mercoledì 27 marzo 2013

Il Piccolo e il Grande

Orizzonte variabile


Primo caffè della giornata, discorsi casuali al bar.
“Hey, hai sentito in tivvù? L’aereo degli Azzurri è stato colpito da un fulmine in fase di atterraggio... chissà che paura...”
“E be’... noi Granata, poi, siamo piuttosto sensibili quando si parla di aerei...”
“Ma tu quanti anni avevi quando l’aereo del Torino si è schiantato a Superga?”
Trasalisco.
So di non essere in forma... ‘sti maledetti capelli bianchi, poi... rughe? La giusta quantità... mi guardo allo specchio. No, senza dubbio sono normalmente quasiquarantottenne.
“Meno sedici, cara,” le rispondo con nonchalance.
Trasalisce.
Sa di avere fatto la gaffe del secolo... ‘sto maledetto Toro, poi... le date? Non se le ricorda tutte... guarda il suo compagno. Sì, è diventata del Toro per amore e si rende conto di dover/voler imparare ancora tanto.

“Ma tu quanti anni avevi quando l’aereo del Torino si è schiantato a Superga?”
Te lo dico io quanti anni avevo.
Ne avevo davvero meno sedici.
Mamma e papà ne avevano tredici a testa, l’età che ha adesso mio figlio, e non sapevano ancora che sarebbero stati la mia mamma e il mio papà.
Quanta solitudine in quei piccoli cuori.
Solitudine improvvisa.

Mi sveglio per il dolore alle spalle. Socchiudo gli occhi e non cambia nulla: buio completo. Capisco di non essere a casa. Ma dove sono?
Oddea... il peggiore dei miei incubi si è realizzato: sono stata sepolta viva.
No... non doveva finire così... non mi ricordo nulla... come diavolo è andata?... non è giusto... mia Dea, che silenzio... mia Dea, portami via, portami via subito...
Nonostante il panico cerco di razionalizzare.
Sono dentro alla mia tomba, evidentemente. C’è aria in abbondanza. C’è tempo. C’è... spazio. Dove cavolo mi hanno sepolta? Questa non è una bara... sta a vedere che... sta a vedere che mi hanno buttata in un fosso, in una grotta, in una cantina... maccheccazzo... eppure... eppure no. Le mie braccia sono appoggiate su... un ripiano di legno. Sono seduta. Il cellulare. Dove cavolo è? Non ce l’ho. Male. Bene. Boh. Dei passi. C’è qualcuno. C’è qualcuno! Apro la bocca per chiedere soccorso e... sono totalmente afona. Che sfiga. Non faccio in tempo a pensare a strategie di fuga ed è luce. Accecante.
Quando le retine riacquistano la normale operatività, capisco di essere viva (pheeew), di essermi addormentata sulla scrivania in redazione (ero stremata: tra Toro, lavoro, due figli due, la chitarra, gli incantesimi... ogni tanto la vita è faticosa, eh?) e di essere molto incazzata con Sagliets, che brandisce una spada laser che manco Dart Fener e che ulula sconclusionatezze.
“....................!” urlo senza produrre suoni.
“Hai visto che bell’aggeggio ho trovato? Me l’ha regalato un signore tutto vestito di nero: che gentile.”
Afferro un foglio, intingo la penna nel calamaio, scrivo una parola, una sola, mostro il foglio a Sagliets. La parola è PUCIU.
“Puciu? Oh, scusami... stavi dormendo come un puciu... scusami... me ne vado...”
Fulminandolo con gli occhi, con una mano gli faccio segno di aspettare.
Guardo il foglio, bestemmio - in silenzio, maledizione - , correggo la scritta, gliela mostro.
“PICIU. Ma perché, caramellina al cianuro... che cos’ho fatto di tanto brutto?”

Quel gagno stava per passare un brutto momento.
Ero andata a prendere mia figlia più presto del solito: dovevo gestire lo sciopero dei mezzi pubblici, il ritorno a casa e il raffreddore balordo.
Sulla soglia dell’aula mi si avvicina un soldo di cacio con i capelli biondi e gli occhi verdi e, sorridendo malignamente, esclama: “Forza giuve!”
“OK.” Gli rispondo, mentre i demoni che solitamente mi accompagnano si siedono con ampi canestri colmi di pop corn fra gli artigli.
Insiste.
“Forza giuve, forza giuve, forza giuve!”
“OK.” Gli rispondo nuovamente.
“La giuve è prima in classifica, il Toro è ultimo!”
Respiro a fondo. I demoni si danno di gomito.
“Stai dicendo una cosa sbagliata, ciccio.”
“Ah sì? E dove siete in classifica?”
“Più o meno a metà. Non leggi i giornali?”
“No!”
“La tua compagna sì, invece... viva le differenze.” Indico mia figlia: sta raccogliendo libri e quaderni senza rompere i maroni a nessuno ed è... lo dico dopo.
Insiste.
Il piccolo gobbo rompimaroni insiste.
E io sono sempre più Zen.
“Quelli del Toro dovrebbero buttarli tutti dal terzo piano!”
“Nel tuo sussidiario manca la sezione dedicata alla grammatica italiana, eh?” Penso, ma dico: “Temo che tu abbia detto una cosa molto brutta, sai?”
“Così si spiaccicheranno tutti!”
“Spiaccicherebbero, per amor di correttezza.”
Intanto si avvicina un altro compagno di scuola. Lo conosco bene: gioca a calcio. È della giuve pure lui, ma gioca nel Toro. Si rivolge all’altro gagno. “E smettila...” Gli dice e io aggiungo: “Ascolta: tu conosci la differenza fra vincere e partecipare?”
A volte mi darei delle martellate sulle ginocchia pur di non favellare, eppure è più forte di me: mi piace farmi male, evidentemente.
Mi soffermo un momento a guardare ‘sti due gagni: il molesto biondino con gli occhi verdi, il pacato morettino con gli occhi (grandissimi!) neri.
Il biondino esclama con sfrontatezza: “Vincere! Conta solo vincere! Voi non siete capaci!”
Lo dico? Lo dico: mi prudono le mani.
Interviene il morettino: “Sbagli. Ricordati che per ogni volta in cui vinci, la volta dopo potresti perdere: non dimenticarlo mai.” Aria pulita, respiro aria pulita. Ci sorridiamo a vicenda.
Il biondino non sa più che cosa dire e stringe i pugni.
Guardo mia figlia: sta raccogliendo libri e quaderni senza rompere i maroni a nessuno ed è... così diversa da ‘sto soldo di cacio.
Indossa il giubbottino del Toro, sul davanzale alle sue spalle è appoggiato il suo (una volta era mio...) cappellino del Toro.
Senza rompere i maroni a nessuno.
Finisce di raccogliere le sue cose, indossa la giacca e il cappellino, saluta la maestra e i compagni, ci prendiamo per mano e andiamo incontro ad un pomeriggio tutto per noi.
Per strada le chiedo: “Come si chiama quel biondino rompicispole?”
“Enzo.”
“È sempre così tignoso?”
“Lascia perdere, mamma... è un caso disperato...”
“OK, tata... dimmi una cosa: ti ha mai rotto le scatole perché hai sempre qualcosa di Granata addosso?”
“No... cioè... una volta ci ha provato. E poi non ci ha provato più.”
Mi sorride con la faccia furba e preferisco non indagare ulteriormente: la ragazza sa difendersi, la ragazza sa, la ragazza è del Toro, la ragazza è del Toro sempre, la ragazza è così del Toro sia che si vinca sia che si perda e lasciamo le rime a qualcun altro più bravo di me.

Nonostante le mie doti mimiche non siano eccelse, Sagliets capisce di dover levare il disturbo, non prima di aver acceso le quattro candele Granata del candelabro sulla mia scrivania.
Faccio un bel respiro: che bello essere viva!
Mentre il PC arranca per attivarsi, sgranchisco le zampe e butto gli occhi sulle foto appese al muro: Capitan Valentino, Lulù, Gigi, Tiziana, Capitan Giorgio, Joe, John Lennon, i miei nonni, Bonzo... non li dimentico mai, sono sempre lì, foto o non foto, sono sempre lì ad appesantire, rendendolo leggero, il mio cuore.
Il PC è vivo e lotta con noi, a giudicar dai suoni che emette... vediamo un po’...
Sagliets scrive - Ho lasciato da te il mio cilicio?
LaSilvia scrive - Per tutti i diavoli (hip hip urrà!)... quale cilicio? Cerca di non essere troppo complicato oggi... non ce la posso fare: sono appena morta e risorta...
Sagliets scrive - Il cilicio, Signora delle Tenebre... non hai letto la comunicazione?
LaSilvia scrive - No. Quale? Dimmi la verità: oggi vuoi il mio male, confessa.
Sagliets scrive - Smettila... non lo trovo. Non lo trovo più. Il mio cilicio. Quello che uso sempre dopo la seconda partita consecutiva in casa, la seconda partita consecutiva, quella che perdiamo sempre...
LaSilvia scrive - Ah, quello... ho fatto un rapido volo fino al Comunale e l’ho lasciato sul tuo seggiolino, stolto... a me sembrava un gatto a nove code, comunque...
Sagliets scrive - L’ho mascherato da felino OGM per non avere problemi.
LaSilvia scrive - Ehilà, che finezza! Comunque... di quale comunicazione parlavi?
Sagliets scrive - Oh be’... nessuna: volevo solo instillare il dubbio in te.
LaSilvia scrive - Lascia che recuperi le forze e poi ti instillo io...
Sagliets scrive - Bentornata, Sua Malignità!
LaSilvia scrive - Smettila con i convenevoli. Dunque ci sarai contro il Napoli, giusto?
Sagliets scrive - Ovviamente sì: non posso perdere un’occasione per soffrire.
LaSilvia scrive - Me too. Siamo un po’ dei tristoni, però...

Che tristezza la domenica senza la partita.
Che differenza dalla tristezza dello scorso anno quando la domenica non si giocava perché giocavamo il sabato.
Ci sono tristezze e tristezze... e forse senza tristezza non riusciamo ad essere contenti, non completamente.
Se mi volto a guardare la Vita percorsa fin qui, vedo molti momenti di tristezza e molti momenti di gioia.
Se mi volto a guardare i momenti di tristezza vissuti fin qui, vedo qualcosa di particolare, vedo una specie di nostalgia, una nostalgia che scalda il cuore, che non fa male, che rassicura, che fa capire il senso dell’orizzonte Granata.
È laggiù, quell’orizzonte, lo si può raggiungere... e poi spostare più in avanti.
Se il Toro fosse un numero, sarebbe un otto rovesciato.
Se il Toro fosse un sapore, sarebbe lo stesso dell’oceano e delle lacrime.
Se il Toro fosse un Amico, sarebbe quello che fa girare le gonadi ed anche quello che c’è quando è necessario che ci sia.
Se il Toro è così unico un motivo ci sarà... credo che il vero motivo sia nascosto al di là dell’orizzonte... vado a cercarlo, lo sposto più avanti e poi torno.



Questa settimana tocca a “I Put a Spell On You” di Screamin’ Jay Hawkins (“At Home With Screamin’ Jay Hawkins”, 1958). Verso la fine il testo recita: “Io ti amo comunque e non mi interessa se non mi vuoi: sono tuo proprio ora”... un modo come un altro per raggiungere l’orizzonte e spostarlo più in là.



Dedico “I Put a Spell On You” ai bambini del Toro, qualsiasi sia la loro età.




mercoledì 20 marzo 2013

Una sera speciale

Sotto la neve


Sagliets scrive - Safkazaaaam!
LaSilvia scrive - ?
Sagliets scrive - Badabampumpum!
LaSilvia scrive - E alloraaaaaaaa?!? Che cosa vuoi?
Sagliets scrive - Ciao, Ape Regina! Come vanno gli svolazzamenti?
LaSilvia scrive - Ciccio, stai a cuccia... non è giornata.
Sagliets scrive - Uh. Oh. Ah. Non ti è ancora passata?
LaSilvia scrive - No.

La vita difficile di quelli che non sono del Toro e si ritrovano - per grande buona sorte - a condividere la propria esistenza con qualcuno che del Toro è e anche tanto.
Era stata una domenica difficile, molto difficile.
Tutti quei gol.
Quattro.
Mio figlio, il ragazzino perbene che non dice le parolacce se non quando strettamente necessario, al triplice fischio dell’arbitro si era scagliato contro il teleschermo pronunciando due sole parole: “Parma me§da!”
Poi si era girato verso la statua di sale che ero diventata, si era alzato in piedi ed era venuto ad abbracciarmi.
Mio figlio è del Toro.
Mio figlio nutre forti simpatie anche per un’altra squadra: quella per cui tifa il suo papà.
Mio figlio mi aveva accompagnata a vedere il Toro contro la squadra per cui tifa il suo papà.
Mio figlio, ANCHE quella volta si era preso quattro pappine, e non aveva fatto un plissé (versione raccontata a casa) e aveva detto alcune parolacce (versione vera).
Mio figlio, due giorni dopo la Caporetto parmense, si è beccato quattro schiaffi pure dal Barça.
Mio figlio, prima di andare a dormire, mi ha detto: “Contro chi giochiamo la prossima?”
Bello, l’ammmore di mamma sua...
La sera di Barça-Milan io ero già spaparanzata sul materasso, avvolta dal piumone turchese, intenta a ririririleggere alcuni passaggi de “Il Signore degli Anelli”: che pace... quando sono stata raggiunta dal condivisore del talamo che, con voce e sguardo e postura colmi di mestizia, mi diceva: “Che figura...”
“E sì... povero Toro...” gli rispondevo.
Mi guardava con un improvviso lampo d’odio, poi sospirava e gli veniva da ridere.
La vita difficile di quelli che non sono del Toro e si ritrovano - per grande buona sorte - a condividere la propria esistenza con qualcuno che del Toro è e anche tanto... be’, non è poi così difficile: siamo simpatici (oltre che perennemente Torocentrici) e quindi... e quindi.

Sagliets scrive - Ti chiamo.
Non faccio in tempo a rispondere: è già sulla soglia del mio sancta sanctorum. È corso fino a qui e, non riuscendo a rallentare il proprio impeto, inciampa nel leggio d’ebano su cui ho poggiato un pesante tomo dalle pagine incartapecorite, che precipita inesorabile sul petto di Sagliets, a sua volta precipitato nel bel mezzo del pentacolo che campeggia in mezzo al pavimento.
“Ehilà, disaster... preferisci a giocare a ‘Il Sagliets di Vitruvio’ o a ‘Sabba sacrificale col Sagliets’?”
“Ma vai ad acchiappare pipistrelli, sapientona... che cavolo di carattere... io vengo qui per consolarti e tu fai la saccente... che palle...”
“What?”
“E smettila di parlare in inglese!”
“Why?”
“Because... ma che cosa mi fai dire?!? Uffa... allora vai a Toro-Lazie?”
“Mmm... non lo so. Tu?”
“Boh. Prevedono neve.”

La testa mi diceva: “Non andare allo stadio questa sera: hai il raffreddore, non sei in quadro: stai a casa, dai...”
Il cuore e la pancia mi dicevano: “Vai!” e me lo dicevano sorridendo.
Avevo una ‘cosa’ nel petto, un groviglio, un sussultare continuo ed irregolare, folle, disordinato, multicolore.
E quella ‘cosa’ mi avrebbe portata allo stadio.
Ero così su di giri che scrivevo al Diretùr per raccontargli di questo mio particolarissimo momento gioioso.
“Sai, Capo... questa ‘cosa’ mi porterà allo stadio. Come se dovesse essere una sera speciale... ma sì che è una sera speciale: gioca il Toro, ca§§o! E non mi importa - ORA - se sarà il Toro o un vitellino. Erano secoli che non sentivo una spinta così forte: è bellissimo! Se poi torno a casa con le pive nel sacco...be’, pazienza...”
“Non chiamarmi Capo e comunque... DAI DAIII DAIIIII DAIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!”
Chiamavo la Sabri per sapere se poteva darmi uno strappo, chiamavo la Stefi per dirle che io lo sapevo perché non sarei rimasta a casa, chiamavo a raccolta la famiglia per comunicare ufficialmente che avevo bisogno di aiuto per trovare l’imbottitura della giacca.
“Tu hai finito di fare i compiti? E tu? Bravi, pargoletti, forza Toro alé!”
Uscivo di casa sotto la neve, infilavo le mani nelle tasche e... sì, la Bandiera era al suo posto, nella tasca sinistra, e mi restituiva il senso del calore che è il MIO Toro, il senso di calore che si fa flebile e poi si rinforza, in un continuo altalenare... è bello andare in altalena: un po’ si vola e un po’ no, come a ricordare che affinché una dinamica esista è necessario che due elementi contrari si fondano, prendendosi più o meno spazio rispetto all’altro, seguendo un ritmo apparentemente dissonante, ma invece no.

La Bandiera nella tasca sinistra del giaccone.
Aveva grandinato il giorno dopo Parma-Torino.
Mentre Giulia ed io giocavamo a Umani vs. Grandine, per una volta non amavo molto la pioggia.
Poi mettevo la mano in quella benedetta tasca, le dita entravano in contatto con il rettangolo di stoffa Granata piegato e ripiegato e fatto piccolo, e mi sentivo al sicuro.
Un po’ come un bambino piccolo che si sveglia di notte e vede i mostri.
Poi allunga la mano, ritrova il suo orsacchiotto preferito ed allora può tornare a dormire e a sognare.

“Stefi, che roba... sto con il naso in su a guardare tutti ‘sti fiocchi di neve e mi sembrano...”
“Non sai come vorrei essere lì... ma... che cosa stavi dicendo?”
“Che tutti ‘sti fiocchi di neve sono tutti quelli che non ci sono più: i miei nonni, la zia Ugo, tutti quelli che se ne sono andati. E sono anche quelli che non sono qui ma ci sono: adesso vedo te, più in là c’è Davide e poi... e poi ci sono anche quelli che non ci sono ancora, quelli che verranno. Un fiocco per ognuno di essi: che meraviglia...”
“Trance poetica, eh?”
“Oh yeah. Ci sei alla prossima, vecchia ciabatta?”
“Cascasse il mondo: sì!”
“Allora ciao: ci aggiorniamo in corso d’opera. Forza Toro!”
“Sempre! Ciao, ciao, ciao, ciao!”

Uh, quanta neve.
Dal centrocampo in poi è come se ci fosse un gigantesco disturbo televisivo.
Inizia la partita e mi metto le cuffiette nelle orecchie: voglio sperimentare.
Voglio guardarli.
Voglio vederli.
Senza farmi distrarre.
Di quando in quando fiorisce fra le mie labbra un improperio o un incitamento, ma non sento la mia voce.
L’iPod va in modalità random e sul finire del secondo tempo sceglie “The Ocean”... Robert Plant non fa in tempo a cantare che ‘riesco a sentire il ruggito dell’oceano’ e il Toro segna.

Allora è questo il motivo per cui non ho saputo resistere alla tentazione.
Allora è questo il motivo per cui il Toro è la cosa più bella del mondo.
Allora è questo il motivo per cui si passa da lacrime acide ad ali vellutate.
Allora è questo.
Questo è il Toro.
Lo vedo.
Lo sento.
Posso toccarlo.
Posso farmi seppellire da esso.
Sempre rialzerò il capo.

Il giorno dopo Toro-Lazie, in redazione.
LaSilvia scrive - Singing to an ocean, I can hear the ocean’s roar... fai un salto da me? Stiamo facendo una festicciuola.
Sagliets scrive - Scrivi facendo meno rumore, per favore... ieri sera, dopo la partita, sono andato in un pub irlandese a festeggiare il St. Patrick’s Day ed ora mi scoppia la testa...
LaSilvia scrive - Slainte, Lepricano. Ti porto una pozione che fa miracoli per il mal di cranio post bagordi. Stai lì fermo e bravo, OK?
Sagliets scrive - Grazie...
LaSilvia scrive - Figurati... in amicizia funziona così, no?
Sagliets scrive - Sì, funziona così.
LaSilvia scrive - OK, adesso però smettila di rompere le palle altrimenti non posso accendere il fuoco sotto al calderone e mischiare tutti quegli ingredienti che a te sembrano tanto misteriosi e invece...
Sagliets scrive - E invece?
LaSilvia scrive - E invece niente. Stai lì: arrivo quasi subito.
Sagliets scrive - Aspetta, devo farti una domanda. Ti ricordi com’è successo che siamo diventati Amici?
LaSilvia scrive - Certo. Così come mi ricordo di quando siamo diventati nemichetti e ciò nonostante siamo stati sempre pronti reciprocamente a sostenerci nei momenti difficili... ce ne sono stati, eh?
Sagliets scrive - Sì: grazie.
LaSilvia scrive - A te. Mollala con tutto ‘sto miele. Nel nome del Toro ti ingiungo di tacere e, se non ti dispiace troppo, di inchinarti al mio cospetto quando entrerò nel tuo ufficio.
Sagliets scrive - Strega... prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!
LaSilvia scrive - Anche io ti voglio bene.


Questa settimana tocca a “The Ocean” (originariamente su “Houses of the Holy”, Led Zeppelin, 1973, la versione che ha accompagnato Jonathas in rete è quella su “How the West Was Won”, eseguita nel 1972, pubblicata nel 2003; il link è un video del 1973).



Dedico “The Ocean” a chi meriterebbe di trovarsi solo ed abbandonato in mezzo - appunto - ad un oceano, uno qualsiasi, senza saper nuotare e dovrebbe imparare a ringraziare il Caso (che non esiste, ha ha ha!) che il mondo sia pieno di Gente di buon cuore a cui va ancora di dare possibilità alla gggente.
Dedico “The Ocean” a Paolo che, come me, non ha saputo resistere alla tentazione di una sera allo stadio con la neve.
Dedico “The Ocean” all’Equinozio di Primavera, ai viandanti, ai piciu (hanno la loro utilità sociale), alle cime di rapa, a tutto ciò che mi fa stare bene, a tutto ciò che mi fa stare male, a tutto ciò che mi lascia indifferente... no, il Toro non rientra in quest’ultima categoria per incompatibilità concettuale.
Dedico “The Ocean” alla pausa di campionato: ne avevo bisogno...




mercoledì 13 marzo 2013

Il pensiero sbagliato

atanarG aro‘d otrauq


“Ou, che cosa fai: contesti?”
Lo guardo con gli occhi spalancati, occhi da manga, ho quasi paura che mi cadano dalle orbite.
Non comprendo la domanda e ne faccio una io: “Contestare? Che cosa?”
“Ma guarda che cazzo di sciarpa ti sei messa...”

Il pensiero sbagliato.
Ce n’è sempre uno che rode le chiappe e deve per forza essere verbalizzato.
Il pensiero sbagliato è irresistibile.
Rode le chiappe, ma prima di essere scaraventato nel mondo fa il giro di tutto il corpo senza passare dal cervello.
Esce diretto e dissonante.
Che cos’è ‘sto brusio?
Ah, il tuo pensiero sbagliato... non potevi tenertelo per te? No? Dovevi a tutti i costi rendermi partecipe della TUA verità? Non ti viene MAI il dubbio di poter essere in errore? Evidentemente no.

Devo dire tutta la verità, la MIA verità.
Devo dire che l’ho fatto apposta.
Un po’ l’ho fatto apposta.
Andare allo stadio con quella sciarpa... sì, sapevo che ci sarebbero state domande.
Ero pronta, avevo messo un po’ di polemica in saccoccia: sapevo che non sarebbe rimasta immota.

La scena era idilliaca: passaggiavo pigramente in compagnia della mia pusher di miele (la mia figliuola) aspettando di gustare i panzerotti di magro da Stringi! (un ringraziamento di cuore da parte di  tutti ‘sti rompipalle di vegetariani, setta di sciammannati cui appartengo), aspettando di entrare dentro allo stadio, aspettando di salire quelle scale, quelle scale... tenendo la manina di Giulia nella mia manona, ripensando inevitabilmente a quando la manina era la mia e la manona era quella di mia mamma o di mio papà... aspettando il Toro.

“Sagliets!”
“Ciao, Strega Nocciola, anche tu qui al capolinea del 17?”
“Tessssssoro, sto andando allo stadio... dove dovrei essere?”
“Boh, in redazione, per esempio: il Diretùr ha convocato l’assemblea plenaria... e poi oggi è martedì: perché razzo stai andando allo stadio?”
“Sagliets, Sagliets... piccolo ingenuo... il tempo non esiste... vuoi ficcartelo nella zucca?”
“Ossignur... il tempo non esisterà, ma se non arriviamo per l’inizio dell’assemblea saran problemi...”
“Non ti preoccupare: arriverò un quarto d’ora fa, garantito alla menta.”
“Un quarto d’ora... FA?”
“Sol-La-Si-Do. Comunque sono IO che vorrei sapere che cosa fai TU qui al capolinea del 17...”
“Sono venuto a stupirmi di trovarti qui.”
“Bravo, Sagliets: finché continuerai a stupirti, riuscirai a non instupidirti...”

Aspettando il Toro, passeggiavamo. Le raccontavo del mio primo concerto (Bob Marley, 28 giugno 1980).
“Eravamo arrivati presto, io e lo zio, faceva un caldo boia e...”
“Dove eravate?”
“Lì dentro,” le dicevo sorridendo.
Spalancava gli occhi e domandava: “Lì dentro... dove?”
“Dentro allo stadio, zuccherino, sull’erba.”
“Wooooooow!!! E poi?”

E poi rispondevo alle sue domande, mi inebriavo del suo stupore e dei suoi occhi grandi.
Dopo un po’ incontravamo l’Amico e Fratello inglese Chris: le sue battaglie quotidiane con l’italiano sono ammirevoli. Ha scelto il Toro, è stato scelto dal Toro, fa parte della Grande Famiglia, è un piacere per me regalargli un po’ di tregua linguistica e chiacchierare in inglese. Chiacchierando rumorosamente, convenivamo entrambi di essere nati nel paese sbagliato e ringraziavamo comunque il Toro per averci fatti incontrare.
Tempo fa gli avevo chiesto di portarmi una cosa dall’Inghilterra ed aveva esaudito il mio desiderio: apriva lo zaino e tirava fuori un sacchetto.
Me lo porgeva e io mi commuovevo un po’ (tanto).
Lentamente, con le mani che tremavano, tiravo fuori dal sacchetto l’oggetto delle mie brame e poi lo stringevo forte al petto. Ringraziavo Chris, indossavo il regalo e mi pavoneggiavo. Accettavo di buon grado di farmi fotografare con il mio trofeo e mi veniva voglia di gridare: “Solo noi del Toro siamo così!”
Alcuni notavano che c’era qualcosa di diverso in (o su?) me, ma non s’azzardavano a favellare e/o si facevano i cavolacci loro (cosa buona e giusta).
Alcuni.
Uno no.
Uno si avvicinava e, con tono scazzato, dava voce al suo pensiero sbagliato.

“Ou, che cosa fai: contesti?”
Lo guardo con gli occhi spalancati, occhi da manga, ho quasi paura che mi cadano dalle orbite.
Non comprendo la domanda e ne faccio una io: “Contestare? Che cosa?”
“Ma guarda che cazzo di sciarpa ti sei messa...”
“Embe’? È la sciarpa dei Wolves, me l’ha portata Chris dall’Inghilterra... hai problemi?”
“Wolves?”
“Wolverhampton Wanderers, i Wolves, chi altri?”
“Ma che cosa stai dicendo?”
“Allora, ascoltami: hai presente Torino? Ecco: parti e vai su verso Nord passando per il Frejus. Poi attraversi tutta la Francia, arrivi a Calais, prendi un traghetto, sbarchi a Dover e ti dirigi verso Nord Ovest. Superata Birmingham sei praticamente arrivato. In pratica: esistono anche altri mondi oltre al tuo... non è magnifico conoscere cose nuove?”
“Non mi freghi, tu... quella è una sciarpa nero-oro. Ne ho una anche io. Me la mettevo sempre durante la contestazione. Questa volta arrivi tardi.”
“E tu sei proprio tardo, fanciullo. Il tuo è un pensiero sbagliato.”
“Sbagliare io? Mai! Non scherzare!”

Ah, il tuo pensiero sbagliato... non potevi tenertelo per te? No? Dovevi a tutti i costi rendermi partecipe della TUA verità? Non ti viene MAI il dubbio di poter essere in errore? Evidentemente no.

Devo dire tutta la verità, la MIA verità.
Devo dire che l’ho fatto apposta.
Un po’ l’ho fatto apposta.
Andare allo stadio con quella sciarpa... sì, sapevo che ci sarebbero state domande.
Ero pronta, avevo messo un po’ di polemica in saccoccia: sapevo che non sarebbe rimasta immota.

“Infatti sono serissima. Così seria da dirti, senza la minima esitazione, che t’ses propi ‘n piciu.”
“Embe’. Eccheccazzo. Non ci si può sbagliare, Madama Perfezione?”
“Veramente lo sbaglio l’hai fatto tu.”
“Ma io pensavo...”
“E io ti ho detto che non era così.”
“Eppure sembrava...”
“Ma non era. La molliamo lì o andiamo avanti all’infinito?”
“E vabbe’, anche tu, però...”
“Anche io ciao, OK? Andiamo, Giulia.”
Quella manina nella mia manona, continuiamo la nostra passeggiata.
Ogni tanto accarezzo la mia sciarpa nero-oro, assicurandomi che lo stemma dei Wolves sia ben visibile, assicurandomi che nulla di Granata sia lasciato da parte nel mio procedere verso persone che della verità fanno uso migliore.
Anzi no: verso persone che si pongono dubbi e quando non sanno... be’, chiedono. E basta.

“Oddeaddeaddea. Che tristezza.”
“Sì, concordo. È incredibile...”
“Mia mamma mi ha perfino telefonato durante il recupero, invece che dopo...”
“E che cosa ti ha detto?”
“Che cosa vuoi che mi abbia detto? Che la prossima volta andrà meglio, Sagliets...”
“Secondo te, in che cosa abbiamo sbagliato?”
“Non lo so, Sagliets... sono sconfortata... è l’ennesima volta che cerco di fare questa torta, ma è una battaglia persa... e questa volta non c’è proprio nulla da recuperare...”
“Spalanco le finestre e il lucernario, va’... ma come diavolo ti è venuta l’idea di portare il tuo vecchio forno qui???”
“Boh, passo più tempo a pensareparlarescrivere di Toro che a fare altro e i Led Zeppelin ne soffrono un po’ e allora ho pensato che adoperarmi in alchimie culinarie mi avrebbe potuto distrarre un po’...”
“Sentimi bene, vulcanica creatura... datti tregua, solo per un po’...”
“Tregua... bella parola, Sagliets... come posso darmi tregua? Come? Pensa che prima ho guardato nello Specchio delle Visioni ed ho visto... ho visto...”
“Hey... che cos’hai visto?”
“Ho visto un tizio che leggeva le prime righe di questo nostro dialogo su [testata su cui scrivevo] ed ho visto che stringeva i pugni, le nocche gli si sono fatte tutte bianche, e poi diceva sibilando fra i denti che noi, noi due e i nostri stimati colleghi, avremmo dovuto prendere una posizione, che non facciamo altro che cianciare mentre il Toro cola a picco, che parliamo troppo poco del Toro, che parliamo TROPPO del Toro, che qui e che là... sai che cosa manca?”
“Dimmi.”
“La voglia di ascoltare. La spinta a non dare tutto per scontato. L’istinto di proseguire per arrivare fino alla fine. Stavamo parlando di quella fottuta torta che finisce sempre per carbonizzarsi, tu e io, mica di Parma-Torino, che diamine... come quella volta in cui sono andata allo stadio con la sciarpa dei Wolves e quello là ha pensato che stessi contestando... è... difficile.”
“Sì, è difficile. Soprattutto seguirti in questi continui spostamenti temporali. Andiamo all’assemblea plenaria? Dobbiamo fare chilometri di scale per raggiungere il maestoso ufficio del Diretùr...”
“OK, andiamo... quattro pappine fanno male, eh?”
“Eh...”
“Già. Speriamo che mia mamma abbia ragione sia per la torta sia per il Toro a questo punto, se no...”
“... se no, diventerò insopportabile, litigheremo in continuazione, spanderemo malmostosità per l’aere e poi torneremo a vivere...”
“Di solito sono io quella che consola gli altri, Sagliets... apprezzo molto il tuo sforzo...”
“Oh be’, ti dovevo un favore, dai...”
“Uno a uno, dunque. Un bel respiro... e palla al centro.”
“OK...”



Questa settimana tocca a “How Many More Times” dei Led Zeppelin (“Led Zeppelin”, 1969). È una canzone d’amore. D’amore disperato. Mi ricorda qualcosa. Vabbe’...




Dedico “How Many More Times” a chi non ha abbastanza palle e, pur tuttavia, pensa di esistere.

Uh, quasi dimenticavo... ancora qualche parola su Parma-Torino.
Sapete come si dice “quarto d’ora Granata” al contrario?
atanarG aro‘d otrauq.
Sigh.




mercoledì 6 marzo 2013

La Bilancia

Cuori e piume


“Dea, fa’ che esploda! Fa’ che esploda adesso, ora, qui, subito!” Grido con voce stridula d’arpia.
“Hey... esagera nen...” Sagliets cerca di ammansirmi. 
“Esagera nen?!? Ma quello... quello... perché non esplode? Perché non si sminuzza in piccolissime particelle? Perché non si infila in un varco spaziotemporale per piombare nelle segrete di Urquhart Castle ed ivi rimanervi? Perchééééé???”
“Urquche?”
“Urquhart Castle, Sagliets, Urquhart Castle. Loch Ness, Highlands, Scozia, hai presente? Non dire di no, altrimenti ti racconto di quella volta in cui mi sono persa dalle parti del Loch Eriboll ed allora sono entrata in un pub e poi...”
“No! In nome dei Demoni dell’Oscurità che ti sono alleati, invoco la tua pietà! Che cosa ne dici di continuare a vedere la partita, Silviettina?”
“Mi hai chiamata Silviettina?”
“Sì, Silviettina.”
“Ommiaddea... che giornata storta...”
Alzo gli occhi al cielo, sperando di scorgere le ampie ali pipistrellesche di un amico demone che - magari! - mi rapisca e mi porti verso incubi più piacevoli, ma nulla accade.

Nulla accade, quando tutto è già scritto.
Questa è la mia impressione durante Toro (Torello, sigh)-Palermo.
Questo è ciò che dico alla Stefi durante l’intervallo. “È tutto già scritto: perché ca§§o siamo venute qua?”
E poi la coscienza accende la sua bella lavagna interattiva (il progresso tecnologico e il progresso interiore, talvolta, vanno di pari passo) e mi mostra che la risposta a tale domanda era già scritta, pure quella... e l’avevo scritta io, l’avevo scritta prima di uscire di casa per andare allo stadio.
Prima di andare allo stadio, sì.

Prima di andare allo stadio chiamo papà.
Chiamo papà, facciamo quattro chiacchiere, ci salutiamo.
Mi dice ancora: “In bocca al lupo.”
Lo dice senza punto esclamativo, lo dice così.
E io so che quelle quattro parole vogliono ANCHE dire tutto il suo Amore per il Toro.
Finisco di vestirmi e vado a dirglielo, vado dire al Toro che tutti ‘sti cuori, oh sì, tutti 'sti cuori sono lì sempre.

Tornata a casa dallo stadio, ripenso alle parole di papà, ripenso a quel che sono andata a dire al Toro, penso e ripenso, mentre mi rodo ancora il fegato e, improvvisamente, mi rendo conto di essermi data una risposta ancora prima di fare la domanda.
Domenica 3 Marzo 2013 ore 09:15 - Risposta: “Finisco di vestirmi e vado a dirglielo, vado dire al Toro che tutti ‘sti cuori, oh sì, tutti 'sti cuori sono lì sempre.”
Domenica 3 Marzo 2013 ore 13:30 - Domanda: “È tutto già scritto: perché ca§§o siamo venute qua?”
Com’era quella regoletta matematica? “Cambiando l’ordine dei minuti l’Amore per il Toro non cambia”. Sì, era proprio così.

“Sagliets, mi è appena venuta un’ideuzza per il prossimo pezzo...”
“No. Te lo proibisco nella maniera più assoluta. No, no e ancora no!”
“Quando sei prevenuto... di che cosa hai paura?”
“Mi fai sempre fare delle figure da pirla, pestifera creatura...”
“Noblesse oblige, caro...”
“Eh? (oh noooooooo....)”
“Lascia perdere, ciccio, anzi: chuppa.”
“Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo! Chi è causa del suo mal, pianga se stesso...”
“Se lo sapevi perché l’hai fatto?”
“Fatto cosa, maciullatrice di buone speranze???”
“Hai detto ‘Eh?’”
“Chuppa! Ti ho fregata... e adesso mi tiri una bullonata... abbi pietà di me... sii di buon esempio per i pargoli che son qui convenuti per raccogliersi in concione intorno al Toro...”

Dorme.
Ieri è stata una giornata lunga: lo stadio, la partita, gli amici, i suoni, il Granata.
Dorme e mi chino su quelle guance che rimangono tonde a dispetto del fatto che non è più una nanerottola che trotterella per casa, bensì una bimba da cui traspare il suo futuro di donna.
Mi chino sulla guancia esposta e le do un bacio, mormorandole sottovoce: “Buona giornata, Amore, ci vediamo questo pomeriggio.”
Stringe fra le braccia il suo peluche.
Rimango a guardarla da vicino: è la serenità fatta persona.
Apre la boccuccia, forse per salutarmi dal suo mondo di sogni colorati. Oddea, quanto è bella... sì, sta cercando di dirmi qualcosa, che tenera...
“PossosgnarlegnagnauaaaaapaToro?” Mi dice sbadigliando e con la voce ancora roca.
Un po’ mi spavento e un po’ no.
“Non ho capito, Giulia...” Mi viene già da sorridere.
“Posso portare a scuola la sciarpa del Toro?”
“Certo, piccola, certo...”
“Evvai!” Si riaddormenta.

Penso a com’era andare a scuola con la sciarpa del Toro ai miei tempi e penso a com’è andare a scuola con la sciarpa del Toro ai suoi tempi.
Penso a com’era andare a vedere giocare il Toro ai miei tempi e penso a com’è andare a vedere giocare il (variabilissimo) Toro ai suoi tempi.

Penso.

Non trovo differenze, a dire il vero.
Non trovo differenze nella spinta passionale.

Penso.

Penso ad una storia che mi venne raccontata molti anni fa: parlava del Giudizio cui venivano sottoposti i defunti una volta giunti nell’Aldilà secondo gli antichi Egizi.
Il defunto attendeva paziente che il peso del proprio cuore venisse messo a confronto con quello di una piuma, la piuma di Maat, Dea della Giustizia.
Il cuore leggero come una piuma.
Sì, il cuore leggero come una piuma.

Penso.

Penso che quella bilancia mi ricorda tanto quella specie di equilibrio sbilenco, ma sempre saldo, che ho dentro.
Due piatti della bilancia: sul primo il mio cuore Granata, sul secondo quest’assurda leggerezza del peso di essere del Toro.
La leggerezza del peso, sì.
Di essere del Toro, già.
Credo sia quello il motivo per cui si rimane saldi.
Chiamala Fede, chiamala come vuoi... io la chiamo ‘rimanere saldi’.
Ci sono piccole imbarcazioni che riescono ad attraversare l’oceano in tempesta, sballottate di qua e di là, e tuttavia giungono a toccare nuovi confini.
Ci sono grandi imbarcazioni che nell’oceano incontrano la punta di un iceberg e ciao berta.
La barchetta rimane salda e, zitta zitta, naviga l’oceano.
Il cuore pesante rimane saldo e, tump-ba-tump, fa marameo alla piuma.

Tornata da scuola, mi racconta.
“Ho fatto vedere la mia sciarpa del Toro a Emanuele: lui è della giuve!”
“E che cosa ti ha detto?”
“Mi ha detto che è bella! E mi ha detto anche che lui è della giuve e poi del Toro!”
“Vedi, Giulia? Questo è uno dei grandi Misteri della vita... esistono persone che tifano per la giuve e ANCHE per il Toro, NON esistono persone che tifano per il Toro e ANCHE per la giuve.”
“Infatti! Uno del Toro non farebbe mai il tifo anche per... posso di nuovo dire quella brutta parola?”
“Certo.”
“... per la giuve: bleah! Però uno della.... di quella squadra là può fare il tifo anche per il Toro. Interessante. Ovvio. Si vede che siamo proprio più belli...”
È tranquilla e serena, gioiosa come il giorno prima allo stadio, si aggiusta la sciarpa in modo che il Toro sia più visibile, cammina al mio fianco.
Tranquilla, serena, gioiosa, leggera: la mia piccola piuma in crescita.
Metto il mio cuore su un piatto, il suo essere piuma sull’altro, la bilancia è Granata, e mi passa qualsiasi magone, QUALSIASI.

BOOOOOOOOOOOOM!
“È esploso finalmente, Sagliets?”
“Stai buona... era un petardo. Sei nervosetta oggi, néh?”
“Yes. Speravo che...”
“Che cosa, Oscura creatura dalle passioni dirompenti?”
“Speravo che esplodesse, che si disgregasse, che...”
“Ma con chi ce l’hai, Silviettina?”
“Smettila di chiamarmi così, Mauretti!”
“Va bene, strega...”
“A proposito di strega... giochiamo?”
“Sì, dai. Strega tocca colorrrrrrrrrrrrrrrrrrrr... Granata!”
Mi guardo intorno ed ho vinto. Ha vinto anche Sagliets e tutti gli altri.
Il desiderio insano di vederlo (*) esplodere scompare e via verso nuove avventure. 



Questa settimana tocca a “Rain” dei Beatles (b-side di “Paperback Writer”, 1966). Il testo invita a riflettere sul fatto che è sempre questione di predisposizione mentale. La musica... oh be', signore e signori, è Musica.
Dedico “Rain” a chi ama la pioggia (quindi a me medesima), a chi dice che non può piovere per sempre, a chi si sente sempre immerso nel diluvio universale: in fondo la differenza è minima...



(*) Noi tifosi del Toro ce la prendiamo sempre con qualcuno e lo facciamo con veemenza. Ognuno ha qualcosa da recriminare, ha un dito indice da puntare, un vaffanculo da innalzare al cielo. Può trattarsi dell’arbitro, di quell’attaccante, di quell’altro giocatore, di Caio, Tizio, Sempronio. Durante Toro-Palermo ho davvero desiderato che qualcuno, una persona specifica, esplodesse. Chi? Non ha importanza: sono io che devo convivere con la mia coscienza. Intanto, andando via dallo stadio, si sentiva forte l’aria della Primavera. No, non la Curva, la Stagione. Che bel momento dell’anno... sì, è il momento in cui si deve dare il massimo, Ragazzi, perché poi arriva l’Estate e ci sarà spazio solo per recriminazioni e calcio-mercato e cioè il peggio del peggio e quindi... datevi una mossa. Noi cuori, piume e bilance in equilibrio, voi... voi palloni in rete, per favore.