un altro rombo della folla.
Subentravano i singhiozzi.
Singhiozzavo per il male e per il godimento.
Mi appoggiavo al vetro che divide la Curva dai Distinti e singhiozzavo.
L'Amico Maurizio si voltava e correva ad abbracciarmi, a sostenermi, a farmi partecipare.
Ero vittima di una specie di blackout e lui doveva essersene accorto: gliene sarò eternamente grata.
E poi l'arbitro fischiava la fine della partita ed esplodeva il terzo e ultimo rombo della folla, quando la folla non aveva più voce per produrre alcunché ma - lo giuro - non scorderò l'impatto fisico di quel rombo finché avrò respiro - e probabilmente anche oltre - perché da quel rombo ero circondata e di quel rombo facevo parte.
Mentre uscivamo dallo stadio continuavo a ringraziare Davide e iniziavo a ringraziare me stessa per aver dato alla luce un figlio così, molto più del Toro di me.
Il limite di essere meno del Toro di qualcun altro non mi faceva sentire in colpa, non mi faceva sentire peggiore, no... mi faceva sorridere fino ad avere i crampi alle guance, mi dava l'idea che essere del Toro era/è essere del Toro, punto e basta, con migliaia di sfumature, milioni di debolezze, miliardi di forze inaspettate.
Appena fuori, mi veniva incontro l'Amico Diego e ci abbracciavamo ("Fai piano! Mi fa male il braccio!") e di nuovo, che palle, scoppiavo a piangere. Diego chiamava a raccolta l'Amico Luca, a pochi metri di distanza, e insieme riuscivano a farmi ridere, finalmente.
Mi sono tremate le gambe fino a notte fonda, anche a causa della febbre.
E per l'ennesima volta si è rinnovato il patto d'amore incondizionato con mio figlio e con il Toro.
Sono una buffa creatura.
Buffa e idiota, ma ho imparato ad amarmi così come sono.
Uno, due, tre, prova... funziona.
Be', non tanto bene, ma funziona.
Ci vorrà del tempo, ma il mio polso tornerà a funzionare come si deve.
Non fa più tanto male, le dita della mano hanno recuperato quasi del tutto la mobilità e riesco ad usare la tastiera del PC (un po' lentamente, ma c'è spazio per il miglioramento).
No, non posso ancora suonare la chitarra.
Ieri ci ho provato, ma non ci sentivamo a nostro agio, né io né lei.
Quanto meno ci siamo abbracciate: ci stiamo mancando.
Vederla lì appoggiata al muro è un continuo memento dei miei limiti, ma andrà come tutte le altre volte: li supererò e li dimenticherò.
Così come dimenticherò l'idiota (moooooooooooooolto più idiota di me, oh yeah) che si è preso la briga di scrivermi che meritavo di essermi fatta male. Ovviamente il messaggio è arrivato firmato con uno pseudonimo perché alcuni sono governati dal "curagi, fioi: scapuma"... viva le differenze, lo dico per l'ennesima volta.
E questo è quanto.
Magari un giorno mi verrà voglia di raccontare anche la partita contro la Lazio, ma ora no... ora mi preparo ad andare a prendere secchiate d'acqua durante la partita contro l'Udinese e neppure questa volta maledirò la pioggia.
Indosso la t-shirt bella, quella su cui campeggia la scritta LA MARATONA.
All'inizio di quella che sarà una lunga attesa Sagliets minaccia di venire a tenermi compagnia.
"Rimani lì dove sei, in nome della Dea!"
"Sei stronza anche quando stai male, eh?"
"Ora e per sempre."
Dopo la visita dall'ortopedico, aspetto che mi facciano le radiografie di rito.
Arriva in sala d'aspetto un donnino dallo sguardo sperso.
Mi racconta qualunque (noiosissima) cosa, incurante delle mie imprecazioni: ho proprio male; all'improvviso mi chiede: " Signora, ha fatto la maratona?"
Mi viene un po' da ridere sprezzantemente, sento il sopracciglio sinistro alzarsi deciso, e con tutta la dolcezza possibile le dico: "No, signora, la Maratona è la curva dei tifosi del Toro."
Essa replica: "Aaaaah... mi scusi ma io non pratico: mio marito è della juve."
Al che rispondo: "Apperò!"
Non avendo più nulla da dire, riprendo a camminare avanti e indietro, nervosa e addolorata come un drago che non sa più sputar fuoco.
Attenedendo il referto dei raggi, esco a fumare una sigaretta.
Nel mio stare lì a fumare, mi guardo intorno e lo sguardo mi cade su una finestra del PS: da dietro il vetro si palesa il sosia del figlio di Polifemo (gggiuro!).
Sussultò un po', basita, e poi alzo le spalle: la cicca è finita, torno dentro ad aspettare.
Refertate le radiografie, vado dall'ortopedico. Trascorro qualche minuto d'attesa a canticchiare che la mamma di Marotta è Polifemo, incurante degli sguardi straniti degli altri astanti.
Finalmente mi chiamano.
Mi viene spiegata la rava e la fava e vengo fatta accomodare in sala gessi.
Esco con il braccio destro vestito a nuovo, ma mi introduco furtivamente nel bugigattolo dell'ortopedico.
"Dottore, mi scusi... domani posso andare allo stadio con questo coso?"
"Assolutamente sì," risponde e sorride quasi con tenerezza.
Finalmente esco - dopo quasi cinque ore - dal C.T.O. e... niente: buona guarigione a me.
Non so se mi faccia più male il polso distorto o la consapevolezza di non poter suonare la chitarra per... oddea, non so per quanto tempo... ahia...