mercoledì 29 maggio 2013

Due rubrichisti a zonzo

Cazzeggiando qua e là


In redazione: riunione plenaria all’alba della prima domenica senza campionato.
Le rubriche - quasi tutte - andranno in vacanza, ma ci sono tante cose da fare e da organizzare: i giornalisti continueranno ad essere tali, i rubrichisti... oh be’, argomento complesso.
“Speriamo che il Diretùr trovi la quadra, Sagliets...” Mormoro al mio compare di stupidaggini mentre ci accomodiamo nell’ampia sala riunioni.
Poco per volta arrivano tutti, manca solo il Diretùr, ma vedo che il tappeto rosso è già stato steso e i trombettieri hanno preso posizione; intanto chiacchieriamo di progetti vacanzieri, di insoddisfazioni, di cavolate varie.
L’attesa mi annoia e non mi rimane altro da fare che tirare fuori iPod e cuffiette e via col random, quello che è sempre una certezza, quello che se fosse un giocatore del Toro verrebbe venduto tre minuti dopo aver fatto una tripletta nel derby.
“Moby Dick” è irresistibile: con le mani mimo la batteria di Bonzo, ad occhi chiusi, finché qualcuno mi strappa le cuffiette dalle orecchie.
“Ou, tipo! Che razzo fai?!?!?” Esclamo a voce alta in faccia a Sagliets che, paziente come una badante ben pagata, alza gli occhi al cielo e mi mette una mano sulla bocca. Con l’altra mano indica un punto lontano della sala riunioni.
Il suono solenne delle trombe mi fa comprendere che il momento è giunto: sta per entrare il Diretùr.
“Ops... scusa, Sagliets, e grazie...” Dico sottovoce.
“Stai zitta, ora, diavola... OK?” Risponde ed annuisco con un cenno del capo.
Il Diretùr entra su un trono intagliato in legno di quercia, trasportato da undici forzuti in maglia Granata: “Che bel colore...”, penso, “... è sempre il colore più bello del mondo...”
Il trono viene depositato al suolo, un microfono viene posizionato davanti alla faccia del Diretùr, che dice: “Frzzzzzxppppth?”
I giornalisti prendono diligentemente nota, noi rubrichisti ci guardiamo interdetti.
Sagliets coraggiosamente alza la mano per chiedere la parola, il Diretùr con un solenne cenno del capo gli fa segno di parlare.
Gocce di gelido sudore imperlano la fronte di Sagliets che, prendendo fiato, urla: “Eh?”
Silenzio (che dura poco).
All’unisono giornalisti e noi altri ci voltiamo verso di lui e gli diciamo a gran voce: “Ciuppa!”
Scoppia l’ilarità, anche Sagliets ride... ma il Diretùr no: il Diretùr ci guarda con occhi severi e, mentre noi ci ricomponiamo, si avvicina di nuovo al microfono e con voce stentorea dice: “Drabplellelle?”
L’uditorio sembra essere composto di statue di sale, nessuno osa fiatare.
“Che palle, va a finire sempre così...” Penso e poi prendo la parola. “Diretùr! Tùr! Ùr! R!” Santa Dea, l’effetto eco di questa sala è odioso... “Hai il microfono in distorsione: è successo questo, in pratica. Non si capisce niente! Nte! Te! E!”
Il Diretùr alza gli occhi al cielo, si spoglia delle insegne regali indossate per l’occasione, rimane in jeans e maglietta (Granata) e sale le scale per avvicinarsi a ‘sto manipolo di sventurati che siamo noi, quelli del Toro, che hanno il cuore d’oro e gli occhi dentro il cielo.
“Bravo, Diretùr,” gli dico. “Quali sono le consegne, dunque?”
Il Diretùr sospira ed infine dice: “Ho fame: andiamo dal kebabbaro?”
Gioia e tripudio generale, io protesto per partito preso: “Mai che si vada al ristorante vegetariano, eh? Mi vendicherò!”, poi prendo la mia gamella con la zuppa di farro ed esco insieme all’allegra brigata da una sala riunioni che è troppo grande per ospitare i quattro gatti che siamo, ma sempre troppo piccola per contenere tutti ‘sti cuori perennemente in tumulto.

Finito il pranzo all’aperto (ricordarsi al prossimo maggio gelido di NON pranzare outdoor) ognuno fa ritorno nel proprio ufficio.
Non ho tanta voglia di scrivere, allora prendo la chitarra in mano: voglio rimettermi a studiare “Ramble On”. Un rapido sguardo allo spartito, conto sottovoce: “One, two, three, four”, la mano sinistra si dispone sul settimo e sul nono tasto, la mano destra accarezza le corde e... “Ommiaddea, che cosa sta succedendo alla mia guitarra???” Urlo basita.
Ho appena prodotto un suono che renderebbe orgoglioso il Demone Asmodeo. Solo ed esclusivamente lui.
Ci riprovo e in fondo al mio sancta sanctorum, in una nuvola di zolfo e lapilli, si materializza il de cuius che, scuotendo i cornini e sventolando la coda puntuta, esprime approvazione.
Guardo fuori dalla finestra: sta piovendo, come in ogni maggiombre che si rispetti, e mi ricordo improvvisamente che la sera prima avevo suonato “The Rain Song”.
“Amico Asmodeo, torna pure da dove sei venuto: è solo una questione d’accordatura.”
“Ne sei sicura?” Sibila fra i denti squaleschi.
“Certo, caro... aspetta un momento...” Riaccordo la guitarra in maniera adeguata, riposiziono la mano sinistra, lascio andare la mano destra e “Ramble On” è.
Suono per qualche minuto, Asmodeo è chiaramente insoddisfatto e decide di andarsene producendo un curioso suono di tuoni da diluvio universale.
Persa nella musica, non mi accorgo che Sagliets è nel mio ufficio.
“Tu sai suonare bene, sai?” Dice improvvisamente.
“Min§hiaccheppaura, Sagliets! Da quanto tempo sei qui?” Gli ringhio addosso.
“Da abbastanza tempo da aver visto il tuo amico comparire e scomparire e per apprezzare le tue virtù di chitarrista, stregaccia.”
“Ti avevo detto che non volevo essere né guardata né sentita mentre suono, eccheccavolo...”
“Ma se suoni sempre!”
“Ufffffffffffff. Vabbe’, hai già deciso che cosa fare?”
“Boh. Tu?”
“Continuerò a scrivere cazzate: è la cosa che so fare meglio.”
“Anche io, credo... che cosa scriverai la prossima volta?”
“Non so ancora... sai, i bambini mi stanno prosciugando le energie, non so se quest’anno riuscirò ad andare in vacanza, ‘sto campionato mi ha stancata, non ho molto da raccontare...”
“Oh be’, Silvietta, puoi sempre raccontare che cosa facciamo in questa immensa redazione, no?”
“E secondo te che cosa sto facendo? A volte non ti capisco, Sagliets... sembra che talvolta tu sia completamente avulso dagli eventi che stai vivendo MENTRE li stai vivendo... adesso mi dirai che non è vero, quanto ci fai andare?”
“Non è vero!”
“Olé.”
“Dai, rispondiamo a qualche email dei lettori?”
“No.”
“Danziamo una tarantella?”
“No.”
“Costruiamo una capanna sulla sequoia che campeggia nel giardino del Diretùr?”
“No.”
“Eccheppalle! Fai tu una proposta, allora...”
“Andiamo al mercato del vinile di piazza Madama. Ti porto io: attivo i ricci e saremo lì in un amen.”
“Amen...” Dice sottovoce Sagliets e - pufffff! - siamo in mezzo ad un universo di scatoloni ricolmi di vinili: è il Paradiso.

“Tu vai a destra, io vado a sinistra: quando trovi qualcosa che ritieni possa interessarmi grida ‘Masiello è vivo e lotta con noi!’ OK?”
Dopo quarantacinque minuti (più tre di recupero), ecco l’intervallo: quindici minuti di riflessione che terminano rapidamente.
I giocatori rientrano in campo.
“Hai visto, Sagliets? Come al solito Ventura non ha fatto nessuna sostituzione...”
“Ventura? Ma che razzo dici, demone dell’impossibile...”
“Ops, scusami... ero andata in trance e il passato mi aveva avvolta momentaneamente fra i suoi viscidi tentacoli... a proposito di trance: andiamo a prendere il tram per tornare in redazione? Io ho trovato quello che stavo cercando: missione compiuta.”
“Ah. E quando avresti trovato tutto ciò?”
“Oh, be’... praticamente subito.”
“E allora perché mi hai lasciato gridare ‘Masiello è vivo e lotta con noi!’ per un’undicina di volte?”
“Così.” Sospiro mestamente.
“Oi... c’è qualcosa che non va?”
“Ho paura, Sagliets.”
“Che cooooosa?!? Tu?!?”
“Sì, io: embe’? Stavo pensando... stavo pensando ad una cosa un po’ azzardata, ma... ascoltami... e se il Marinaio avesse DAVVERO compreso i valori Granata e, proprio in virtù di tale comprensione, fosse stato individuato come lo strumento migliore per distruggerci una volta per tutte?”
“Orpo. Neppure Saglietti sarebbe arrivato a concepire un complottismo così sottile e devastante...”
“Parli di te in terza persona, ora? Il ‘Julius Caesar’ ti ha dato alla testa, a quanto pare eh?”
“Uffffff... vabbe’, facciamo il gioco di chi la spara più grossa?”
“Inizia tu.”
“Cairo è il Diavolo.”
“Hey! Lascia stare il Signore del Male: è amico ammme!”
“Ma chi? Cairo?”
“No, sciocco, parlavo di Mr. D., ovviamente...”
“OK, tocca a te.”
“No, adesso dobbiamo tornare in redazione.”
“Ma non era stato dato il ‘rompete le righe’?”
“Sì, ma io devo ascoltare tutto ‘sto ben di Dea e tu lo farai con me, volente o nolente. Guarda, guarda che roba: ‘Physical Graffiti’ edizione UK, ti rendi conto?”
“OK, però poi torno al secondo anello...”
“Come sempre, ciccio. Stavo pensando anche ad un’altra cosa, Sagliets... stavo pensando al fatto che non usciamo mai fuori dal Toro, neppure a campionato finito, anche se proviamo a pensare ad altro.”
“Già... e quindi?”
“E quindi mercoledì prossimo torno a parlare di Toro.”
“Brava ragazza! Volitiva, di temperamento!”
“Ma va ‘ns’la beata, farlòc!”
“Anche io ti voglio bene, strega!”
“E ancora Toro!”
“E sempre Toro!”

Ci avviamo verso la fermata del tram cantando le nostre canzoni e per un po’ ci dimentichiamo della difficoltà di raccontare qualcosa che ci stanno portando via [ma non ci riusciranno] e di ammettere le nostre paure [che, come sempre e per nostra natura, sconfiggeremo].




Questa settimana tocca a “Hey Jude” (lato A di un singolo di The Beatles uscito nel 1968; il lato B era “Revolution”: sollucchero!).





Dedico “Hey Jude” a quelli che prendono una canzone triste, la rendono migliore, la fanno entrare nella proprio pelle e poi cantano NA, NA, NA, NA-NA, NA-NAAAAAA, NA-NA, NA-NAAAAAA, HEEEEY JUDE (ad libitum).
Cantare fa bene.
Con (il) Toro... oh be’: anche, dai...




mercoledì 22 maggio 2013

Alfa e Omega

E tutto ciò che sta in mezzo


Fine gennaio 2008
Fa freddo, i bambini hanno l’influenza, resto a casa. Vedrò la partita con la Stefi.
“Dove guardiamo la partita? Da te o da me?”
“Vengo da te.”
“OK, ti aspetto.”
Quando entra in campo, tutto lo stadio intona una parola sola: “Uc-ci-de-te-lo! Uc-ci-de-te-lo!”
Nel giro di un battito di ciglia viene ammonito, nel giro di due battiti di ciglia viene nuovamente ammonito ed espulso.
La Stefi ed io ridiamo sguaiatamente.

23 agosto 2008
Fa caldo, molto caldo, sono a pezzi: ho nelle ossa 1200 km d’auto e non ho dormito granché... quasi quasi chiamo la Stefi.
“Cia’: sono tornata.”
“Brava! Com’è andato il viaggio?”
“Una faticaccia: siamo arrivati alle due di questa notte e non sono riuscita a prendere sonno fino alle quattro...”
“Allora, questa sera niente partita?”
“Col cavolo, vecchia ciabatta! Passa a prendermi verso le cinque e andiamo, dai...”
Mentre cerco di connettermi alla realtà, ancora persa nell’overdose di Highlands e di Atlantico Bretone in cui sono stata immersa per due settimane, accendo svogliatamente la TV.
Detesto la TV, amo il Televideo: “Sa’, andiamo alla pagina 248...” penso.
Sono talmente frollata che premere quei tre tasti mi sembra un’impresa titanica.
I numerini girano e finalmente arrivo alla desiata pagina.
Leggo.
Rileggo.
“Eh???” Dico.
“Naaaaaaaaaa...” Sorrido.
“Mammaaaaaaaaa!!! Papàààààààààà!!! Bambiniiiiiiii!!! Il Toro ha acquistato Rolando Bianchi!!!”

21 ottobre 2009, a day in the life
In un’altra redazione.
“No, no, no, no e no! Io allo stadio non ci vengo!”
“Fai quello che vuoi, Mauretti: io dopodomani ci vado.”
“Io non ne posso più, Silvietta, sono stufo stufo stufo!”
“E datti una calmata, per la Dea... vuoi che ti legga una favola?”
“Ma sì, dai... perché no? Che cosa vuoi leggermi?”
“Una lettera che ti ho scritto.”
“Che cosa???”
“Una-lettera-che-ti-ho-scritto. Che cosa non ti è chiaro in questa frase?”
“Sei indisponente. Sentiamo.” Fa la faccia seria seria seria.
“Ho cambiato idea: non te la leggo. La pubblico domani mattina e ciao berta.”
“Non ti azzardare...”
“Oh, insomma: la rubrica è mia e ci faccio quel che voglio io. Zitto e muto.”
“Maledetto il giorno in cui t’ho incontrata...”
“A cuccia, su!”
“Dammi un’anticipazione, almeno...”
“Col cavolo. Adesso vai alla tua scrivania e produci, su. Pedalare, avanti!”
“Grrrrrrrrrrrrrrrrrr!”

22 ottobre 2009, another day in the life
“Disgraziata!”
“Che cosa vuoi?”
“Lo sai.”
Gli piace sentirmi leggere quello che scrivo e, dunque, con la mia voce da chioccia, gli declamo la lettera che gli ho scritto - senza nominarlo: geniaccia! - e che raccoglierà un buon numero di letture (quasi duemila!).
“[...] Spesso ci capita di avere posizioni completamente opposte su che cosa voglia dire essere del Toro: io con la mia illimitata fiducia nel futuro, tu con la tua esaurita fiducia a causa del passato. [...] E allora ti chiedo pubblicamente: vuoi venire a soffrire con noi venerdì sera? Capirò il tuo NO se me lo dirai e capirò anche il tuo SÌ senza essere minimamente sfiorata dal sospetto che tu sia un uomo che si rimangia la parola data. Pensaci. [...]”
“Disgraziata!” È il suo commento.
“Anche io ti voglio bene!” È la mia risposta.

23 ottobre 2009
Andando verso lo stadio.
Si illumina il display del cellulare: Sagliettauro.
“Proooooooooooooooooooontoooooooooooooooooooooooo!” Rispondo con voce gioiosa.
“Sto venendo allo stadio, ma...” Dice digrignando i denti.
“Ma che bello, testina d’oro!” Replico ridendo.
“Lasciami finire: sto venendo allo stadio, MA... ma ti ritengo responsabile di come finirà a partita.”
“Pensi di farmi paura?”
“No.”
“Bravo. Ci vediamo dopo?”
“Sì, così mi vendicherò se sarà il caso.”
“Non lo sarà, Mauretti, vedrai.”
“Quando dici così mi fai paura...”
“Ecco, appunto: sei tu quello che deve avere paura. Ciao, ciao, ciao e ancora ciao.”
Click.
Sullo scadere del primo tempo segna Belingheri.
Sul finire del secondo tempo... oh be’, IL goal.
Uno di quei goal che fanno godere.
Uno di quei goal che pensavamo di avere dimenticato.
Uno di quei goal che se lo dimentichi sei proprio scemo.

Aperta parentesi

Una volta io tenevo un Diario e mi era tanto caro, poi ho cambiato strada ed ho trovato un pezzo d felicità in più.
Il 24 ottobre 2009 sul mio Diario scrivevo così: “Caro Diario, fuori dallo stadio, sì fuori dallo stadio c’era chi diceva ‘Ha fatto un goal alla Pulici!’, me l’ha detto anche mamma al telefono. Fuori dallo stadio c’era anche Mauro con un sorriso che andava dal Fila alla Luna ma questa è un’altra storia anche se... sai, in un altro momento avrei detto che quel sorriso era il sorriso bambino di Mauro, quel sorriso che gli arrivava direttamente dal 16 maggio 1976 passando attraverso a cataclismi ed anche irrealtà... invece no: era il sorriso di Mauro adulto, il mio Amico Mauro, quello che mi ha insegnato a credere in me, quello che sa cambiare idea.”

Altri giorni nella vita.
Altri giorni: alcuni buoni, altri meno
Non avrebbe senso elencarli.
Ma so che ci sono stati.
Giorni che non ci hanno trovati tutti d’accordo.
Giorni di odio.
Giorni di amore.
Giorni di “Ma come cazzo si fa a sbagliare un goal così, scarpone!”
Giorni in cui qualcuno è stato scelto dal Toro, dall’IDEA del Toro.
Giorni in cui il Torino ha fatto di tutto per allontanare quel qualcuno.
Giorni in cui quel qualcuno ha riempito la Maglia.
Giorni in cui quel qualcuno ha riportato bambini allo stadio, convinto genitori a portare bambini allo stadio, fatto tornare bambini quelli che bambini erano quando il Toro era il Toro.

Chiusa parentesi

19 maggio 2013
“Dai, Davide, andiamo...”
Non voglio esserci mentre esce dal campo.
Ha già ringraziato noi che lo ringraziamo, ma non voglio vederlo uscire dal campo.
Rimango a guardare finché non si trova a due metri dall’ingresso del tunnel che porta agli spogliatoi.
“Dai, Davide, andiamo...”
Davide ed io procediamo lentamente, mi tiene abbracciata mentre camminiamo verso il meeting point dove, poco dopo, arrivano mia madre, mio padre e Giulia: sta piangendo e singhiozzando.
Ci metterò un po’ a consolarla.
No, mi correggo: non riesco a consolarla, riesco solo a raccontarle di quando io avevo sparso lacrime analoghe.

20 maggio 2013
Certo che il cielo era ben strano ieri sera.
Faceva venir voglia di sperare che il mondo fosse migliore, che a qualcuno venisse voglia di non incaponirsi come al solito, che ci potesse essere un lieto fine.
E il lieto fine, in fondo, c’è stato: quella roba, quel coro, quelle voci, quei saluti continui erano la fine in un clima di festa.
Festa.
Mesta.
E gioiosa.
E disperata.
Perché quando ti accade di sfiorare l’IDEA del Toro non puoi rimanere immune.
Anche quando te la rubano.
Anche mentre te la rubano.
Ma devi sfiorarla, NON pensare presuntuosamente di conoscerla e/o di averla capita.

GRAZIE dunque, Rolando, grazie anche per i tuoi errori: non saranno mai così grandi e pieni di disprezzo come quelli di qualcuno nella sera - ieri sera - in cui ci siamo salutati.
Buona sorte a te, Capitano, e anche al nostro Toro... lui ne ha tanto bisogno: è governato MALE e non si prende cura della sua anima (sic).




Questa settimana tocca a “Since I’ve Been Loving You” (“Led Zeppelin III”, 1970, quarta traccia della prima facciata).





No, non è dedicata a Capitan Bianchi: non sono una Rolly-girl... sono solo una tifosa del Toro e sono costantemente e tenacemente innamorata dell’IDEA Granata.
“Ho detto di aver pianto, le mie lacrime sono cadute come pioggia, non le senti, non le senti cadere?”
Dedico “Since I’ve Been Loving You” a quella forte energia che era racchiusa dentro al catino domenica sera: era roba buona, anche se faceva male, e forse faceva male perché il bene, quando è GRANDE, non può essere contenuto facilmente.




mercoledì 15 maggio 2013

Io.

E basta.


Io con lo stadio ho chiuso.

Io non posso fare a meno di andare allo stadio.

Io odio Cairo.

Io vorrei che Cairo investisse dei bei denari, magari dall’anno prossimo lo farà.

Io faccio l’abbonamento, come tutti gli anni.

Io non mi abbono: no alla tessera del tifoso!

Io non vedo l’ora che vendano quello scarpone di Bianchi.

Io vorrei che Bianchi rimanesse nel Toro: è il mio Capitano.

Io sono stufo di questa me§da.

Io quest’anno ho rivisto barlumi di Toro.

Io detesto Ventura e la sua presunzione: oh, non sbaglia mai, lui.

Io vorrei che Ventura rimanesse ancora: ci ha ridato una parvenza di gioco.

Io non vedo l’ora di entrare nel nuovo Filadelfia.

Io vorrei che il Fila rimanesse così: ce ne prenderemmo cura e avremmo un luogo.

Io vengo a vedere tutte le partite e abito a Milano.

Io guardo la partita in TV perché fa troppo freddo/caldo/piove/c’è il sole.

Io sono incazzato come una bestia feroce ingabbiata.

Io non vedo l’ora di tornare allo stadio.

Io sono stufo di pensare alla gloria del passato.

Io spero sempre in un futuro glorioso.

Io ho ottocentoquattordici diverse maglie del Toro.

Io vado a vedere la partita con una t-shirt beige.

Io sono andato a Superga e ho fatto decine di foto.

Io sono andato a Superga e non ho fatto foto.

Io sono andato a Superga ed ho pianto un po’.

Io non sono andato a Superga quest’anno.

Io vado sempre in trasferta.

Io non vado mai in trasferta.

Io vorrei che lo stadio rimanesse vuoto.

Io vorrei che lo stadio fosse pieno. Sempre.

Io sono sicuro che ci saranno sempre meno bambini che tiferanno Toro.

Io ho due figli che tifano Toro.

Io odio la giuve.

Anche io.

E ci mancherebbe!

Io me ne frego della giuve.

Io detesto i biscotti.

Io odio i biscotti che finiscono zero a zero.

Io avrei preferito un biscotto ben recitato... che so: un bel tre a tre.

Io poi mi sarei pentito di aver desiderato un biscotto ben recitato.

Io credo che non potessero che fare un biscotto.

Io mi sono rotto i maroni di parlare dell'ennesimo biscotto, manco fosse la prima volta.

Io preferisco polenta e Barbera.

Io sono astemio.

Io sono del Toro più di te.

Io sono del Toro più di te che dici di essere più del Toro di me.

Io sono esausto.

Io sono carico come una molla.

Varie ed eventuali.

Io sono del Toro e basta.

Ah, meno male: iniziavo a farmi domande e le risposte erano inquietanti.




Questa settimana tocca a “Fanfare for the Common Man” (“Works”, EL&P, 1977). Ce la suoniamo e ce la cantiamo da soli. Lo facciamo da quasi sempre. Lo facciamo uno contro l'altro, spesso. La verità sta dappertutto. La verità è che, ognuno a modo suo, ama il Toro. Quantitativamente e qualitativamente in maniera differente. La verità... boh, è di tutti e di nessuno, proprio come il Toro.



Dedico “Fanfare for the Common Man” a Luigi: era uno del Toro.
Lo trovavo sempre al bar, intento a leggere il giornale, la sciarpa di lana degli Ultras al collo, in tutte le stagioni.
Luigi si è spento improvvisamente lunedì mattina.
Realizzando che non avrei più visto quella testa dai radi capelli bianchi, quelle rughe e quella sua sciarpa Granata, ho pensato un pensiero stupido: “Almeno ha fatto in tempo a vedere il Toro rimanere in serie A.”
Il COME vi sia rimasto ha perso di importanza, per me.
Salutami gli Invincibili, Luigi, e riposa in pace.
Forza Toro per sempre.




mercoledì 8 maggio 2013

La mia bolla

SFT (disperatamente e con un filo d'allegria)


Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla.
A volte vorrei non uscirne mai ma - ahimè - mi tocca di guadagnarmi il pane, gestire umani affanni, fare cose (cucinare, mangiare, dormire, interagire, varie ed eventuali).
Eppure nella mia bolla si sta bene.
La mia bolla di musica.
Indosso le cuffie, faccio scorrere veloce le dita sullo schermo dell’iPod, scelgo, chiudo le saracinesche.

Domenica strana.
Davide sta partecipando alle Olimpiadi di Matematica - oh yeah, è un piccolo genio, tié - e mi manca la sua presenza, spesso silenziosa e sempre densa di significati. Giulia approfitta della sua singolarità filiale per cuccarsi doppie attenzioni.
L’atmosfera è serena, idilliaca, ma manca qualcosa.
Finito il pranzo il coniuge (milanista...) decide di fare un pisolo e, gentilmente, chiede: “Mi svegli dieci minuti prima dell’inizio della partita, per favore?”
“No.” Rispondo secca.
“Ma... capito: sono iniziate le belligeranze...” Dice sorridendo.
“Oh già.” Replico con la voce di Gollum.
Ecco che cosa mancava: il mio lato oscuro, quello in cui tutti diventano il nemico.
Il mio lato oscuro... quello che coincide con la parte più profonda della mia modalità “Io sono del Toro”.
Vabbe’.

Intanto non riesco a tenere a bada la mia irrequietezza: decido di ciacolare via SMS con la Stefi.
Apro le danze inviandole la formazione ufficiale dei nostri e mi risponde...
- Un pari lo strappiamo.
- In questo momento sono avvinta dallo sconforto e non so perché, Stefi...
- Forse perché sei lucida?
- Non lo so, vecchia ciabatta... è qualcosa di profondo che è salito a galla e riguarda... non so bene che cosa. Boh.
- Quando vorrai mi spiegherai meglio, mistica.
- Più che altro... quando SAPRÒ verbalizzare le mie sensazioni.
- Esatto! Mens sana...
- … in corpo da rottamare.
- Ma va là... vecchio miocardio Granata! Rivediti le foto che ti hanno fatto prima del derby: la chiamavano El Grinta, zio cane!
- Ufffffff... mi viene da piangere...
- E va bene: lubrifica gli occhi. TU lo puoi fare a testa alta.
- Smettila. Forza Toro.
- Sempreeeee! Concentrati: anche oggi è una battaglia!
- Io volevo fare la fornaia, non la guerriera.
- Non saresti stata del Toro.

La Stefi mi scrive questa cosa e per un breve (ed eterno) attimo vorrei essere nella mia bolla.
Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla.
Però sta per iniziare la partita e allora... la bolla può aspettare, io no.

Sveglio il consorte all’ora X e ci disponiamo in campo... cioè in casa: il Milan in sala, il Toro in cucina.
La partita inizia e, dopo qualche minuto, Giulia decide di lasciarmi sola con i miei bestemmioni, vagando per casa incerta sul da farsi.
Durante il primo tempo ricevo SMS dal figlio: “Come stiamo giocando?”
Gli rispondo: “Siamo stati pericolosi in due occasioni. Per il Milan chiedi a papà ;-)”
Finisce il primo tempo.
Intervallo.
Ricongiungimento familiare con il coniuge che, cortesemente, mi offre un bicchiere di aranciata... sdegnosa, rifiuto l’offerta.
“Ti ha scritto Davide?” Gli chiedo.
“Sì, guarda...” Mi mostra l'SMS ricevuto dalla bella creatura che abbiamo fatto insieme: “Come sta giocando il Milan?”
Sorrido. Sorrido tanto. Sorridissimo. Più che un sorriso è un ghigno trionfale, a dire il vero.
“Sei riuscita a portarlo dalla tua parte, dunque...”
“Moi? No no no: ha scelto lui... anche se non sono così sicura che abbia fatto la scelta migliore...”
“Vacilli?”
“Mai: ti stavo ischerzando, ciacciaccero-ciaccià. Adesso fila, su: inizia il secondo tempo.”
Mi spernacchia e si avvia verso la sala.

Il secondo tempo.
All’ennesima nostra sfiga, la Stefi commenta così: “Ho finito le bestemmie.”
All’alba degli ultimi minuti di gioco mi permetto di dare voce alla mia paura: “Ho il panico da fine secondo tempo.”
E poi accade. Accade la solita roba. Quella roba che sta diventando un’abitudine. Un’abitudine a cui mi ribello, mi ribello, mi ribello, ma è uno di quei casi in cui la ribellione non serve a nulla: è il “Toro”, baby...

Non rispondo più agli SMS, alle telefonate, mi chiudo nel silenzio, priva di qualsiasi sentimento, sensazione, sentire.
Imbraccio la chitarra e arpeggio “Bron-Yr-Aur”: ecco la mia bolla.
Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla.

Anche il giorno prima ero nella mia bolla e nulla poteva farmi male.
Laura ed io finalmente in Collina insieme.
Prendere il trenino insieme.
Arrancare sulla salita insieme.
NON scattare alcuna fotografia insieme.
Camminare verso la lapide insieme.
Guardare l’orologio insieme.
Sospirare insieme.
Trattenere una lacrima insieme.
Andare a Superga fa sempre male, in qualsiasi giorno dell’anno, ma è un male che non fa male: va oltre.

Nella mia bolla si sta bene.
Nulla mi può far male, nulla... ma dal momento che la mia vena masochista sembra essere inesauribile, sto lucidando gli artigli per mercoledì sera... uh, mercoledì sera è QUESTA sera.

La scorsa notte ho sognato Toro-Genoa.
Ho sognato che i Ragazzi avevano perso la speranza e la voglia ed avevano deciso di giocare facendo finta di essere bambini in un cortile polveroso, felici e contenti di avere finalmente un pallone vero. L’atteggiamento di sana follia dei Ragazzi lasciava basiti ed impreparati i rossoblu e tanto bastava per essere tutti felici e contenti alla fine della fiera.
Il Toro vinceva perché non aveva nulla da perdere, insomma.
Mi sono svegliata stranita come i rossoblu del mio sogno, realizzando una volta di più che pensavo fosse masochismo invece era ammmore.

In redazione c’è agitazione: chi per un motivo e chi per un altro, c’è poca voglia di scrivere. Scrivere di che cosa, poi? Sembra che si possa solo stilare un elenco di follie e di sfighe e tutti quanti ne soffrono un po’.
“A volte l’amore è davvero brutto, eh?” Gli chiedo mentre verso il tea.
“Che cosa vuoi che ti dica, Strega...”
“Dimmi che cosa devo fare... io non so più che cosa raccontare... sto iniziando ad annoiarmi pure io a forza di parlare dei miei figli, Sagliets...”
“Non hai pensato che parli dei tuoi figli perché sono l’unica cosa che sta crescendo nel Toro?”
La pesantezza delle parole di Sagliets mi dà le vertigini e nascondo il volto fra le mani, coricandomi sul divano.
Sagliets rimane spiazzato dal mio ennesimo momento di sconforto. “Hey, Silvietta... non fare così, dai...”
Silenzio.
Silenzione.
Silenzissimo.
Che pace: mi sono addormentata.
Sagliets mi mette addosso la coperta Granata e lentamente esce dal mio antro.
Chissà se sognerò di nuovo il Toro che vince e se riuscirò ad entrare nel mio sogno e magari a non uscirne più...



Questa settimana tocca a “Ten Years Gone” (Led Zeppelin, “Physical Graffiti”, disco 2, lato A, prima traccia). “Hai mai avuto bisogno di qualcuno, e di averlo desiderato tanto?”





Dedico “Ten Years Gone” a chi ne ha le scatole piene, eppure... eppure.




mercoledì 1 maggio 2013

E com'era finita?

C'è.


Qualche anno dopo.

Esita.
Non dev’essere facile per lui.
Non lo è per me, per me che sono abituata.
Io sono abituata ad essere me stessa, lui... oh be’, mi ama, lo sento, mi ama, pur tuttavia... forse a volte gli piacerebbe avere una mamma meno hippy, meno strega, meno testarda, meno... meno.
Esita, ma poi apre la porta.
“Cavoli, mamma! Com’è pesante! E... ooooooh...” Gli si mozza il fiato, proprio come la prima volta in cui lo avevo portato in Maratona.
Quanto tempo è passato da allora? Così tanto che non ricordo quasi più il risultato finale...

Sabato mattina, il giorno prima del derby.

“Bambini! Bambiniiiiiiiiiii!!! Andiamo alla Sisport a dare la carica ai Ragazzi?”
“Sìììììììììììììììììììììììììììììììì!!!”
Ci prepariamo, ci vestiamo di Granata, andiamo alla fermata del bus.
Arrivano due ragazzini. Uno dei due, avrà 16-17 anni, mi dice: “Forza Toro.”
“Sempre!” Rispondo.
Ci studiamo un po’ e poi si esprime: “Io sono della Giuve, ma vi invidio. Invidio la vostra tifoseria: voi ci siete sempre, noi... noi no.”
Mi guardo intorno: che cos’è? Uno scherzo? No. Snocciola lodi su di noi. Arriva il bus. Ciao, ciao.

“Allora? Che cosa ne dici?”
“Mamma... è bellissimo... è così...”
“Così?”
“Granata...”
Non riesco a nascondere un sorriso di compiacimento: Sagliets ha fatto quello che gli avevo chiesto di fare e cioè coprire il lucernario con il drappo Granata. Fa sempre un certo effetto intravedere i raggi del sole che non riescono a penetrare quel colore.
“Oh be’, ciccio, potevi immaginare qualcosa di diverso?”
“No, mi sembra di tornare indietro nel tempo, mamma... ti ricordi quando mi hai portato in Maratona per la prima volta?”
“Ci ho pensato quando ho visto la tua espressione di meraviglia...”

Davanti alla Sisport si sta radunando la Grande Famiglia, lentamente, sempre più sonora.
Un signore mi passa accanto, porta una bici a mano.
“Che cosa succede?” Mi chiede con accento napoletano, rotondo e musicale.
“Domani c’è il derby! Siamo venuti a caricare la Squadra!”
“Le voglio raccontare una cosa... io sono napoletano e tifo per il Napoli, anche se non mi interesso più di tanto... però il Toro mi è sempre stato simpatico.”
“Eh... lo so: il Toro sta simpatico, è la nostra benedizione ed anche la nostra maledizione...”
“Le voglio raccontare com’è andata... io ero un bambino, vivevo a Napoli e manco sapevo dove fosse Torino: sapevo solo che era un luogo lontano. Una mattina ho sentito gli strilloni gridare: ‘È accaduta una tragedia! È accaduta una tragedia! È morto il Grande Torino!’ E io non capivo. Il Grande Torino? Perché Grande? Non capivo...”
Smette di raccontare, raccoglie le idee e poi prosegue.
“Le voglio raccontare che ho fatto una cosa da mariuolo... ho rubato una copia del giornale ad uno strillone e mi sono nascosto a leggere. Da allora il Toro mi sta simpatico... che tragedia, signora... tanti auguri per domani, allora!”
Ci stringiamo la mano, ci salutiamo. Rimango piacevolmente scossa.

DA-DANG-DA-DA-DANG.
“Hey!” Trasalisce.
“Tranquillo, ciccio, è la suoneria del telefono... puoi vedere sul display di chi si tratta, per favore?”
“C’è scritto SAGLIETS.”
“Ah! Bene: scusami per un momento... ciao, tribolazione, grazie per aver messo a posto il drappo Granata... vuoi fare un salto qui?”
Arriva quasi subito. Rapidi convenevoli con mio figlio, si stravacca sul divano. “Allora, Davide, che cosa ne pensi?”
Medita un po’. “Quel drappo... quel drappo mi ricorda la mia prima Maratona...”
“Davvero? E perché?”

Finalmente entriamo alla Sisport: che meraviglia essere parte di questo fiume Granata e fibrillante.
Vedo Chris, lo chiamo, baci, abbracci, foto. Dall’Inghilterra per il Toro. Quasi tutte le domeniche in cui il Toro gioca in quella specie di catino.
Mi presenta il suo amico Scott: anche lui dall’Inghilterra per il Toro. Scott mi racconta che quando era bambino, praticamente ieri (beato lui), dalla TV inglese seguiva la serie A italiana. “Era bellissimo il calcio italiano degli anni ‘90!” Sì, Scott, era bellissimo. Anche il Toro era bellissimo.
Mi racconta soprattutto che già allora aveva capito che la Giuve era qualcosa da evitare: mai sottovalutare la saggezza dei bambini, MAI.
Chiede che gli traduca gli slogan e i canti che poco per volta aumentano di intensità.
Mi sento tanto felice di essere del Toro e di farlo anche parlando in inglese.
Mi sento tanto felice di essere del Toro.

“Perché all’inizio della partita era stato sollevato un grandissimo cuore Granata. Me lo ricordo come se fosse ieri. Sembrava la vela di una strana imbarcazione. Sembrava... sembrava che stesse pulsando. I battiti, però, eravamo noi.”
Sagliets si volta verso di me: “Te l’ho sempre detto: questo ragazzino è molto profondo... complimenti...”
“Complimenti a lui, non a me: io ho solo avuto la fortuna di farlo venire al mondo... comunque grazie, Sagliettauro.” Sorrido. Arriccio perfino il naso per trattenere il pianto.
Si rivolge direttamente a lui: “Davide, che cosa ricordi di quel giorno?”
“Le nuvole grigie, il cuore Granata, la balconata.”
“E com’era finita?”

Mi sento chiamare: “Scusa, tu parli inglese... puoi aiutarmi a capire che cosa dice questo signore?”
Mi presenta un colosso di due metri: viene dalla Norvegia.
“Mi perdoni... ma come mai è qui?” Gli chiedo, consapevole di contravvenire alle convenzionali regole dell’educazione.
Mi racconta che gli piace viaggiare. È già stato a Torino qualche mese fa e si è innamorato della nostra città. Era anche stato a vedere una partita della Giuve ma, al suo ritorno in hotel, il buon portiere notturno gli aveva detto: “Ti spiego: a Torino c’è una sola squadra. Te la voglio raccontare...”
E così il norvegese aveva conosciuto Superga, il Fila, il Toro, ed aveva deciso di tornare.
“Eccomi qui, dunque! E domani c’è il derby!” Mi dice con entusiasmo.
Dea, come sono felice.
Mi viene da ridere... sembra una barzelletta: “C’erano un napoletano, due inglesi e un norvegese...”
Dea, come sono felice.

“Era finita male... ma è passato così tanto tempo che non vale più la pena pensarci e poi... e poi a me non piace soffrire troppo a lungo...” Risponde mio figlio.
Sagliets sorride e si volta verso di me: “È proprio tuo figlio, eh? Non gli piace soffrire troppo a lungo... sono orgoglioso di te, Maga Magò...”
“Anche io di te, tribolazione...”
Mio figlio sta studiando ogni angolo del mio sancta sanctorum e quando si avvede del grande pentacolo che decora il centro dell’ufficio fa un sorriso. “Mamma... un giorno spiegherai anche a me che cos’è la Magia?”
“Non ne hai bisogno...” Gli rispondo.
Sagliets si rivolge di nuovo a lui: “Sai che una volta sono entrato qui di corsa, sono andato a sbattere contro quel leggio e mi sono ritrovato spatasciato per terra, a pancia in su, con quel volume antico sul petto? E tua madre rideva, la sciagurata...”
“Mamma ha sempre avuto uno strano senso dell’umorismo... pensa che una volta, sentendomi arrivare in camera sua, si è nascosta dentro ad un armadio per poi uscirne urlando e brandendo una gruccia... mi ero preso uno spago che non ti dico!!! E lei rideva, rideva, rideva...”

Domenica: giorno di derby.

Luca mi comunica su Facebook di avere sognato che io, Glik e altri eravamo a casa sua. Io avevo dei chiodi di garofano e un bottiglione di liquido arancione.
Intavolo una lunga discussione con Manu e ci riconfermiamo stima, amicizia, affetto.
Scrivo a Davide che ho l’ansia.
Sento la Stefi due volte per telefono.
Guardicchio [testata su cui scrivevo].
Mangiucchio qualcosa.
Vivacchio.
Passano le ore, sembrano minuti: siamo dentro allo stadio.
La Rosy mi presenta Maria: che piacere conoscerla di persona. Chiacchieriamo come se ci conoscessimo da una vita e, essendo del Toro, CI conosciamo da una vita
Mentre manifestiamo la nostra gioia bambina, si avvicina un ragazzo dall’aria smarrita. In un italiano stentato dice: “Io non trovo dove mio posto.”
Gli dico che può parlare in inglese, se vuole. Tira un sospiro di sollievo. Mi racconta di venire dall’Australia. Suo padre è italiano, suo padre è tifoso del Toro, suo padre non viene in Italia da tanto tempo. Mi racconta che suo padre gli ha detto di venire a vedere il Toro e di cercare di non soffrire troppo. Sorrido amaramente, ma sorrido. Lasciamo perdere gli avverbi.
“Forsa Torou!” mi dice prima di dirigersi verso il suo settore. Sì, forza Toro, sempre.

“... però mia mamma piange spesso, sai? Una volta si è commossa per un tramonto in Bretagna, figurati... e avessi visto quando aveva ripreso a suonare la chitarra: una lagna... cioè: se la cavava, eh? Ma c’erano momenti di delirio in cui si chinava sulle corde e le scappava una lacrima... eppure... eppure a me sembra che sorrida sempre. E poi quando ride...”
“Sì, quando ride, lo fa anche con i capelli, vero?”
“Lascia perdere quei capelli, Sagliets... posso chiamarti Sagliets, vero?”
“Certo, ragazzo, certo...”
“Lei ride, ma mai quanto ho riso io quando ho letto i tuoi racconti: quando la facevi volare grazie a quel cespuglio di riccioli... che ridere, Sagliets!”
“Ma dai... tu hai letto i miei racconti?”
“Sì!”
“Posso chiederti che cosa ne pensi?”
“Mi piace leggerti.”
“Ma non ti stufi dopo un po’?”
“No: mi piace leggere. A volte mi dispiaceva arrivare alla fine: avrei voluto che non finissero mai...”
Sagliets ammutolisce.
“Hey, tribolazione... è un bel tipo il mio ‘bambino’, eh?”
“Cavoli... sì.”
Davide continua a guardarsi intorno. Sfoglia i miei vinili: gli sono sempre sembrati oggetti di un mondo tanto lontano e non ha tutti i torti.
“Mamma.”
“Sì, ciccio?”
“Prima stavamo parlando della prima volta in cui sono venuto in Maratona, per quel derby là... ti ricordi che avevamo segnato al primo minuto?”
“Sììììììì!!! E siccome la palla era stata toccata da Bianchi e da Cerci contemporaneamente, sul tabellone avevano scritto che il marcatore era ‘Due del Toro’!”
“E poi, mamma, Marchisio - scusa la brutta parola - si era inciampato ed era stato divorato dal grande Toro che stava sotto la Maratona!”
“E poi, ciccio, era entrato in campo Pulici e aveva segnato tre gol in 3 minuti e 39 secondi!”
“Record, mamma! Record!”
“E poi ti ricordi la voragine, ciccio?”
“Ooooooh, la voragine, sìììì! Ed erano precipitati tutti dentro! Tutti gli strisciati, ovviamente! E allora l’arbitro aveva recitato un rosario, si era pentito per i suoi peccati e ci aveva dato la vittoria a tavolino anche se stavamo già vincendo!”
“E poi era arrivato Capitan Valentino...”
“... si era messo davanti all’arbitro pentito, l’aveva guardato negli occhi, si era tirato su le maniche e...”
“... e poi era andato sotto la Maratona, dove lo aspettavano i suoi compagni di Squadra, e noi eravamo ammutoliti e poi...”
“... e poi li avevamo guardati mentre volavano via in cielo e poi...”
“... e poi era partito quel coro...”
Sagliets ci guarda senza capire.
“Mauretti, noi giochiamo. Ci piace giocare. Solo che facciamo giochi un po’... diversi. Ci piace, in svariati frangenti, immaginare altri universi...”
Rimane immobile e poi... gli spunta un ghigno maligno: “Andate avanti, vi prego: ho come il sospetto che il meglio debba ancora arrivare...”
“Davide, dov’eravamo rimasti?”
“Al coro, mamma!”
“Ti concedo l’onore, ciccio.”
“Vedi, Sagliets, in quel derby in cui accadde di tutto, accadde anche una cosa in più. I tifosi giubbentini, storditi da tutti quegli strani avvenimenti, decisero di approfittare del nostro silenzio per intonare - o meglio: stonare - un coro...”
“Quale, Davide?”
“Oh be’... muovendo le braccia in modo scoordinato e rivolgendosi verso i nostri giocatori si misero a cantare: ‘Come la giuve, voi siete come la giuve, coooooomeeee la giuuuuuve, voi siete come la giuve....’ Ovviamente smisero quasi subito perché noi, ci mettemmo a ridere, TUTTI, a ridere così forte, a ridere così felici, a ridere così sollevati che... le nostre risate li seppellirono e per un attimo ebbero la consapevolezza di essere... banali.”

Cade il silenzio.
Mi alzo, accendo la candela Granata, quella grande, accarezzo la testa di Davide.
Sagliets trattiene il respiro.
Davide riprende la parola. “Nel nostro universo quel mio primo derby era finito male. Ne ricordo ogni singolo momento: ho ereditato anche la memoria da mamma.” Fissa nel vuoto.
“Ciccio, allora non dovresti faticare a ricordarti che cosa ti avevo detto guardando insieme quel grande cuore Granata...” Gli dico sottovoce.
“Non lo dimenticherò mai. Avevi detto che quel cuore non era integro ma era completo. Ti tremava la voce. Come quella volta in cui Chiellini si era inciampato e gli si era incastrato il naso a centrocampo, te ne ricordi?”
“Ovviamente sì... e quella volta in cui...”
I nostri universi alternativi si snocciolano a suon di risate.
Sagliets decide di giocare con noi: “... e quella volta in cui Causio... tu sai chi è Causio, Davide?”
“Ma che domande!!!”
“Scusami... quella volta in cui Causio...”

Il giorno dopo, all’imbrunire.

Forza Toro sempre e... sì: sono devastata.
Ho pianto alla fine della partita e ringrazio Gianni e Paolo per avermi stretta forte.
Ringrazio tanto anche il mio Amico Davide e la Stefi: erano con me e questo bastava a sentire meno freddo.
Ringrazio soprattutto mio figlio che al suo primo derby, coincidente con la sua prima Maratona, ha visto... questa cosa. Lo ringrazio anche per non aver mutato di un solo accento la sua voglia di Toro.
Sono devastata.
Non sono integra, ma mi sento completa e non so quale divinità bestemmiare o ringraziare.
C’è chi non ha più speranze... invidio quelli che hanno perso la speranza: chi non ne ha, non può neppure avere paura.
Io non l’ho persa per cui, dentro di me, c’è spazio anche per la paura.
Oh be’, che provi ad avvicinarsi la paura: sono un osso duro.
Che palle, però... però la mia felicità di essere del Toro è qui, qui in mezzo alla mia cassa toracica. Fa un male bastardo e - non so né come né perché - fa anche bene.
Non so né come né perché e non voglio saperlo.
C’è.



Questa settimana tocca a “Tea for One” (Led Zeppelin, Presence, 1976, ultimo brano dell’album). “Un minuto sembra una vita intera, quando mi sento così”, dice il testo. Quante vite, quante...





Dedico “Tea for One” a:
- Davide, il mio Amico Davide, che è tornato a casa dopo il derby correndo per ventidue minuti sotto la pioggia;
- alla Stefi che non so come tirare su di morale: aiutatemi voi;
- a Lucia. Hey, Lucia... non avere paura, dammi retta;
- a Micaela e alla sua piccola Letizia che ieri è andata in gita indossando la t-shirt del Toro;
- alla mia Giulia che lunedì, come Letizia, ha scelto di andare a scuola vestita di Granata ed è andata a cercare i suoi compagni gobbetti per mettere subito le cose in chiaro;
- al piccolo Andrea che, come Letizia e Giulia, lunedì ha voluto mettere la maglia di Capitan Valentino;
- al prossimo che viene a dirmi che non ci sono tifosi del Toro fra i bambini e i ragazzini: meglio un bel blues che un pugno sul naso o uno sguardo pieno di disprezzo, no?
Infine dedico “Tea for One” al Quattromaggio perché una solitudine così non si può dire.




mercoledì 24 aprile 2013

Ci siamo quasi

I due Davide e il derby


È la voce di mia figlia.
La voce di mia figlia dice: “Io sono della giuve allo 0,000000000000000 per cento.”
Mi vengono i capelli dritti. Impallidisco. La guardo come se stessi guardando un alieno.
“Che. Cosa. Hai. Detto.”
Poi realizzo.
“Erano tutti zero, darling?”
Sorride un po’ preoccupata per la mia iper reazione.
“Be’... mi sembra ovvio, ti pare?”
“Mi hai fatto prendere un colpo.”
Alza le spalle, un po’ offesa... ed ha anche ragione: come posso aver dubitato? Come posso aver avuto paura che lei, proprio lei, potesse essere - anche in minimissima percentuale - una strisciarella?
“Scusami, darling...”
“Non ti preoccupare, mamma... volevo solo farti uno scherzo... forse era uno scherzo brutto.”
“No, no, figurati... solo che sono in APD. Già da due settimane che sono in piena APD...”
“APD?”
“Ansia Pre Derby, darling... ti ricordi quando abbiamo incontrato Davide l’altro giorno?”
“Ma chi? Mio fratello?” Adesso è lei che mi guarda come se io fossi un’aliena.
“No, quagliarula, il mio Amico Davide, il papà di Andrea e Filippo...”
“Aaaaaaaaaaaaaah! Sì. Quando andiamo a giocare da loro?”
“Presto, darling, presto...”

***********

11 aprile 2013, giovedì

Ciao Caro,
ho appena preso il mini abbonamento per me e per mio figlio. In Maratona. Non chiedermi perché: non lo so neppure io. E adesso me ne sto qui in ufficio, un po’ nascosta dal monitor e un po’ no, a lacrimare per i derby che ho visto in Maratona quando la Storia era diversa.
Spero che non succeda nulla. Spero che i Ragazzi se la giochino dignitosamente. Spero un sacco di cose per cui del Toro sono e del Toro sarò per sempre.
Oh be’, Davide... se ho ripreso a suonare la chitarra dopo trent’anni con risultati non proprio pessimi... perché non posso continuare a sognare di vincere il derby? Oh ca§§o... l’ho detto. Vabbe’. Oggi è uno di quei giorni in cui mi sento più del Toro del solito e non devo aggiungere niente altro perché sai benissimo che cosa voglio dire.
Un abbraccio,
S.
SFT

Ciao Cara,
allora lo faccio anche io in Maratona, ecchecca§§o!!!
D.
FTSFT

Mezz’ora dopo.

Ciao Cara,
fatto.
D.
FTSFT

Ciao Caro,
:’-)
S.
SFT

Ciao Cara,
pensa: sarà la nostra prima volta in Maratona! Abbiamo tempo, lo so, però mi sento come se giocassimo domani. Saranno due settimane molto dure. :-)
D.
FTSFT

Ciao Caro,
te l’ho già detto la scorsa settimana: arriveremo al derby stremati... che figata!
S.
SFT

***********

Ci conosciamo da una vita, ormai.
Ci siamo conosciuti meglio da quando... no, non da quando abbiamo scoperto di essere entrambi del Toro, no... ci siamo conosciuti meglio da quando siamo diventati genitori.
Ci si incontrava dalle parti della scuola elementare e poi... e poi intorno allo stadio.
Qualche anno fa, su corso Agnelli, con qualche Compagna di stadio, era sera.
Starnazzavo allegramente con le mie amichette Granata, quando mi sentivo chiamare forte.
“Ciao, Silvia!”
Mi guardavo intorno, non vedevo nessuna faccia nota, facevo spallucce.
“Silvia! Sono qui!”
Individuavo il possessore della voce: era Davide.
“Heeeeeeeeeeeeeeeey! Anche tu qui! Che bello!”
Come stai, come non stai, il lavoro, i bimbi, il Toro: le solite cose. Poi ognuno verso il suo settore.
Qualche anno dopo ci ritrovavamo insieme sul campo dopo Toro-Sassuolo a condividere una felicità tanto bambina quanto Granata: immensa.
Gli anni: a volte passano in fretta e forse lo fanno per unire e consolidare i percorsi delle persone.
I percorsi: a volte sono molto tortuosi, ma non importa.
Le prime volte: a volte sono tali anche se non lo sono perché lo sono.
Gli Amici: a volte sono speciali, davvero speciali. A volte se ne perdono per strada, però alla fine è un bene. La qualità, la qualità sopra ad ogni cosa...

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15 aprile 2013, lunedì

Ciao Caro,
sabato pomeriggio sono andata a ritirare i biglietti per la partita contro la Roma (sigh) e i mini abbonamenti. Trulla trulla, a braccetto del mio Davide, ritorniamo verso la fermata del bus.
Decido di dare un’occhiata a tutti i biglietti e…. CA§§O: mi aveva fatto i mini abbonamenti in Primavera. Faceva un caldo porco ma, credimi, mi sono messa a sudare freddo. Torniamo indietro e il titolare dell’agenzia mi dice che ci saremmo sentiti per telefono. Passa il sabato, passa la domenica, passa il lunedì mattino… mi ha chiamato poco fa: tutto a posto. Quindi prepariamoci a questa avventura in Maratona. Lo sai… quelli potrebbero contemporaneamente vincere il derby e festeggiare lo scudetto. So che alcune persone, intimorite da questa eventualità, non si presenteranno allo stadio. È giusto che ognuno faccia come meglio crede. Io – accecata, forse – vedo solo il lato poetico della questione. E ora pensiamo alla Fiorentina, via.
Un abbraccio,
S.
SFT

Ciao Cara,
oggi vado a ritirarli anche io, spero di non avere brutte sorprese... quanto al derby...  mi importa esserci. Con te (senza di te non sarei mai andato). Poi vedremo.
Un abbraccio
D
FTSFT

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Guardiamo la partita insieme, come sempre: mio figlio ed io.
Che bello giocare contro la Fiore... c’è aria di casa.
La Fiore segna. Segna ancora. Segna una terza volta.
Che palle giocare contro la Fiore... c’è aria di casa: perdiamo anche questa volta.
Il Toro segna. Ci guardiamo. Esultiamo in silenzio: c’è gente che fa il pisolino in casa.
Sfido CHIUNQUE a giurare di non aver avuto il pensiero: “Magari... magari...”
Il Toro segna ancora. Ci guardiamo di nuovo. Esultiamo in silenzio ma non troppo: il pisolino prosegue,
Sfido la Sorte comunicando telepaticamente a mio figlio di mandare affanculo la scaramanzia e di concentrarsi sul Toro.
Il Toro segna per la terza volta. Urliamo come dei matti, ci diamo pacche sulla schiena, saltiamo e gridiamo: chi se ne frega del pisolino altrui, che diamine...
Sfido il pensiero maligno che si insinua dentro di me e lo ricaccio giù giù giù nello scomparto dell’anima dedicato a ciò che non voglio sentire.
Eppure è pressante.
Il pensiero maligno.
Quella cosa che ci impedisce di credere fino in fondo.
Quella cosa che ‘tanto adesso ci fanno un altro goal’.
Quella cosa che il goal ce lo fanno.
Quella cosa che... mia Dea, mia Dea, mia Dea...

Mio figlio scuote la testa, gli si velano gli occhi. “Non è giusto, mamma, non è giusto...”
Lo abbraccio: non so - DI NUOVO - che cosa dirgli.
Non so come ci ritroviamo a parlare del derby.
I suoi occhi hanno di nuovo quella fiamma in mezzo alla pupilla: “Non vedo l’ora che sia domenica, mamma...”
Lo abbraccio: non so - DI NUOVO - che cosa dirgli.
Non ho abbastanza parole per dirgli il mio amore e il mio orgoglio... è una delle poche persone al mondo che riesce ad ammutolirmi.
Io mi sento sempre tanto più ganza di lui, Granatisticamente parlando, eppure... eppure sempre più spesso lo vedo così saldo, così sicuro, così Granata da farmi impallidire.
Forse ha davvero afferrato saldamente il testimone in questa corsa ad ostacoli.
Attento, cucciolo mio (sarai il mio cucciolo anche quando mi supererai in altezza... e manca poco), attento: a volte brucia, quel testimone. Brucia, fa male, pesa... ma credo tu abbia capito che, di quando in quando, fa volare.
Fa volare anche quando si è sull’orlo dell’abisso... che roba complicata...

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22 aprile 2013, lunedì

Ciao Cara,
buona settimana pre-derby. Io ho già iniziato a mandare affanculo ogni gobbo che mi si avvicina.
D.
FTSFT

Ciao Caro,
buona settimana pre-derby anche a te. Anche qui i vaffa si sprecano, credo che entro domani avranno capito che non si devono avvicinare. Non vedo l’ora che sia domenica. Sono così scema che se ci penso mi viene da piangere... d’orgoglio. Sono scema scema scema.
S.
SFT

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Chissà quante altre parole faremo da qui a domenica, forse tante, forse nessuna.
Chissà quanta adrenalina produrremo da qui a domenica.
Chissà quanti pensieri penseremo da qui a domenica.
Chissà come staremo lunedì.
Sarà un lunedì come tutti gli altri, come tutti gli altri che vanno da fine agosto-inizio settembre alla fine di maggio.
Sarà un lunedì in cui ci sentiremo vuoti e pronti a ricominciare.
Sarà un lunedì in cui avremo cose da raccontare.
Sarà un lunedì.
Fino alle 15 di domenica io - comunque - continuo a sognare.
Poi sarà solo tifo.

Faccio un salto in redazione per rilassarmi un po’, ma le dita bruciano e allora pigio i tasti del portatile con furia, mentre lacrime leggere mi tormentano gli occhi.
DA-DANG-DA-DA-DANG.
Guardo il display dell’avveniristico telefono che campeggia sulla scrivania: è Flavia.
“Hellooooooo!”
“Hellooooooooooo! Ti disturbo?”
“No, Flavia, MAI...” Sorrido da un orecchio all’altro quando la sento. “Avevo giusto bisogno di tirare un po’ il fiato...”
“Che stavi facendo?”
“Stavo finendo di scrivere l’articolo per mercoledì...”
“E come sta venendo?”
“Non lo so, Fla’... io scrivo, poi leggo. Dopo. Molto dopo. E mentre scrivo mi lascio attraversare da tutte le emozioni... è un’esperienza quasi medianica, ogni santa volta...”
“Che meraviglia! Non vedo l’ora di leggere quello che hai scritto!”
Mi emoziono un po’ e poi si parla di incantesimi e fasi lunari e gente strana e soluzioni e... con violenza si spalanca la porta del mio antro: e te pareva...
“Tesoro, ti saluto: si è appena palesato Sagliets... con malagrazia, tra l’altro...”
“Perché tutto cambi nulla deve cambiare! Ciao, bella!”
Saluti, baci, miele.
Sorrido al pensiero di questa Amica così speciale, aggrotto le ciglia rivolgendomi a Sagliets: “Hai mai sentito parlare del concetto di ‘bussare’?”
Alza gli occhi al cielo, ma è di buon umore: meno male...
“Ciao, Jimma! Che cosa fai? Dove vai? Quale? Perché?”
“Sagliets, zio barboncino... che cosa vuoi??? E poi... Jimma?”
“Ma sì, dai, ridi una volta! Sono venuto a renderti omaggio e a chiederti se hai voglia di suonare la chitarra per me... mi fai ascoltare qualcosa?”
“No.”
“Cactus. Vabbe’... in realtà volevo chiederti un’altra cosa... perché in Maratona? Perché dopo tutto questo tempo?”
“Perché...”
Sospiro. Come posso spiegargli la mia vita di una vita fa? Questa volta, però, non posso più eludere la domanda, temo... questa volta non posso tirarmi indietro. “Sagliets, metti su l’acqua per il tea. Metto a posto la chitarra e... e provo a raccontarti...”
Gli snocciolo a voce bassa i motivi per cui, ad un certo punto della MIA storia, ho abbandonato la Maratona, ho abbandonato lo stadio. Intanto il bollitore ha fischiato, abbiamo riempito le tazze, abbiamo lasciato che il tea colorasse di tramonto l’acqua bollente, abbiamo bevuto, ho parlato, mi ha ascoltato. Finché non è caduto il silenzio.
“Conserva queste parole per te, solo per te, per favore...” Gli dico mentre mi asciugo le lacrime.
“Come ti senti, Silvietta?”
“Vuota e pronta a ricominciare, Mauretti. E tu?”
“Io? Io vorrei ascoltarti suonare la chitarra.”
“OK... ‘That’s the Way’: sei pronto?”
“Sì.”


Questa settimana tocca a “That’s the Way” (“Led Zeppelin III”, 1970, terza traccia, secondo lato). Dedico “That’s the Way” a tutti perché... è bella.





Sono settimane in cui sono stremata da anni e non farei a cambio con nulla al mondo. Nulla.


Comunicazioni di servizio
Davide-figlio: è il tuo primo derby sul campo. Ne parliamo da settimane e da settimane sei tu quello riequilibra tutta 'sta tensione. Voglio ringraziarti, qui e ora, per come sei: serenamente agitato.
Davide-amico: è il nostro primo derby insieme. Ne parliamo da settimane e da settimane siamo un compendio vivente di psicopatologie. Voglio ringraziarti, qui e ora, per le risate e le rabbie che condividiamo.
Me stessa: datti una calmata. Voglio ringraziarmi, qui e ora, per dare a me stessa la possibilità di avere ancora storie da raccontare. Sono stremata già ora. Che figata!
Toro: eh... dai, dai, dai.



mercoledì 17 aprile 2013

Tieni il cuore occupato!

Vuoto e spazio


“Tieni il cuore occupato! Tieni il cuore occupato!”

Il giorno prima siamo fermi al semaforo e parlottiamo della partita del giorno dopo.
Improvvisamente si inserisce nella nostra discussione.
All’inizio è solo una vocina dolce, poi diventa occhi chiari e grandi e nasino svirgolato: “Ahia”, penso, “si è indispettita...”
Fa una domanda, una domanda semplice: “Perché io non vengo alla partita con voi?”
Davide ed io ci guardiamo, alzando un po’ le spalle.
“Già... perché non vieni alla partita con noi? Anzi: vuoi che prendiamo il biglietto anche per te?” Le dico.
“Sìììììììììììììììììììììì!” Risponde tutta gioiosa.
Vabbe’, facciamo ‘sto sforzo... certo che quindici euro per il biglietto di una gagna di otto anni sono tanti... facciamo ‘sto sforzo: ho bisogno di tenere il cuore occupato.

Nel pomeriggio Davide ed io andiamo a ritirare i nostri biglietti e prendiamo anche quello per Giulia.
Mentre siamo sul bus parliamo del derby. Un po’ ci divertiamo e un po’... e un po’ gli dico: “Molliamola lì, ciccio: stiamo pensando già troppo in là. Prima c’è la Roma. Poi c’è la Fiorentina. Non sono due passeggiate.”
“Hai ragione, ma’... però sei tu quella che dice sempre di tenere il cuore occupato e il mio cuore è occupato dal derby...”
“Mannaggia a me, alle mie leggi personali, a te, al fatto che stai sempre attento a quello che dico...” Gli prendo il volto lentigginoso fra le mani e lo guardo dritto nelle pupille: ci rivedo un po’ di me... la parte migliore di me. Speriamo che la parte peggiore di me gli sia sempre sconosciuta.

La domenica mattina scorre lenta. Troppo.
Mi sono svegliata presto, più presto delle stramaledette 06:05 che la settimana lavorativa prevede. Mi attacco al PC sperando di ricevere la visita delle Muse ma è tabula rasa. Prendo la chitarra in mano, chiudo tutte le porte e suono piano piano piano. Devo tenere il cuore occupato.
Ho il cuore grande e in tumulto: la chitarra non basta. Non basta la chitarra suonata così piano. Faccio finta che il plettro non esista e continuo ad accarezzare le corde. No, così non va: non c’è sudisfa. Rimetto a posto la chitarra. Guardo fuori dalla finestra: potrei andare a scattare qualche foto... no, l’ora bella del giorno se n’è già andata, i colori dell’alba inglobati dal celeste che poi diventerà azzurro.

Si apre la porta: eccolo lì. Sbuca il muso spiegazzato di Davide. Baci e abbracci. “Hai dormito bene? Hai fatto dei sogni? Vuoi la colazione? Ssssssh, non fare troppo rumore: tua sorella e papo stanno ancora dormendo.” Ritorna in camera sua camminando in punta di piedi.
Le ore si susseguono come le perle di un rosario.
Si avvicina il mezzogiorno: “Ragazzi! Andate a vestirvi: andiamo allo stadio.” Urla la Madre ricciocapelluta.
Il caos più totale si impossessa della casa per una buona mezz’ora e poi, finalmente, siamo in direzione della fermata del bus.

Giocano e parlottano fra loro, ancora non mi sembra vero di averli fatti io, non mi ci abituerò mai... il giorno in cui dovessi abituarmi ai miei figli, sarebbe il giorno in cui perderei la dignità di madre, credo.

Finalmente stadio.
Che caldo.
Giocano a pallone.
Arriva anche Samu: giocano insieme.
Tranquilli. Sereni. Le magliette Granata li rendono così uguali e così diversi dagli altri bimbi lì convenuti.
Dopo un po’ li chiamo a raccolta: “Ragazzi! È ora di entrare: muoversi!”
Mi vengono incontro. Giulia ha raccolto un ramo piuttosto voluminoso: “Posso portarlo dentro allo stadio?”
“Ma anche no, darling!”
“Uffff... che peccato...”
Sulla via per i tornelli parliamo di rami e mazze ferrate, senza accorgercene siamo dentro, prendiamo posto, ci guardiamo intorno.
Scatto foto, guardo i volti della gente, osservo il campo, nutro speranze.

Alla fine della partita non so che cosa dire.
Mi affido ad un: “Andiamo, Ragazzi, state vicini a mamma. Se vi perdete ci si ritrova...”
“... sotto la Torre Maratona! Lo sappiamo!”
Sento un moto di ribellione dentro, sento che vorrei essere io quella che si perde e viene recuperata da adulti amorevoli sotto la Torre Maratona, sento che il tempo sta andando troppo veloce, sento di avere paura, sento di aver sbagliato qualcosa... ma che cosa? Non lo so.
Provo disagio e provo disagio nel provare disagio nella mia tristezza di essere del Toro.
Arrivano notizie inquietanti: lame, ferimenti, assurdità.
“Ragazzi, giocate ancora un po’ col pallone ma non allontanatevi, OK?”
Giocano.
Io cerco di capire un monte di cose: il Toro, le lame, la tristezza, il caldo... e poi riprendo la via verso casa.

Prendiamo il bus al volo, ci sediamo.
“Avete molti compiti da fare, ragazzi?”
Rispondono quasi in coro: “E tuuuuuuuuuu?”
“Io... io devo ancora imparare a vivere, credo...” rispondo loro. “... e poi... e poi ho un po’ di magone: scusatemi se il Toro ha perso, scusatemi se vi ho coinvolti in questa roba bella che è il Toro... questa roba bella che è il Toro e che quando è brutta... quando è brutta svuota il cuore, non so se mi spiego...”
Mi guardano. Si guardano. Davide prende la parola: “Tieni il cuore occupato, mamma.”
“Eh?”
“Ti ricordi di quando ero piccolo e non volevo imparare a pattinare? Mi avevi detto di tenere il cuore occupato dal pensiero che poi mi sarei divertito... ed è andata così.”
“Ma io so già pattinare, ciccio...”
“Mamma... non cambiare discorso [sorride, quasi adulto all’improvviso]... dai, quando arriviamo a casa potresti suonare un po’ la chitarra mentre noi facciamo i compiti...”
“E posso anche prendere un pezzo di cioccolato?”
“Sì, mamma...”
“E possiamo vincere il derby, eh? Dai, possiamo?”
“Sì, mamma...”
“E poi andiamo di nuovo alle Shetland, anzi no, alle Ebridi, anzi no... andiamo a Londra? Dai, andiamo a Londra?”
Durante il nostro scambio di ruoli lui ride e l’altra, sua sorella, mia figlia, ci guarda un po’ divertita e un po’ interdetta.
“Tutto OK, Giulietta?”
“Sì, ma non ho capito bene che cosa voglia dire ‘Tieni il cuore occupato’...”
“Vuol dire che nulla e nessuno possono portarti via la felicità e la curiosità. Vuol dire che quando la tristezza è troppo dolorosa, scava e scava... no, aspetta, sto facendo un discorso troppo difficile... proviamo così... ti ricordi quando ti ho detto che il Toro non c’era più? Tu non avevi ancora compiuto un anno.”
“Sì, me lo ricordo.”
“Bene. Avevo provato un grande vuoto. GRANDE. E allora sai che cosa ho fatto?”
“Hai guardato le stelle.”
Sospiro sorridendo: ricorda sempre tutto. Anche le emozioni altrui.
“Sì, ho guardato le stelle. Ho provato a riempire il vuoto che sentivo, insomma.”
“E ti sei sentita meglio?”
“No, affatto... ma ho potuto prendere atto di quanto spazio ci fosse ancora a disposizione dentro di me. Spazio da riempire con nuove emozioni, belle e/o brutte. Spazio da riempire con altro vuoto. Una volta ho sognato che il mio cuore era una piazza percorsa da una miriade di persone. Ogni persona rappresentava un momento della mia storia personale. Scoppiava un temporale e tutte le persone andavano a rifugiarsi sotto i portici. Entravo in campo anche io...”
“Tu fai sempre sogni strani!”
“Certo, cara! Entravo in campo anche io, ti dicevo, e andavo di corsa in mezzo alla piazza. ‘Dove scappate? È solo pioggia: mica siete fatti di zucchero... Non lasciatemi... non lasciatemi SOLA.’ Gridavo. Rimanevano sotto ai portici, ‘sti scioperati...”
“Che cosa vuol dire ‘scioperati’?”
“Te lo spiego un’altra volta. Nel mio sogno decidevo, allora, di combattere la paura di rimanere sola mettendomi a danzare sotto la pioggia. E sai che cosa succedeva? Succedeva che, ad una ad una, le persone uscivano dai portici e si mettevano a danzare con me. E sai perché?”
“Eeeeeh... no, perché?”
“Perché facevano parte di me, ERANO me ed io, evidentemente, cerco di essere integra anche nei sogni.”
“Aaaaaaaaaah... non ho capito ma mi sembra una cosa bella!”
“Tesoro... quello che voglio dirti è che se permetti al tuo cuore di rimanere occupato, la tristezza si supera e crei nuovo spazio e quindi...”
“Tieni il cuore occupato! Tieni il cuore occupato! Prima di fare i compiti mi fai sentire ‘Black Dog’?”
“Sì, Giulia, sì...”


Questa settimana tocca a “Black Dog” (Led Zeppelin IV, brano di apertura di quello che è un album fondamentale). Secondo i Celti, più specificamente i Bretoni, il Cane Nero rappresenta le anime dei dannati che, durante la notte, ululano per la terra e lungo il mare.





Dedico “Black Dog” a chi sceglie di non venire più allo stadio, dedico “Black Dog” a chi sceglie di continuare a venire allo stadio, dedico “Black Dog” a chi - come me - parla di ‘venire allo stadio’ e non di ‘andare allo stadio’.... in fondo sono sempre lì. Ad aspettare. E anche ad ululare nella mia terra e lungo il mio mare. Che fatica. Forza Toro.