domenica 27 aprile 2014

Ora proprio no

Questa è una collina. Si chiama Chalice Hill.
Si trova nel Somerset. È un luogo sereno.
Oggi mi sembrava di essere lì.
L'ultima volta era stato un baccanale, questa volta... questa volta sono uscita dallo stadio canticchiando "Baby, come on home": è una canzone d'amore, d'amore disperato, ma la musica che accompagna parole imploranti un ritorno... oh, quella musica è di una dolcezza infinita, serena, pacifica, tranquilla.

È aprire i polmoni per far entrare quanta più aria possibile, è accomodarsi su un divano trovando subito la posizione giusta, è gustare il sapore di un cibo che si sa di digerire agevolmente.

La folla granata che si riversava fuori dallo stadio mi restituiva le stesse sensazioni di cui sopra: una gioia contenuta non perché si è bogia nen, ma piuttosto perché era gioia di cui poter godere senza il timore di sentirsela estirpare da sotto i piedi per precipitare in una qualche voragine.

Così... solo per dire la serenità, per dirla e scriverla e lasciarla qui e venirla a ripescare quando di serenità, magari, non ce ne sarà tanta... ma ora non mi interessa, ora proprio no.

Per quanto io ami il mio passato e sappia quale voglio sia il mio futuro, ora proprio no.

Non avrei mai immaginato che il Toro - e per di più giocando contro una squadra dalla maglia di dubbio gusto - mi avrebbe ANCHE regalato questa dolcezza infinita, serena, pacifica, tranquilla da vivere ORA.

Il resto verrà, o forse no, ma chi se ne catafotte.

W IL TORO


sabato 26 aprile 2014

Uno, due, tre, prova... funziona.

Qui eravamo a Jarlshof, Shetland,
e ci tenevamo per mano: lo facciamo spesso.
Ci ero andata allo stadio, poi.
Ci ero andata ed ero stata sull'orlo del baratro.
Ci ero andata ed avevo rischiato di non esserci negli ultimi minuti.
Andare allo stadio con un braccio fresco di gesso è un'idiozia totale e, fiera della mia idiozia, sono qui per raccontarlo.
Gesso fresco, dolore al polso brillantemente vivo, spossatezza, febbre post traumatica, il gol del Genoa.
Ero al tracollo e pronunciavo la bestemmia: "Davide... andiamo a casa: non ce la faccio più..."
Non era il gol del Genoa a farmi tracollare, no... era la consapevolezza di essere irrimediabilmente idiota per non aver calcolato che il Toro non mi avrebbe fatto passare - anche solo momentaneamente - quel dolore continuo, assordante, martellante, e il disagio di muovermi più goffamente del solito.
Ero STANCA.
Accoglievo con rassegnazione genitoriale la britannica risposta di mio figlio: "Preferirei rimanere fino alla fine."
"OK, Davide... ma ho un male porco."
Non ascoltava neppure la mia risposta, lo sguardo già rivolto verso il campo.
"Ma guarda che tipo...", pensavo con un misto di cazzocazzocazzochemale e di granatico orgoglio.
E poi succedeva quella cosa.
Quel goal di Immobile.
Il rombo della folla.
Con il braccio sinistro mi autoabbracciavo e scoppiavo in lacrime, poi abbracciavo mio figlio dicendo AHIA perché schiacciavo il braccio ingessato, e poi tornavo di nuovo a piangere, rimanendo ferma come una statua.
Non facevo in tempo ad asciugarmi le lacrime e succedeva quell'altra cosa.
Quel goal di Cerci.
Un altro rombo della folla.
Subentravano i singhiozzi.
Singhiozzavo per il male e per il godimento.
Mi appoggiavo al vetro che divide la Curva dai Distinti e singhiozzavo.
L'Amico Maurizio si voltava e correva ad abbracciarmi, a sostenermi, a farmi partecipare.
Ero vittima di una specie di blackout e lui doveva essersene accorto: gliene sarò eternamente grata.
E poi l'arbitro fischiava la fine della partita ed esplodeva il terzo e ultimo rombo della folla, quando la folla non aveva più voce per produrre alcunché ma - lo giuro - non scorderò l'impatto fisico di quel rombo finché avrò respiro - e probabilmente anche oltre - perché da quel rombo ero circondata e di quel rombo facevo parte.

Mentre uscivamo dallo stadio continuavo a ringraziare Davide e iniziavo a ringraziare me stessa per aver dato alla luce un figlio così, molto più del Toro di me.
Il limite di essere meno del Toro di qualcun altro non mi faceva sentire in colpa, non mi faceva sentire peggiore, no... mi faceva sorridere fino ad avere i crampi alle guance, mi dava l'idea che essere del Toro era/è essere del Toro, punto e basta, con migliaia di sfumature, milioni di debolezze, miliardi di forze inaspettate.
Appena fuori, mi veniva incontro l'Amico Diego e ci abbracciavamo ("Fai piano! Mi fa male il braccio!") e di nuovo, che palle, scoppiavo a piangere. Diego chiamava a raccolta l'Amico Luca, a pochi metri di distanza, e insieme riuscivano a farmi ridere, finalmente.

Mi sono tremate le gambe fino a notte fonda, anche a causa della febbre.
E per l'ennesima volta si è rinnovato il patto d'amore incondizionato con mio figlio e con il Toro.
Sono una buffa creatura.
Buffa e idiota, ma ho imparato ad amarmi così come sono.

Uno, due, tre, prova... funziona.
Be', non tanto bene, ma funziona.
Ci vorrà del tempo, ma il mio polso tornerà a funzionare come si deve.
Non fa più tanto male, le dita della mano hanno recuperato quasi del tutto la mobilità e riesco ad usare la tastiera del PC (un po' lentamente, ma c'è spazio per il miglioramento).
No, non posso ancora suonare la chitarra.
Ieri ci ho provato, ma non ci sentivamo a nostro agio, né io né lei.
Quanto meno ci siamo abbracciate: ci stiamo mancando.
Vederla lì appoggiata al muro è un continuo memento dei miei limiti, ma andrà come tutte le altre volte: li supererò e li dimenticherò.
Così come dimenticherò l'idiota (moooooooooooooolto più idiota di me, oh yeah) che si è preso la briga di scrivermi che meritavo di essermi fatta male. Ovviamente il messaggio è arrivato firmato con uno pseudonimo perché alcuni sono governati dal "curagi, fioi: scapuma"... viva le differenze, lo dico per l'ennesima volta.

E questo è quanto.
Magari un giorno mi verrà voglia di raccontare anche la partita contro la Lazio, ma ora no... ora mi preparo ad andare a prendere secchiate d'acqua durante la partita contro l'Udinese e neppure questa volta maledirò la pioggia.


sabato 12 aprile 2014

Domani posso andare allo stadio?

Pronto Soccorso del C.T.O., oggi pomeriggio.

Indosso la t-shirt bella, quella su cui campeggia la scritta LA MARATONA.
All'inizio di quella che sarà una lunga attesa Sagliets minaccia di venire a tenermi compagnia.
"Rimani lì dove sei, in nome della Dea!"
"Sei stronza anche quando stai male, eh?"
"Ora e per sempre."

Dopo la visita dall'ortopedico, aspetto che mi facciano le radiografie di rito.
Arriva in sala d'aspetto un donnino dallo sguardo sperso.
Mi racconta qualunque (noiosissima) cosa, incurante delle mie imprecazioni: ho proprio male; all'improvviso mi chiede: " Signora, ha fatto la maratona?"
Mi viene un po' da ridere sprezzantemente, sento il sopracciglio sinistro alzarsi deciso, e con tutta la dolcezza possibile le dico: "No, signora, la Maratona è la curva dei tifosi del Toro."
Essa replica: "Aaaaah... mi scusi ma io non pratico: mio marito è della juve."
Al che rispondo: "Apperò!"
Non avendo più nulla da dire, riprendo a camminare avanti e indietro, nervosa e addolorata come un drago che non sa più sputar fuoco.

Attenedendo il referto dei raggi, esco a fumare una sigaretta.
Nel mio stare lì a fumare, mi guardo intorno e lo sguardo mi cade su una finestra del PS: da dietro il vetro si palesa il sosia del figlio di Polifemo (gggiuro!).
Sussultò un po', basita, e poi alzo le spalle: la cicca è finita, torno dentro ad aspettare.

Refertate le radiografie, vado dall'ortopedico. Trascorro qualche minuto d'attesa a canticchiare che la mamma di Marotta è Polifemo, incurante degli sguardi straniti degli altri astanti.

Finalmente mi chiamano.
Mi viene spiegata la rava e la fava e vengo fatta accomodare in sala gessi.

Esco con il braccio destro vestito a nuovo, ma mi introduco furtivamente nel bugigattolo dell'ortopedico.
"Dottore, mi scusi... domani posso andare allo stadio con questo coso?"
"Assolutamente sì," risponde e sorride quasi con tenerezza.

Finalmente esco - dopo quasi cinque ore - dal C.T.O. e... niente: buona guarigione a me.


Non so se mi faccia più male il polso distorto o la consapevolezza di non poter suonare la chitarra per... oddea, non so per quanto tempo... ahia...