domenica 19 agosto 2018

Giovedì 9 agosto 2018

 reykjanesbaer

Ci svegliamo sotto un bel cielo azzurro con qualche nuvola all'orizzonte.

8°C, un lieve venticello: sto come un puciu.

Dopo la nostra prima colazione islandese, indulgo un po' nel chiacchierare con i nostri ospiti e poi raggiungiamo la compagnia di noleggio auto per ritirare la nostra vettura.

C'è un po' da aspettare e io non trovo meglio da fare che inciampare e rovinare a terra cambiando i connotati del mio ginocchio sinistro.

Uh, che male! Uh, che lividone! Uh, che ginocchio gonfio! Uh, che escoriazione! Uh, che palle!

Saliti in auto, noi e la mia voglia di piangere per il male, iniziamo il nostro percorso: andremo a vedere tre cascate dirigendoci verso Sud Est.

Eccole:

Gluggafoss




Seljalandsfoss

Ovverosia: stupore.
Seljalandsfoss è imponente e le sue acque sembrano fatte di velluto.
Vi si può passare dietro ed improvvisamente appare l'arcobaleno.


Questo è il suo suono:



Skógafoss


Skógafoss canta così:


Ci dirigiamo verso la guesthouse che ci ospiterà e che si trova in mezzo ai campi di Hvosvöllur.

Appena accomodati, facciamo la conoscenza di Chiara, giovane marchigiana che si trova qui per imparare come si gestiscono animali e orari in previsione di realizzare il suo sogno di aprire una fattoria etica nella sua regione. Chiara, sei stata un raggio di sole particolarmente luminoso, speriamo di rivederti e di riabbracciarti nel tuo sogno quando sarà una realtà.

Da Reykjanesbær a Hvosvöllur: si chiude il primo giorno di esplorazione e meraviglia.

_2018 08 09 didascalia

 

Mercoledì 8 agosto 2018

Le valigie sono già pronte, il taxi è già prenotato: dai, sono le 11, usciamo di casa.
I maschi sono dotati di virile zaino, le femmine hanno optato per due leziosi trolley (quello di Giulia turchese, il mio... rullo di tamburi... fucsia!).
Arrivati a Caselle, svolgiamo le normali operazioni di imbarco e l'ansia cresce: io odio volare, proprio non mi piace, mi fa venire in mente cose del maggio del '49, ma va bene così: io ho avuto l'idea di andare in Islanda, io vado in Islanda.
Non ho manco il tempo di stare a rimuginare sui miei pensieri 'allegri' che sono già seduta e con la cintura allacciata; il volo verso Francoforte dura un battito di ciglia e inizia un'altra attesa: il volo per Keflavík decollerà solo in tarda serata.
Cazzeggiamo per l'aeroporto, facciamo passare le ore e arriva il momento dell'imbarco... con sorpresa: la gentile addetta ci fa presente che il volo è in overbooking e ci propone quanto segue:

  • dormire a Francoforte a spese della compagnia aerea
  • intascare 400 euro in contanti a cranio per il disturbo arrecato
  • partire il giorno dopo facendo tappa a Zurigo

Nah, non se ne parla proprio: voglio arrivare in Islanda quella sera come da programma.
OK, no problem, ma veniamo 'castigati' con un cambio di posto: dalle file 15 e 16 veniamo ricollocati nella fila 38.
La fila 38 è l'ultima, quella in fondo all'aereo. Figli e marito sono vicini, io sono da sola. Sola, sola. Oh be', ho ben tre seggiolini su cui spaziare: va bene così.
Il volo parte con quasi un'ora di ritardo e atterra a Keflavík a mezzanotte in punto.
Usciti dall'aeroporto veniamo accolti da un cielo molto diverso da quello cui siamo abituati e, in parte, l'avevamo già visto in fase di avvicinamento all'isola: non è completamente buio, le parti più scure sono le nuvole. L'aria è fresca, riempie i polmoni e li libera, forse libera anche i pensieri.

cielo di keflavik

Prediamo un taxi, raggiungiamo la guesthouse a Reykjanesbær e buonanotte.
Sì, siamo in Islanda: domani me ne renderò conto.

Perché non andiamo in Islanda?

 Giovedì 28 giugno 2018

Siamo in cucina, i ragazzi stanno preparando il tavolo, il marito beve acqua gelida per contrastare il caldo porco, io sto fumando una sigaretta.
Li guardo, li guardo tutti e tre, e con voce quasi annoiata dico: "Perché non andiamo in Islanda?".
Il tempo si ferma per un po', mi guardano, li guardo e - senza altro aggiungere - inizia l'operazione The Stupidinis go to Iceland.

stupidinis.jpg

Venerdì 29 giugno e sabato 30 giugno 2018

Ci dedichiamo a creare un percorso di massima e

Domenica 1 luglio 2018

tenendo conto delle limitazioni che ci sono imposte per vari motivi che non sto qui a spiegare, prenoto i pernottamenti.

Lunedì 2 luglio 2018

Acquisto i biglietti aerei.
Detto e fatto: non ci rimane che aspettare l'8 agosto, giorno della partenza.

lunedì 28 maggio 2018

Mille giorni

Mille giorni senza te: li ho contati uno ad uno.

Pensavo di riuscire ad imparare di nuovo a camminare, ma poi mi si sono di nuovo spezzate le gambe e allora... e allora ho continuato a contare i giorni senza te.

Mille giorni che ti hanno regalato lo stesso sapore dei miti e dunque un giorno sei come Ulisse e solchi i mari, un altro giorno sei come Giove e lanci fulmini sulla terra, un altro giorno ancora torni ad essere il mio papà dagli occhi azzurri e le mani forti.

Mille giorni.

Praticamente ieri, uno ieri che probabilmente non ho ancora afferrato del tutto, ma che cosa vuoi che ti dica, papà? Andiamo avanti, sempre, inesorabilmente.

Con mille giorni di doloroso amore in più.

lunedì 4 dicembre 2017

December 4th, 1980 — Liturgia

 Le preghiere, le litanie, i mantra: nascono dalla ripetizione.

Finiscono per perdere i legami con le parole e i concetti che li compongono e diventano suono, suono, suono, suono che fa da sottofondo al significato più profondo, a quel che in realtà davvero conta, al nucleo di quel che è e che - in questo caso - fu una Fine.

La mia litania solita in questo giorno recita così:

Il quattro dicembre è quel giorno che guardo arrivare come se stessi osservando un piatto che, accidentalmente, cade dal tavolo.
Lo vedo cadere al rallentatore, non posso fare nulla per cambiarne la traiettoria, per fermarlo, per far cessare la caduta.
E poi si infrange al suolo e, sempre al rallentatore, mille schegge saettano in tutte le direzioni, compresa quella che porta dritto al mio muscolo cardiaco.
Questa è la scheggia numero [...].

Improvvisamente oggi comprendo appieno il significato della scheggia diretta verso il mio cuore: è la scheggia che dice che non potrò mai essere felice in questa vita, è la scheggia che dice che il vuoto in continua espansione è la forza preponderante  che accompagna questo percorso, è la scheggia che dice chiaramente che certi moti terreni dell'animo (rabbia, livore, presunzione, desiderio di vendetta e compagnia bella) sono inutili, vani, e consumano e uccidono.

Recito dunque anche questo anno la mia litania, poiché la liturgia - questo tipo di liturgia - m'attrae e conto: scheggia numero 37.

Oh, be', sì... non sarò mai felice, ma conosco la gratitudine ed essa è di conforto.

Grazie, voi quattro, dunque: effimeri e solidi al tempo stesso, compagni del mio essere un nulla.

aa65b-20130412cosecosc3ac

sabato 30 settembre 2017

Il libro dell’infanzia [parte 2 di 2]

tramonto bretone 12 08 2017
Il penultimo tramonto bretone che ti ho raccontato, mamma

 

"Ciao, ti devo dire subito una cosa."

Lo dice con la voce affannata di un affanno bello, gioioiso, quasi infantile.

"Dimmi tutto."

"Allora... la maestra Anna mi ha detto che hanno ridipinto le aule della scuola elementare, una diversa dall'altra e, pensa un po' che roba, una delle aule è dedicata al Toro!"

"Ma va là!"

"Ma sì! Anna sta organizzando una visita: non vedo l'ora..."

Giro giro tondo
Casca il mondo
Casca la terra
Tutti giù per terra

"Silvia."

"Madre."

"Se oggi non rispondo al telefono è perché vado a vedere l'aula del Toro."

"Va bene, poi mi racconterai."

La telefonata successiva non è quella di una gentile ma arzilla signora di oltre ottant'anni, no no... è quella dell’indomita ragazza e poi donna che avevo visto crescere mentre crescevo anche io.

"Sapessi...", "E poi...", "Ma una roba, una roba, una roba..."

La ascolto beneficamente travolta dall'energia che mi comunica e mi intenerisco per le parole che esprime per Aldo.

Chi è Aldo? Oh, be'... Aldo è un pittore che non è un pittore che è un pittore.

Aldo è colui che ha dipinto le aule della scuola elementare e che ha scelto, con il cuore, di dedicare un'aula al Toro.

È importante ricordare che Aldo è un pittore che non è un pittore che è un pittore, néh? Importantissimo.

Bene.

Mamma e Aldo parlano del Toro, vicendevolmente rapiti dall'amor comune per il granata e poi ciao ciao, arrivederci, grazie, prego.

Dopo qualche giorno mi chiama di nuovo con la voce affannata di un affanno bello, gioioiso, quasi infantile.

"Ti chiedo un consiglio. Vorrei fare un dono ad Aldo per ringraziarlo per la sua opera: che cosa ne dici?"

"Mi sembra un'ottima idea!"

"E poi vorrei scrivere un biglietto che inizia così: 'Da sorella Granata a fratello Granata...'... ma ho paura di esagerare: dici che va bene?"

"Sì, mamma: sei nel pieno rispetto della liturgia granata. Brava!"

Nei giorni successivi Aldo riceve una sciarpa del Toro e un biglietto di ringraziamenti dalla mia mamma e la storia finisce lì.

Nah: la storia prosegue.

La mia mamma vola in cielo, i giorni sono strani ed alieni.

Dario, un mio caro cugino, mi invia la screenshot di un post, che Aldo ha pubblicato su Facebook (maledetta/benedetta agorà), la cui chiosa è: "In quel momento mi viene in mente una cara persona scomparsa pochi giorni fa che mi scrisse un bel biglietto..iniziava così...'Da sorella Granata a fratello Granata....'".

Mi viene la pelle d'oca alta mezzo metro, le vertigini, la voglia di urlare che la mia mamma mi manca da morire, una strana felicità nel saperla amata anche da chi l'ha conosciuta per pochi attimi.

Mi faccio coraggio - io sono timidissima, che ci si creda o meno - e contatto Aldo.

Chiacchieriamo quel poco che basta per saperci parte della - rullo di tamburi da momento retorico - Famiglia Granata.

Mi chiede dove sia sepolta, mi dice che andrà a visitarne la tomba.

E ci va.

Aldo va a visitare la tomba di mamma e poi mi scrive di averle lasciato un dono, ma di temere che qualcuno lo porti via.

"Non ti preoccupare, Aldo: ci penso io."

Chiamo immediatamente la maestra Anna (io la chiamo 'la maestra' perché tale è, ma è soprattutto un'Amica e una persona di rara sensibilità e intelligenza) che si fa carico di passare dal cimitero.

Anna mi chiama la sera e, con voce rotta dal pianto, mi dice: "Aldo ha lasciato... ha lasciato un libro sulla tomba di tua mamma. Aspetta, ti dico il titolo... 'Gigi Meroni...'"

"... Il Ribelle Granata. Scritto da Marco Peroni, illustrato da Riccardo Cecchetti."

Sto piangendo.

"Lo conosci? Ma non finisce qui, Silvia, ascoltami: Aldo ha fatto un disegno sulla prima pagina del libro... è una meraviglia... e ha scritto una dedica..."

"Puoi leggermela, per favore?"

aldo

La telefonata prosegue per qualche altro minuto, ma sia Anna sia io siamo sopraffatte da qualcosa a cui non sappiamo dare un nome e che fa bene e fa male contemporaneamente.

Il libro mi viene consegnato da Anna qualche giorno dopo ed ora è qui, sulla mia scrivania, fra gli oggetti cari.

La bella lavanderina
che lava i fazzoletti
per i poveretti
della città

Il mio papà e la mia mamma non ci sono più e la loro assenza è devastante, pur tuttavia li sento riecheggiare in me e - meravigliosa meraviglia - in quelli che hanno saputo e/o voluto amarli, stimarli, apprezzarli.

Mamma, papà: ho chiuso il libro dell'infanzia.

Improvvisamente mi rendo conto di quanto possa essere divertente la maturità e allora vado avanti per la mia strada: grazie per avermi insegnato quali siano i punti cardinali.

Pensavo di esser persa senza di voi e invece grazie a voi riuscirò - a volte con fatica e a volte no - a ritrovarmi.

Così sia.


 

Un monumentale ringraziamento a:
- Aldo per l'umiltà e la sensibilità con cui va per la sua strada
- Anna perché è Anna
- Mio cugino Dario perché quando raramente ci incontriamo mi dice il suo affetto e io gli dico il mio
- Quelli che qui non menziono perché sono pigra
- Il Toro (quello che mi hanno insegnato mamma e papà)

venerdì 22 settembre 2017

Il libro dell’infanzia [parte 1 di 2]

mamma e io piccola
Non ha mai smesso di guardarmi con quell'amore lì. Mai.

 

Fai un salto
Fanne un altro
Fai la riverenza
Fai la penitenza
Guarda in su
Guarda in giù
Dai un bacio a chi vuoi tu

Avevo chiuso Pagina Infinita? E mo' la ricomincio, ricomincio da zero, zero come il numero di genitori che mi sono rimasti.

Mannaggia, che caratteraccio, che modo brusco di dire le cose...

Ci sono cose che non cambiano mai: una di queste è che continuo a chiamare le cose con il loro nome. Vabbe'.

Non so da dove iniziare né come procedere, allora vado in ordine sparso.

Il giorno dopo aver chiuso Pagina Infinita ero stata investita da un metaforico treno di cui preferisco non esporre i dettagli e stavo per lasciarmi andare ad un'enorme sfiducia nei confronti del futuro. Ho/abbiamo fatto, strafatto e brigato, e forse ho/abbiamo ragione di credere di potermi/ci risollevare dalla questione in oggetto. Quale questione? Ah, oh, uh: una questione pesante. Punto.

Con l'anima a pezzi e la stanchezza fisica e mentale di una porella che non ha mai tregua, si era deciso comunque di andare a trascorrere qualche giorno in Bretagna.

Ah, la Bretagna... quasi la mia seconda casa: i suoi alberi aspri, il suo oceano multicolore, il suo sidro fresco e frizzante, il suo vento delicato. Sì, sicuramente mi avrebbe fatto bene.

Mi ha fatto così bene che dormivo come un ghiro, tipo svenire prima delle ventidue e recuperare i sensi nove ore dopo: robe mai provate dalla sottoscritta.

Lo raccontavo, un po' stupita, a mamma durante la solita telefonata delle sette e mezza, cui faceva seguito la telefonata delle diciassette per raccontarle di quanto i nostri sensi avessero raccolto durante la giornata.

Lei era tanto contenta che io riuscissi a riposarmi...

Con mamma, da quando era mancato papà, funzionava così: ci sentivamo alle sette e mezza e alle diciassette. Sempre. Tre volte era successo che non rispondesse e si era scatenato l'inferno.

La prima volta: aprile 2016. Chiamo, richiamo, chiamo ancora. Niente. Chiedo ad una persona di fiducia di andare a verificare e... era al piano superiore a mettere a posto chissà che cosa e non aveva portato il telefono con sé.

La seconda volta: gennaio 2017. Chiamo, richiamo, chiamo ancora. Niente. Chiedo ad altra persona di fiducia di andare a controllare e... stava chiacchierando con le amiche dopo la messa e non aveva sentito il cellulare.

Che persona ansiosa e ansiogena (io).

La terza volta: il 12 agosto di quest'anno. Chiamo, richiamo, chiamo ancora. Niente. Chiedo consiglio a mio fratello, che mi dice di mandare la persona di fiducia della prima volta a capire se sia successo qualcosa e... era al cimitero con le amiche, la suoneria del cellulare al minimo, le chiacchiere, "Scusami, Silvia, d'ora in poi terrò il cellulare in un marsupietto così non mancherò di rispondere..."

Ripeto: sono ansiosa e ansiogena.

Eppure sentivo qualcosa nell'aria, qualcosa di fastidioso e acre, ero sempre nervosa come un gatto prima del temporale.

Facile dirlo adesso, eh? Eppure era così.

Nella telefonata pomeridiana del 12 agosto mi aveva detto che sarebbe andata fuori a cena con le amiche. Mi rendeva felice saperla propositiva e progettuale, ma il giorno dopo mi aveva detto che era andata a casa presto perché le era venuta la malinconia.

La malinconia.

Nelle ultime settimane mi parlava spesso della sua malinconia: le mancava papà e tutta la gioia che metteva nel parlare del futuro (a settembre, adesso, avrebbe voluto portare le sue amiche a Superga) era resa opaca dal velo dell'incompletezza che papà le aveva lasciato insieme con la sua assenza.

Era diventata anche più dolce, più aperta nell'esprimere i propri sentimenti: una tenera vecchietta con la forza dell'indomita ragazza e poi donna che avevo visto crescere mentre crescevo anche io.

Il giorno dopo mi aveva detto che era andata a casa presto perché le era venuta la malinconia, giusto? Giusto.

Il pomeriggio del 13 agosto ci eravamo sentite ancora e mi aveva raccontato della morte di Maria, un'amica di famiglia, e del fatto che l'avesse vista il martedì e le avesse dato dell'uva.  Poi ci eravamo dette le solite cose e pimpiripettennusa, pimpiripette pam ci eravamo salutate: "Fai la brava", "Anche tu", "Ciao, Mamma", "Ciao".

Ciao, Mamma.

Lunedì 14 agosto

Poco prima delle sette partiamo dalla Bretagna per tornare a casa. Mi riprometto di chiamare mamma alla prima sosta. La chiamo alle otto: non risponde.

La chiamo alle otto e mezza: non risponde.

La chiamo alle nove: non risponde.

La chiamo alle nove e mezza: non risponde.

Dentro di me faccio due più due e il risultato è quattro.

Ma non può essere, dai... ci sarà una spiegazione, non posso pensare sempre male... eppure...

La chiamo alle dieci: niente.

La chiamo alle dieci e mezza: niente.

Boh, magari è andata prima al cimitero e poi al funerale di Maria... eppure...

Continuo a chiamarla ogni mezz'ora, sul fisso e sul cellulare, ma niente. Faccio di nuovo due più due e il risultato è sempre quattro, ma mi aggrappo al fatto che una spiegazione ci sia.

Alle dodici e trenta capisco che non ci sono spiegazioni, anzi: che ce n'è una sola.

Sono nel bel mezzo della Francia e chiamo mio fratello, chiedendogli scusa per il mio essere ansiosa e ansiogena, ma... ma parte e va da lei.

Tocca a lui trovarla.

Tocca a lui chiamarmi.

Io sono in mezzo alla Francia, in un cazzo di ingorgo, e mia mamma è morta.

Il primo pensiero è totalmente autocentrato e autoreferenziale: perché il fato mi ha fatto perdere entrambi i genitori in poco meno di due anni? Perché?

PERCHÉ?

E poi i chilometri si susseguono, le ore pure, la sera arriviamo a casa e lei dorme, dorme serena, dorme nella sua scatolina di legno.

Riesco solo a dirle grazie e ad accarezzarle le mani. Quelle mani che mi hanno cullata, accarezzata, sostenuta. Quelle mani che hanno preparato tante pappe per i miei figli e per i figli di mio fratello. Quelle mani.

Non dormo, quella notte.

Non mangio quasi, il giorno successivo.

Poi arriva il giorno del funerale e poi il funerale finisce e poi riprende la routine e sono stordita, sono disorientata, sono più monca di prima, cazzo.

Gli amici mi fanno muro intorno e sono loro grata: è tutto difficile.

È difficile pensare: "Adesso chiamo la mamma e glielo dico... ah, no."

È difficile vivere il (quasi) senso di colpa di non pensare (quasi) più a papà.

È difficile spiegare la perversa felicità di saperli/sentirli di nuovo insieme.

È difficile spiegare il perverso senso di pace nel vedere le lapidi vicine, così come erano vicini quando erano qui.

È difficile guardarmi alle spalle ed essere capostipite.

È difficile.

In meno di due anni ho perso la persona che rispondeva a TUTTE le mie domande e la persona con cui ci si raccontava TUTTE le cose, dalle più stupide alle più profonde.

Mi sento divisa in due: una parte di me non ho più paura di niente, l'altra ha paura di tutto. Queste due 'me' camminano a braccetto, ogni tanto una prevale sull'altra, e dunque provo - di nuovo - a imparare a camminare.

Spesso fa capolino il mio sano realismo hippy che mi fa dire: "Sono stata coperta di amore da quei due, di che cosa mi lamento?"

Mi lamento di essere sola su questa terra.

Sì, lo so, non sono veramente sola, ma... ma.

Odio davvero l'Estate, stagione infame che mi ha portato via il mio papà e la mia mamma, ma questa sera arriva l'Autunno e allora magari alcune asperità si faranno più accettabili.

Venga dunque l'Autunno e che i suoi colori, le sue nebbie, le sue piogge, rendano più sopportabile e ragionevole questo vuoto.

Che cos'è il vuoto, d'altra parte? Nuova tela su cui dipingere.

Per ora basta: scrivere mi affatica, pensare mi affatica, rivivere tutto mi affatica, la fatica mi affatica, ma ci sono altre storie che vanno raccontate e le racconterò.

Soprattutto mi preme di raccontare una storia speciale che riguarda la mia mamma.

La mia mamma, il Toro e... un pittore.

A presto.

[non rileggo e invio]