mercoledì 20 marzo 2013

Una sera speciale

Sotto la neve


Sagliets scrive - Safkazaaaam!
LaSilvia scrive - ?
Sagliets scrive - Badabampumpum!
LaSilvia scrive - E alloraaaaaaaa?!? Che cosa vuoi?
Sagliets scrive - Ciao, Ape Regina! Come vanno gli svolazzamenti?
LaSilvia scrive - Ciccio, stai a cuccia... non è giornata.
Sagliets scrive - Uh. Oh. Ah. Non ti è ancora passata?
LaSilvia scrive - No.

La vita difficile di quelli che non sono del Toro e si ritrovano - per grande buona sorte - a condividere la propria esistenza con qualcuno che del Toro è e anche tanto.
Era stata una domenica difficile, molto difficile.
Tutti quei gol.
Quattro.
Mio figlio, il ragazzino perbene che non dice le parolacce se non quando strettamente necessario, al triplice fischio dell’arbitro si era scagliato contro il teleschermo pronunciando due sole parole: “Parma me§da!”
Poi si era girato verso la statua di sale che ero diventata, si era alzato in piedi ed era venuto ad abbracciarmi.
Mio figlio è del Toro.
Mio figlio nutre forti simpatie anche per un’altra squadra: quella per cui tifa il suo papà.
Mio figlio mi aveva accompagnata a vedere il Toro contro la squadra per cui tifa il suo papà.
Mio figlio, ANCHE quella volta si era preso quattro pappine, e non aveva fatto un plissé (versione raccontata a casa) e aveva detto alcune parolacce (versione vera).
Mio figlio, due giorni dopo la Caporetto parmense, si è beccato quattro schiaffi pure dal Barça.
Mio figlio, prima di andare a dormire, mi ha detto: “Contro chi giochiamo la prossima?”
Bello, l’ammmore di mamma sua...
La sera di Barça-Milan io ero già spaparanzata sul materasso, avvolta dal piumone turchese, intenta a ririririleggere alcuni passaggi de “Il Signore degli Anelli”: che pace... quando sono stata raggiunta dal condivisore del talamo che, con voce e sguardo e postura colmi di mestizia, mi diceva: “Che figura...”
“E sì... povero Toro...” gli rispondevo.
Mi guardava con un improvviso lampo d’odio, poi sospirava e gli veniva da ridere.
La vita difficile di quelli che non sono del Toro e si ritrovano - per grande buona sorte - a condividere la propria esistenza con qualcuno che del Toro è e anche tanto... be’, non è poi così difficile: siamo simpatici (oltre che perennemente Torocentrici) e quindi... e quindi.

Sagliets scrive - Ti chiamo.
Non faccio in tempo a rispondere: è già sulla soglia del mio sancta sanctorum. È corso fino a qui e, non riuscendo a rallentare il proprio impeto, inciampa nel leggio d’ebano su cui ho poggiato un pesante tomo dalle pagine incartapecorite, che precipita inesorabile sul petto di Sagliets, a sua volta precipitato nel bel mezzo del pentacolo che campeggia in mezzo al pavimento.
“Ehilà, disaster... preferisci a giocare a ‘Il Sagliets di Vitruvio’ o a ‘Sabba sacrificale col Sagliets’?”
“Ma vai ad acchiappare pipistrelli, sapientona... che cavolo di carattere... io vengo qui per consolarti e tu fai la saccente... che palle...”
“What?”
“E smettila di parlare in inglese!”
“Why?”
“Because... ma che cosa mi fai dire?!? Uffa... allora vai a Toro-Lazie?”
“Mmm... non lo so. Tu?”
“Boh. Prevedono neve.”

La testa mi diceva: “Non andare allo stadio questa sera: hai il raffreddore, non sei in quadro: stai a casa, dai...”
Il cuore e la pancia mi dicevano: “Vai!” e me lo dicevano sorridendo.
Avevo una ‘cosa’ nel petto, un groviglio, un sussultare continuo ed irregolare, folle, disordinato, multicolore.
E quella ‘cosa’ mi avrebbe portata allo stadio.
Ero così su di giri che scrivevo al Diretùr per raccontargli di questo mio particolarissimo momento gioioso.
“Sai, Capo... questa ‘cosa’ mi porterà allo stadio. Come se dovesse essere una sera speciale... ma sì che è una sera speciale: gioca il Toro, ca§§o! E non mi importa - ORA - se sarà il Toro o un vitellino. Erano secoli che non sentivo una spinta così forte: è bellissimo! Se poi torno a casa con le pive nel sacco...be’, pazienza...”
“Non chiamarmi Capo e comunque... DAI DAIII DAIIIII DAIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!”
Chiamavo la Sabri per sapere se poteva darmi uno strappo, chiamavo la Stefi per dirle che io lo sapevo perché non sarei rimasta a casa, chiamavo a raccolta la famiglia per comunicare ufficialmente che avevo bisogno di aiuto per trovare l’imbottitura della giacca.
“Tu hai finito di fare i compiti? E tu? Bravi, pargoletti, forza Toro alé!”
Uscivo di casa sotto la neve, infilavo le mani nelle tasche e... sì, la Bandiera era al suo posto, nella tasca sinistra, e mi restituiva il senso del calore che è il MIO Toro, il senso di calore che si fa flebile e poi si rinforza, in un continuo altalenare... è bello andare in altalena: un po’ si vola e un po’ no, come a ricordare che affinché una dinamica esista è necessario che due elementi contrari si fondano, prendendosi più o meno spazio rispetto all’altro, seguendo un ritmo apparentemente dissonante, ma invece no.

La Bandiera nella tasca sinistra del giaccone.
Aveva grandinato il giorno dopo Parma-Torino.
Mentre Giulia ed io giocavamo a Umani vs. Grandine, per una volta non amavo molto la pioggia.
Poi mettevo la mano in quella benedetta tasca, le dita entravano in contatto con il rettangolo di stoffa Granata piegato e ripiegato e fatto piccolo, e mi sentivo al sicuro.
Un po’ come un bambino piccolo che si sveglia di notte e vede i mostri.
Poi allunga la mano, ritrova il suo orsacchiotto preferito ed allora può tornare a dormire e a sognare.

“Stefi, che roba... sto con il naso in su a guardare tutti ‘sti fiocchi di neve e mi sembrano...”
“Non sai come vorrei essere lì... ma... che cosa stavi dicendo?”
“Che tutti ‘sti fiocchi di neve sono tutti quelli che non ci sono più: i miei nonni, la zia Ugo, tutti quelli che se ne sono andati. E sono anche quelli che non sono qui ma ci sono: adesso vedo te, più in là c’è Davide e poi... e poi ci sono anche quelli che non ci sono ancora, quelli che verranno. Un fiocco per ognuno di essi: che meraviglia...”
“Trance poetica, eh?”
“Oh yeah. Ci sei alla prossima, vecchia ciabatta?”
“Cascasse il mondo: sì!”
“Allora ciao: ci aggiorniamo in corso d’opera. Forza Toro!”
“Sempre! Ciao, ciao, ciao, ciao!”

Uh, quanta neve.
Dal centrocampo in poi è come se ci fosse un gigantesco disturbo televisivo.
Inizia la partita e mi metto le cuffiette nelle orecchie: voglio sperimentare.
Voglio guardarli.
Voglio vederli.
Senza farmi distrarre.
Di quando in quando fiorisce fra le mie labbra un improperio o un incitamento, ma non sento la mia voce.
L’iPod va in modalità random e sul finire del secondo tempo sceglie “The Ocean”... Robert Plant non fa in tempo a cantare che ‘riesco a sentire il ruggito dell’oceano’ e il Toro segna.

Allora è questo il motivo per cui non ho saputo resistere alla tentazione.
Allora è questo il motivo per cui il Toro è la cosa più bella del mondo.
Allora è questo il motivo per cui si passa da lacrime acide ad ali vellutate.
Allora è questo.
Questo è il Toro.
Lo vedo.
Lo sento.
Posso toccarlo.
Posso farmi seppellire da esso.
Sempre rialzerò il capo.

Il giorno dopo Toro-Lazie, in redazione.
LaSilvia scrive - Singing to an ocean, I can hear the ocean’s roar... fai un salto da me? Stiamo facendo una festicciuola.
Sagliets scrive - Scrivi facendo meno rumore, per favore... ieri sera, dopo la partita, sono andato in un pub irlandese a festeggiare il St. Patrick’s Day ed ora mi scoppia la testa...
LaSilvia scrive - Slainte, Lepricano. Ti porto una pozione che fa miracoli per il mal di cranio post bagordi. Stai lì fermo e bravo, OK?
Sagliets scrive - Grazie...
LaSilvia scrive - Figurati... in amicizia funziona così, no?
Sagliets scrive - Sì, funziona così.
LaSilvia scrive - OK, adesso però smettila di rompere le palle altrimenti non posso accendere il fuoco sotto al calderone e mischiare tutti quegli ingredienti che a te sembrano tanto misteriosi e invece...
Sagliets scrive - E invece?
LaSilvia scrive - E invece niente. Stai lì: arrivo quasi subito.
Sagliets scrive - Aspetta, devo farti una domanda. Ti ricordi com’è successo che siamo diventati Amici?
LaSilvia scrive - Certo. Così come mi ricordo di quando siamo diventati nemichetti e ciò nonostante siamo stati sempre pronti reciprocamente a sostenerci nei momenti difficili... ce ne sono stati, eh?
Sagliets scrive - Sì: grazie.
LaSilvia scrive - A te. Mollala con tutto ‘sto miele. Nel nome del Toro ti ingiungo di tacere e, se non ti dispiace troppo, di inchinarti al mio cospetto quando entrerò nel tuo ufficio.
Sagliets scrive - Strega... prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!
LaSilvia scrive - Anche io ti voglio bene.


Questa settimana tocca a “The Ocean” (originariamente su “Houses of the Holy”, Led Zeppelin, 1973, la versione che ha accompagnato Jonathas in rete è quella su “How the West Was Won”, eseguita nel 1972, pubblicata nel 2003; il link è un video del 1973).



Dedico “The Ocean” a chi meriterebbe di trovarsi solo ed abbandonato in mezzo - appunto - ad un oceano, uno qualsiasi, senza saper nuotare e dovrebbe imparare a ringraziare il Caso (che non esiste, ha ha ha!) che il mondo sia pieno di Gente di buon cuore a cui va ancora di dare possibilità alla gggente.
Dedico “The Ocean” a Paolo che, come me, non ha saputo resistere alla tentazione di una sera allo stadio con la neve.
Dedico “The Ocean” all’Equinozio di Primavera, ai viandanti, ai piciu (hanno la loro utilità sociale), alle cime di rapa, a tutto ciò che mi fa stare bene, a tutto ciò che mi fa stare male, a tutto ciò che mi lascia indifferente... no, il Toro non rientra in quest’ultima categoria per incompatibilità concettuale.
Dedico “The Ocean” alla pausa di campionato: ne avevo bisogno...