mercoledì 27 febbraio 2013

A volte ci incontriamo

Quando ci muoviamo?


“Oggi non ho tanta voglia di scrivere, ho perso l’ispirazione... leggiamo che cos’ha scritto quella sagoma di Sagliets venerdì scorso... ho bisogno di rilassarmi un po’...”
Leggo e rido, leggo e rido, leggo e apro la chat.

LaSilvia ha scritto: Sagliets! >:-(
Sagliets ha scritto: Eh!
LaSilvia ha scritto: Ciuppa. Vieni SUBITO qui.
Sagliets ha scritto: Stoca.
LaSilvia ha scritto: Fisso. Muoviti.

Uno strano suono proviene dal corridoio, la porta del mio antro si apre cigolando, non riesco a credere ai miei occhi.
“Sagliets... perché indossi ancora le ciaspole???”
“Uh. Che distratto. Scusami.”
“Sei scusato. Accomodati pure sul letto di chiodi: l’ho appena spolverato.”
“No, grazie, preferisco stare in piedi.”
“OK, sventurato. Vogliamo parlare della Stratocaster?”
“Parliamone.”
“Era una Danelectro, non una Stratocaster. Come la mettiamo ora?”
“E che ne so io. Giochiamo a figu?”
“Sì.”
“Celo.”
“Manca.”
“Celo.”
“Manca.”
“Celo.”
“Piciu.”
“Ou!”
“Scusa.”
“Manca.”
“Celo.”

A volte ci incontriamo e ci viene spontaneo scambiarci gentilezze.
Mi ricordo di quella volta in cui sono andata a comprare una chitarra (dieci giorni fa) e mi hanno fatto lo sconto “visto che sei del Toro”.
No, non mi presento mai come “SilviaLachellotifoToro”.
Sì, porto sempre qualcosa che mi identifichi come “SilviaLachellotifoToro”.
Lo faccio per me, solo per me, mi fa sentire bene, mi fa sentire me.
Mi ricordo di quella volta in cui sono andata a partorire Giulia (otto anni e qualche mesetto fa) e stringevo in una mano un babaccio del Toro.
No, non mi avevano detto nulla, erano tutti affaccendati intorno al mio Chakra della Radice.
Sì, il babaccio era diventato il primo giocattolo della piccolina, glielo avevo messo nella culletta.
Mi ricordo di quella volta in cui andrò da qualche parte nel mondo, me lo ricordo già adesso. Inaspettatamente troverò qualcuno che riconoscerà se stesso nei colori che indosso e mi verrà incontro dicendo “Forza Toro!” ed io gli dirò “Sempre!” e, perfetti sconosciuti, ci sentiremo legati.
Legati, non costretti.
Legati, collegati, connessi, feliciarrabbiatitristiGranata.
Facciamo gli adulti - seri e compassati - durante la settimana: giacche, cravatte, tauilleurini.
Parliamo di massimi sistemi.
Impostiamo la voce.
Ci echeggiano nelle orecchie i modi e le parole dei nostri genitori, nonni, bisnonni.
Uh, come siamo seri e compassati, soprattutto se avvizziti.
E poi c’è la partita e - sì - ci riprendiamo il nostro più intimo essere, quello che ha ancora le braghe corte, quello che ha ancora le treccine.
Che meraviglia.
Una via di mezzo no, eh?
Vabbe’.

A proposito di vie di mezzo: siamo andati in doppia cifra.
Record europeo: che bravi.
Anzi no: che cattivi.
Cattivoni, birbanti, malandrini, furfanti, soprattutto fallosi.
Uh, come siamo fallosi.
Per agevolare il lavoro dei quarantaquattro arbitri che sono abitualmente in campo, consiglierei alla Lega di rivedere il regolamento affinché vengano assegnati d’ufficio due rigori contro al Toro entro il primo quarto d’ora di ogni partita. Suggerirei anche di assegnare il premio “Apperò!” a Peruzzo per la capacità di retrovisione e il daltonismo decisionale.

“Hai visto, Sagliets? Dobbiamo impegnarci di più: Peruzzo vede con la nuca, noi sappiamo solo far crescere funghi sulle pareti e far esplodere arachidi.”
“OK, trottolino tenebroso.”
“Eh?”
“Ciuppa.”
“Uffffffff... taci, lestofante.”

A volte ci incontriamo e ci viene spontaneo scambiarci gentilezze.
A volte le gentilezze sono poco gentili, tipo quando “iosonopiùdelToroditttte”, ma in fondo che importanza ha?
Già... che importanza ha...
C’è un tizio, un tizio che mi capita di incontrare allo stadio di quando in quando, un tizio che è convinto di saperla più lunga degli altri, sia si parli di Toro sia si parli di QUALUNQUE altra cosa: figli, letture, ricette, verruche, meteo. Infallibilmente ne sa sempre di più, infallibilmente spara cazzate, infallibilmente chiede che siano GLI ALTRI a dirgli “Ooooooh, come sei del Toro, tu! Ooooooh, come sei del Toro tu non lo è nessun altro al mondo!”, infallibilmente si incazza come un troll quando non gli vengono dati i riconoscimenti che egli si aspetta gli spettino in nome della sua (TUTTA SUA) purezza e durezza.
Ecco... a volte mi viene voglia di non essere gentile con questo tizio.

A volte ci incontriamo e ci viene spontaneo scambiarci gentilezze.
A volte ne abbiamo le balle piene degli altri così come di noi stessi.
A volte abbiamo la saggezza e l’equilibrio necessari per lasciar andare.
A volte siamo così incazzati che non vogliamo avere più né Fratelli né Sorelle.
A volte abbiamo voglia di essere lasciati in pace dalle giacchette nere, ciclamino, gialle (vedi pantone).
A volte siamo indignati.
A volte siamo indignati e non lo siamo per vittimismo.
A volte siamo indignati e nutriamo speranze.
A volte siamo indignati e siamo certi.
Oh, sì: siamo certi che QUESTA VOLTA la Società si esprimerà in merito a certe questioni.
Evviva evviva: la Società si è espressa.
Come posso tenere solo per me il comunicato con cui il Torino FC lamenta scorrettezze arbitrali?
Mi pregio di riportarvelo integralmente.
Eccolo qui:









Come? Non c’è scritto nulla?
Probabilmente è scritto con inchiostro simpatico.
Molto simpatico.
Molto.
Una parola mi sorge fra le labbra e la parola è VERGOGNA.
No, non ne provo alcuna IO.
Continuiamo a chinare servilmente il capo al sistema, dai: a noi piace soffrire, a noi piace farci prendere per il culo, a noi piace considerarci vittime, a noi... a noi girano le gonadi.
Quanto meno lo diciamo, quanto meno lo facciamo presente, quanto meno proviamo a sfondare il muro.
Il muro.
Il muro di gomma.
Quello che ci rimbalza addosso la conclamata falsità del circo footballaro.
Oggi (e ieri e l’altro ieri...) gira così.

A volte ci incontriamo e ci viene spontaneo scambiarci gentilezze.
Anche quando la caduta dopo l’ennesimo rimbalzo contro il muro di gomma ha fatto più male del solito.
Ci basta una briciola di Granata per sentire pungere gli occhi per lo sforzo di non piangere di commozione.
Una briciola di Granata: i cappellini del Toro in testa ai gagni che escono da scuola, una Bandiera appesa ad un balcone.
E il muro di gomma, almeno per un momento, non c’è più.

“Tu devi smetterla di trattarmi così male.”
“Io ti tratto male?!? Ma se ti tratto come la mela sul camino!”
“La mela... dove?”
“Sul camino, Sagliets, sul camino... magari prima o poi cade e piglia fuoco: non è una bella immagine?”
“E io che ti do pure retta...”
“Retta, segmento e angolo. Ottuso, ça va sans dire. Comunque dieci rigori contro sono tanti, eh?”
“Non farmi parlare...”
“Che il Sabba abbia inizio, amici Demoni: anche Sagliets è rimasto senza parole!”
“Vuoi smetterla?”
“No.”
“Non riesco a capirti oggi, sai?”
“Oh be’... provo a spiegarti: tu pensi che io stia girando e rigirando il coltello nella piaga?”
“Un po’ sì.”
“No, ciccio: faccio solo esercizio di memoria. Cerco di non dimenticare, di fissare ogni singolo momento nel mio frusto muscolo cardiaco. Forse i miei modi sono un po’ fuori dagli schemi, ma sono i miei modi: rispettali.”
“Senza esitazione.”
“Grazie, Sagliets: a volte sei una testina d’incudine ma poi ti viene spontaneo rispettare gli altri. Bravo: sette più. Adesso levati dai piedi. Ciao.”
“Senza esitazione.”
Indossa nuovamente le ciaspole e si trascina un po’ faticosamente verso il corridoio che conduce al suo ufficio.
Dopo un po’ lo contatto in chat.
La Silvia ha scritto: Mauro.
Sagliets ha scritto: Dimmi.
La Silvia ha scritto: Siamo più tristi o più incazzati?
Sagliets ha scritto: Te lo scrivo su una pergamena più tardi, ovviamente userò inchiostro simpatico: sembra che le disposizioni societarie lo esigano.
La Silvia ha scritto: Nella sfera di cristallo io ho visto che lo scriverai con il sangue...
Sagliets ha scritto: … hai visto bene, temo... non lo facciamo tutti, in fondo?
La Silvia ha scritto: Be’, proprio tutti no: viva le differenze, fanculo alle differenze. Se passi di qui tra un po’ ti offro un calice di arsenico e biscotti di ossa di pipistrello, ti va?
Sagliets ha scritto: Preferirei un tea caldo e dei muffins, se non ti dispiace.
La Silvia ha scritto: Aggiudicato: già sai che qui non troverai né tarallucci né vino.
Sagliets ha scritto: Vado a scrivere un po’, dai.
La Silvia ha scritto: Anche io.
Sagliets ha scritto: Forza Toro...
La Silvia ha scritto: (sigh) A dopo. SFT.




Questa settimana tocca a “Bron-yr-aur” (“Physical Graffiti”, Led Zeppelin, 1975): aiuta a sciogliere la tensione, anche se è una tensione lunga secoli.



Dopo Cagliari-Toro, mio figlio mi ha chiesto perché il Toro dovesse quasi sempre giocare contro due squadre per volta: gli Avversari e il Sistema.
Automaticamente gli ho detto che essere del Toro vuol dire darsi la possibilità di essere più forti di Avversari, Sistema, Sorte, Tutto.
Automaticamente ho sentito salire un’ondata di nausea che, olé, non mi ha sorpresa.
Automaticamente si tende a pensare di dover per forza accettare la propria natura senza se e senza ma.
Automaticamente a volte - come tutti - sono stanca e altrettanto automaticamente spesso - non proprio come tutti tutti tutti, eh? - mi scrollo la stanchezza di dosso e mi rimetto in moto e in gioco.
Spontaneamente non posso fare a meno di sentire che, nonostante ingiustizie, scorrettezze e porcate di vario genere, sono una privilegiata.

Dedico “Bron-Yr-Aur” alle prese di posizione, soprattutto a quelle che si danno per scontate e che, non verificandosi, provocano travasi di bile [leggasi: il Torino FC si esprimerà o no?]. Anzi: dedico “Bron-Yr-Aur” ai giorni spensierati (merce rara, di questi tempi).




mercoledì 20 febbraio 2013

Piccole storie

Superpoteri


“Salagadula mencicabula bibbidi bobbidi bu! Cazz... non funziona... Abracadabra! Ancora niente... ma come diavolo si fa... proviamo così: Simmmmmm Salaaaaaaa Bimmmm! Uffaaaaaaaaa... Ultimo tentativo: cia-pa-ciuc! Sììììììììììììììììììììì!” La voce di Sagliets scuote le mura della labirintica redazione.
Penso: “È irritante, il volume della voce di Sagliets è irritante: sbraita incomprensibilità a raffica e non capisco perché non se ne stia bravo davanti al PC a scrivere la prossima Diapositiva, Slide... come cavolo si chiama la sua rubrica? Polaroid: mi confondo sempre... e per forza: con tutto ‘sto casino... adesso basta, però, sto preparando un grande incantesimo dalla notte scorsa e non riesco a concentrarmi come vorrei: adesso vado a dirgliene seicentosessantasei...”
Spalanco la porta dell’ufficio di Sagliets con il sinistro intento di terrorizzarlo a morte, ma tutto quello che ottengo è di vederlo orgogliosamente sorridente, le braccia incrociate, il piedino destro che batte un ritmo di samba sul pavimento.
“Ehilà, strega! Hai visto?”
“Santa Dea, Sagliets... che cosa dovrei vedere?”
“Funghi. Tutti questi funghi. Non ti complimenti con me?”
Le pareti dell’ufficio di Sagliets sono completamente ricoperte di funghi delle più svariate fogge, dimensioni e qualità.
“Sagliets, sei sempre il solito... dove hai messo il deumidificatore? Che disastro...”
“Ma che deumidificatore e deumidificatore! Li ho materializzati io! Finalmente sono totalmente padrone del superpotere che il Destino mi ha donato! Da grandi poteri derivano grandi responsabilità! Solo ora comprendo!”
“Super... superchecosa?”
“Superpotere, piccola adepta dei demoni delle tenebre... il MIO superpotere: far crescere funghi sulle pareti! Non è entusiasmante?” Non l’ho mai visto così trullallerolallà.
“OK, Sagliets: bravo. Io adesso torno nel mio sancta sanctorum, tu intanto esercitati. Respira, eh? Tranquillo, buono, bravo, a cuccia...”
Esco dal suo ufficio lentamente, chiudendo la porta e scuotendo la testa. “Ce lo siamo giocato... che peccato: era un ragazzo talentuoso...” Sospiro, percorro il corridoio, entro nel mio antro, chiudo la porta a chiave e tento di concentrarmi su quello che stavo facendo prima.
“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità... tzé: vuole insegnarlo proprio A ME??? Non appena smette con la Grande Fungata gli faccio un discorsetto...”

Piccola storia numero uno
C'è quel bambino, quel bambino piccolo con il ciuffo biondo, quel bambino inconsolabile: l'asilo proprio non gli va giù e allora piange. I suoi grandi sentimenti non vanno d'accordo con il suo vocabolario, con il piccolo patrimonio di parole di bimbo di due anni. Mamma e papà sono del Toro, la Maestra lo sa. La Maestra lo sa e, non riuscendo a consolarlo con la grande dolcezza che è solo una delle sue tante doti, fa un ultimo tentativo: tira fuori la custodia del cellulare, la custodia Granata, quella con il Torello bianco. Il bambino riconosce il Simbolo e sorride. Sorride e rimane appiccicato alla Maestra per tutto il giorno. Sorride e non piange più.

Piccola storia numero due
C'è quel ragazzino, quel ragazzino che si sta affacciando al glorioso mondo dei brufoli adolescenziali, quel ragazzino un po' chiuso, poco socievole, timido. Un po' per indole e un po' per scelta è solito trattenere emozioni e sentimenti, ultimamente lo puoi trovare sempre allo stadio seduto vicino a sua madre. Durante Toro-Atalanta ha le guance rosse. No, non ha freddo. È emozionato. È felice. È del Toro. Fa altri passi per essere ancora più del Toro. Dopo i due gol, durante le azioni di Cerci (la Dea lo strabenedica), alla fine della partita, salta per aria e poi abbraccia la madre lasciandosi andare, senza ritrarsi nel suo usuale guscio. Si riconosce del Toro una volta di più e ancora una volta scopre che essere del Toro è proprio quel che dice la madre: la roba più bella del mondo.

Piccola storia numero tre
C'è quel bambino, frequenta la prima elementare, gli è capitato di nascere in una famiglia Granata, per uno scherzo del Destino ha scelto di essere della giuve. Mi capita di incontrarlo, di quando in quando, davanti alla scuola e sempre – inevitabilmente – gli faccio la stessa domanda: “Per che squadra tieni?” Mi risponde sempre nella stessa maniera. Fino a due giorni fa. Due giorni fa, sì. Due giorni fa mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “Tengo per la giuve... e anche per il Toro!” Il bambino, dunque, sta manifestando un'apertura mentale e cardiaca non da poco... Il bambino, quando ha detto “... e anche per il Toro!” ha sorriso e gli si sono illuminati gli occhi. Gli volevo bene già quando era un piccolo gobbetto, ora gliene voglio... uguale. Perché è il figlio di un Amico e NOI siamo Famiglia, comunque e sempre.

Significato di 'voler bene uguale'
Esercizio da praticare quando i sentimenti altalenano: voler bene a qualcuno o a qualcosa sempre con la stessa intensità, sempre con la stessa forza, sempre con la stessa spontaneità.
Roba da duri. Roba da duri e puri. Roba da... roba da Toro.

Piccola storia numero quattro
Il Comandante Menga.
Chiamala piccola storia... è entusiasmo.
A casa mia entusiasmo ed amore si trovano sotto la stessa lettera, anzi: sotto un gruppo di quattro lettere che, messe insieme, dicono una parola/idea: TORO.

Hanno partecipato: la Maestra Sabrina e il bimbo che riconosce il Tor (piccola storia numero uno), mio figlio e la sottoscritta (piccola storia numero due), Filippo, figlio del mio Amico Davide (piccola storia numero tre), il Comandante Menga e il Toro (quindi tutti i protagonisti prima menzionati più qualche altro centinaio di migliaia di cuori pronti a stupirsi, soffrire, godere, cadere, volare).

È come una sorta di superpotere: il Toro ritorna e noi si vola. Ci sono quelli che non sono comunque soddisfatti, ci sono quelli che volevano ali diverse da quelle che si sono trovati all'improvviso sulle spalle, ci sono quelli che volevano le ali ed ora che le hanno non sono felici perché vogliono altro, manco sanno che cosa.
Pazienza.
C'è anche un superpotere che, finché non verrà consumato e/o dimenticato, sarà il più grande di tutti: esserci anche quando volare diventa una chimera e il fegato pare disintegrarsi. Che si disintegri: NOI abbiamo cuore e quello, sì, supplisce ad eventuali altre mancanze.

Ci sono superpoteri inutili e poi ci siamo NOI, quelli del Toro. Anche nelle differenze.

“Sagliets! Saaaaaaaaaaaaaaglieeeeeeeeeeeeeetsssssssssss!!! Corri!”
Arriva nel mio sancta sanctorum con l’andatura di un lama (senza sputare, però, la Dea lo benedica), recando seco un plateau pieno zeppo di porcini e ovoli reali: “Questa sera polenta!”
“Ma che polenta e polenta, buon uomo! Guarda!”
Faccio un rapido volo nel mio ampio ufficio, atterro proprio in mezzo al pentacolo inciso sul pavimento, faccio roteare il mantello nero, avvicino le mani e... booooooom!!!
“Oddiomadonnagesùesangennaro! Che cos’è codesto fragore? Bombe carta in redazione?”
“Hai sentito? Sono stata io. Tzé.”
“Ma... ma... ma... come hai fatto?”
“Eh, Sagliets... non credere di essere l’unico a possedere un superpotere inutile, monello... è ora che ti riveli qual è il mio: sei pronto?”
“Trattandosi di te... NO.”
“Noioso. Ebbene... Sagliets, devo rivelarti un grande segreto: il mio superpotere è far esplodere le arachidi.”
Mi guarda smarrito.
“Arachidi?”
“Arachidi.”
“Non hai detto gonadi, vero?”
“No, ho detto arachidi. Tappati le orecchie e... BOOOOOOOOOOOOOOMMMM!”
“Osssignùr. Perdonami però, strega riccioluta... il mio superpotere, quanto meno, ci mette al sicuro per quanto riguarda la cena... il tuo... il tuo superpotere, invece?”
“Sagliets, stellina santa... il mio è un superpotere del tutto inutile, anche se... boh, chi lo sa... a volte si fa troppo in fretta a giudicare l'utilità o l'inutilità delle cose... dai, vai a finire il tuo articolo, io devo completare una pozione magica...”
Ci viene da ridere ma anche no.
Da quando abbiamo iniziato a scrivere di Toro ci siamo spesso sentiti sopraffati da tutto quello che il Toro comprende; ultimamente ci siamo fatti tante domande sulla mancanza di armonia fra tifosi, noi inclusi, e non abbiamo trovato risposte.
Pazienza... sento che sta materializzando altri funghi, quasi quasi faccio esplodere quel mucchio di arachidi... BOOOM! BOOBOOOOOBOBOMMMM!!!
DA-DANG-DA-DA-DANG.
È il mio telefono: uh, il Diretùr!
“Hey, Capo...”
“Non chiamarmi Capo!”
“'zzo vuoi?”
“Scusascusascusami se ti chiamo a quest'ora: devo chiederti tre cose.”
“Dimmi.”
“La prima: polenta integrale o classica?”
“Vedo che sei già al corrente... classica, dai. Seconda cosa?”
“Ho fame.”
“Se vuoi ho delle arachidi...”
“Tostate? Con tanto sale? Tipo che dopo non ho più le papille gustative?”
“Ehm... no. Arachidi esplose. Terza cosa?”
“Forza Toro.”
“Sì, Diretùr, sempre. Fai un salto qui, dai... Sagliets fa crescere funghi sulle pareti, io faccio esplodere arachidi, tu... tu ci credi sempre: è il tuo superpotere.”
“Oh.”
“Uh.”
“Esagerata...”
“No. Ah, porta anche la chitarra quando passi dal mio antro...”
“Ma no, dai... non la prendo in mano da due anni...”
“Io ho ripreso a suonarla dopo trenta: il tempo non esiste...”
“Proviamo 'The Rain Song'?”
“Sì.”
Sorrido, poco dopo il Diretùr entra, ci accomodiamo su due sedie, uno di fronte all'altro e... musica è.



Questa settimana tocca a “Proud Mary”, Creedence Clearwater Revival (“Bayou Country”, 1969). Chi indovina perché ho scelto proprio questa canzone, vince... un bel niente, se non la mia gratitudine.



Dedico “Proud Mary” a quelli che, come la gente sul fiume di cui nel brano dei CCR, sono felici di dare e condividere.




mercoledì 13 febbraio 2013

Questa è la storia di Lulù

Ma Princesse


Questa è la storia di Lulù, che prima c'era e ora non c'è più.

Era il 26 settembre scorso, il Toro giocava in casa contro l'Udinese.
Ero rimasta a casa, avevo rinunciato allo stadio: non mi sentivo tanto in quadro.
“Oh be',” avevo pensato, “guarderò la partita in TV e farò i soliti commenti idioti in chat con Lulù: dai, sarà lo stesso divertente.”
Lulù era tifosa del Vicenza e aveva finito per amare anche il Toro perché sapeva che il Toro era parte di me. L'Amicizia non ha canoni, ma prevede di instillare strane forme d'amore nei cuori altrui, amore che è rispetto, amore che è partecipazione.
Lei aveva finito per amare il Toro e gioiva e soffriva insieme con me.
Gioia e soffriva insieme con me non solo nel Toro, ma anche nell'odio per i gobbi, nelle questioni politiche, nella condivisione della musica, nel passeggiare in solitudine nei boschi, nel guardare la Luna, nelle discussioni pecorecce, nel parlare dei nostri figli e di quanto stessero diventando begli esseri umani.
Lulù era una mia Amica.
Era.
Ancora oggi faccio fatica a parlare di lei al passato, tanta è l'incredulità per la sua scomparsa.
Perché questa è la storia di una Grande Donna che non c'è più e che è e sarà sempre presente nella mia vita.

Era il 26 settembre scorso, il Toro giocava in casa contro l'Udinese.
Ero pronta a mandare il primo messaggio a Lulù, mi precedette lei.
Mi precedette scrivendomi che stava andando al PS.
“Sei da sola, Lulù?”
“Sì.”
“OK, io sono qui, tengo il telefono acceso.”
“Grazie.”

La partita scivolava via, non badavo a come stessero giocando. Di quel match ricordo solo il risultato finale e i messaggi con Lulù che si succedevano a cadenza folle.
Cercavo di tenerla per mano, a trecento e passa chilometri di distanza, e annusavo nell'aria l'odore acre e soffocante della paura.
Nell'intervallo della partita mi aveva telefonato.
Non scorderò mai quella voce.

La voce di Lulù aveva note ambrate, non saprei spiegare bene il perché... la voce di Lulù era calda, forte, ferma, dolce, luminosa, musicale.
Quella sera, invece, la voce di Lulù era ruvida come il cartone, esitante, implorante, distante perfino dentro di sé.
“Dai, Lulli, andrà tutto bene... respira, piccola, respira...”
“Grazie per tenermi compagnia... tra poco mi fanno un altro esame: c'è un'ombra sul mio fegato e vogliono capire di che cosa si tratta...”
E poi gli altri messaggi, fino a notte fonda.
“Ci sentiamo domani mattina, Lulli?”
“Sì, ti voglio bene.”
“Anche io, piccola.”

Toro-Udinese era finita zero a zero, quel risultato che mal tollero, che non dice nulla, che chi se ne frega.
Era giunta la mattina.
“Hey, notizie?”
“Mi hanno dimessa a notte fonda. Torno in ospedale oggi per un'eco e una TAC al fegato.”
“Ti tengo per mano.”
“Ti sento.”

E poi.
E poi mi aveva chiamato dopo la TAC.
“Ho un tumore al fegato.”
Me lo aveva detto così, fra le lacrime.
Quello che ci siamo dette durante quella telefonata rimarrà per sempre dentro di me e non dev'essere condiviso: il troppo dolore esige il silenzio.

E poi.
E poi i giorni successivi.
Le visite.
Le corse.
La sua condanna a morte.

Cazzocazzocazzo, no.
Non lei.
Per favore, non portarmela via.
Non voglio.
Non voglio!

La sua condanna a morte, ma la domenica aveva trovato il cuore per scrivermi un “Atalanta cinque volte me*da!!! Forza Toro!”
Avevamo chattato a lungo quel pomeriggio, dopo Atalanta-Toro, facendo finta che non fosse successo nulla, facendo finta che i nostri stupidi dialoghi da ridarola sarebbero continuati per sempre.

E poi.
E poi due giorni dopo, quella che sarebbe stata l'ultima telefonata.
Avevamo parlato di preti, madri, calcio, musica.
Avevamo riso.
Niente spazio per le lacrime.
Non potevamo lasciarci in mezzo al diluvio.
Sapevamo, sapevamo entrambe che quella sarebbe stata l'ultima telefonata.
Ci parlammo facendo finta che non stesse succedendo nulla.

E poi.
E poi il 6 ottobre: l'ultima chattata.
“Come stai oggi, ma princesse?”
“Malissimo, ma la morfina aiuta. Dimmi di te, mon amour...”
“Domani vado alla partita con tutti e due i bambini: è la prima volta in cui noi tre andiamo insieme allo stadio.”
“Che meraviglia! Sarò con voi!”
“Come sempre, Lullina, come sempre... forza. Forzaforzaforza. Faccio il tifo per te. Ti voglio bene.”
“Ti sento così vicina, Silvia, così vicina... ti voglio bene.”

Mi si erano drizzati i capelli in testa.
La morfina?
No, cazzo, dai...
Smettila.
Smettila.
Non voglio.
Non voglio!


“Si decide a rispondere o no?”
Sono nervosa, più intrattabile del solito.
Sono anche felice: è meraviglioso andare allo stadio con i propri figli, ma sono come una pentola a pressione sul punto di esplodere.
Aspetto che Sagliets risponda al cellulare... “Hey, adesso scendo...” Risponde finalmente.
Mi raggiunge.
Nei giorni passati gli ho detto tutto il mio dolore, gli ho raccontato di Lulù.
Mi ha ascoltato con discrezione e rispetto.
“Ciao, Sagliets... bambini, state seduti lì: io parlo un momento con Mauro...”
Scendiamo qualche scalino in silenzio.
“Mauro, sono disperata...”
“Posso immaginare...”
“È questione di giorni, Mauro, questione di giorni... sono disperata. Non voglio. Non Lulù.”
Sagliets mi guarda e non sa che cosa fare. Sceglie di fare la cosa migliore: esserci.
C'è mentre bestemmio a denti stretti la mia rabbia, la mia paura, la mia solitudine, la mia perdita imminente.
C'è mentre entrambi ci chiediamo come sia possibile che la Vita, ogni tanto, vada a schiantarsi contro la Morte così all'improvviso.
C'è mentre non troviamo le parole.
Mi metto le mani sul volto e singhiozzo senza riuscire quasi a controllarmi, ma sento gli sguardi dei miei figli sulla schiena.
Li ho portati qui per vivere insieme una giornata diversa, una giornata gioiosa.
Mi asciugo le lacrime.
“Dai, Sagliets, ci vediamo dopo... grazie...”
“E di che? Fai bene a sfogarti, mi dispiace non poter fare di più...”
Ci abbracciamo, sono di nuovo sul punto di rompermi in mille frammenti, ma faccio un bel respiro e vado a sedermi vicino ai miei figli.
Li abbraccio e sorrido e provo ad immergermi nei loro sorrisi, nei loro occhi spalancati.
Il Toro perde e stupidamente – la mente umana è davvero un mistero insondabile – mi lamento del fatto di non poterne parlare con Lulù.

Avevo continuato a scriverle nei giorni a seguire, ma non avevo più ricevuto risposta: ormai non era più padrona di se stessa, ormai viaggiava nel limbo della morfina.

E poi.
E poi c'era stata la pausa del campionato.
Domenica 14 ottobre.
In tarda mattinata squilla il cellulare.
È un'Amica, una cara Amica, è Luciana, Lalù.
Siamo una specie di trio: Lulù, Lalù e Lasì.
“Ciao, che succede, Lalù?”
So già perché mi sta chiamando ma non voglio. Non voglio!
“Lasì... è morta.”
Il mondo si ferma. Il cuore perde un battito. Non voglio!
“Cazzocazzocazzo. No.”
“Sì.”
Non c'è spazio per nulla se non per l'incredulità.
Anche se era questione di giorni.
Ma non così pochi.
Non così pochi.
“OK, bocce ferme, Lalù. Io informo Tiziana, Sabrina, Flavia, Cristiana, Raffaella, Ilaria... cazzo, non ho più il numero di Ilaria, ce l'hai tu?”
“Lo cerco, intanto lo dico a Marta e alle altre che sono da queste parti.”
“Va bene, ci sentiamo dopo.”
“OK... ti voglio bene, Lasì...”
“Anche io, Lalù...”

E poi.
E poi i giorni dopo.
I giorni dopo in cui avevo imparato di nuovo a respirare.
I giorni dopo che diventavano sempre di più ed ora, Lulù, spendo più tempo a ricordare e rivivere le stronzate che ci facevano ridere a crepapelle, che a piangerti.
Tanto il vuoto che hai lasciato non può essere in alcun modo colmato, ma me ne prendo cura.
Cerco di fare in modo che tu sia orgogliosa di me, ovunque tu sia.
Sicuramente sei al mio fianco.
Come sempre.
Per sempre.
Anche quando vado allo stadio.
Anche quando guardo le partite da casa e un po' mi sorprende non chattare con te.
Anche quando mi arrabbio perché ancora non trovo il senso di quella sera in cui il Toro giocava contro l'Udinese, io ero a casa, tu mi scrivevi che stavi andando al PS e due settimane e mezzo dopo volavi via.

Questa è la storia di Lulù, che prima c'era e ora non c'è più.
Non so neppure se guardare Udinese-Toro oggi... salgono a galla timori e ricordi... e sale a galla la tua voce, Lulù, che mi dice: “Ma sarai ben scema??? Fila a guardare la partita e non rompere i maroni! Ma guarda che cosa devo sentire... tu che non guardi una partita del Toro??? Vergognati!” 
E poi.
E poi la sua risata.
La sua risata era un inno alla Vita.
E Vita sia, dunque.




Questa settimana tocca a “The Battle of Evermore”, Led Zeppelin (“Led Zeppelin IV”, 1971). É un brano che parla della vittoria del Bene sul Male, volendo ridurre il tutto all'osso.



Dedico “The Battle of Evermore” a Lulù, a chi è stato rapito dal cielo (che metafora odiosa...) troppo presto, a chi ha dolori mai sopiti nel cuore, a chi – come la mia Lulù – ha combattuto e combatte fino alla fine. Benvenuto a chi voglia trovare tutto il Toro che c'è nella storia di Lulù che prima c'era e ora non c'è più.

Dimenticavo: ho visto Udinese-Toro dal primo fischio all'ultimo insulto all'arbitro. Che cosa posso dire? Testa bassa e caricare.




mercoledì 6 febbraio 2013

Sfumature

Così è (se vi pare)


L'euforia del dopo San Siro si era spenta quasi subito, raffreddata e rattrappita dai troppo facili entusiasmi dei nuovi fans di Meggiogol, gli stessi che fino ad inizio partita volevano vederlo fuori dai giochi al grido di Meggiogolgota.
L'euforia si era spenta dentro di me.

“Hey, qui parlo io, è il mio spazio, ci scrivo io, faccio il bello e il cattivo tempo, faccio quello che voglio, prendo i rischi che so di poter correre e non mi abbandono alla diffusa abitudine di presumere di saperne più degli altri, chiaro?”
Sagliets mi guarda un po' intimorito e un po' sconsolato. “Ma...”
“Ma che cosa, Mauro? Che cosa? Tanto non si può accontentare tutto il popolo... non riusciamo ad essere mai completamente contenti noi, figurati accontentare gli altri... ma scusa, Mauro... ci hanno messi qui per fare i pagliacci o per che altro?”
Sospira. “Be', un facciamo anche un po' i pagliacci a volte, dai...”
“Per forza! Tutti 'sti tristoni, 'sti piangina... eccheppalle! Io sto pensando di chiudere le saracinesche e di dedicarmi a me, solo a me...”
“No, Silvietta... datti una calmata, per favore... scusami se te lo chiedo, ma... è successo qualcosa? Non ti ho mai vista così incazzata... soprattutto mi preoccupa che tu non mi chiami Sagliets...”
“Per forza, Mauro, è un disastro! Non vedi?”
“Che cosa, Silvietta?”
“Questo: guarda.”
Gli mostro una serie di tavole che ho disegnato per riassumere in modo visivo il sabato appena trascorso allo stadio.
“Vedi? Mi è successo tutto questo. Non saresti incazzato pure tu?”
“Veramente... veramente non si capisce niente.”
“Per forza! Io non so disegnare! Non-so-di-se-gna-re!!!”
“Ahem... calmati, Silvietta: bocce ferme. Hai voglia di raccontare?”
Sento gli occhi bruciare, stringo i pugni, mi pianto le unghie nei palmi delle mani, faccio un bel respiro. “Wait a minute, wait a minute... alright. Sì, adesso ti racconto. Non interrompermi, però.”
“Va bene: ti ascolto.”

L'euforia si era spenta e poi, nelle prime ore del sabato mattina, si era affacciata prepotentemente alla finestra Granata del mio cuore quella roba là: l'Ansia Pre Partita.
Roba che quando ero piccola, settemila anni fa, era un'ansia gioiosa.
Quando ero piccola.
Quando ero piccola? Settemila anni fa: quando il Toro era il Toro, non 'sta roba.

Mi ero diretta fiduciosa verso lo stadio, fiduciosa nei confronti della spensieratezza che il luogo mi regala nonostante la sensazione di “Oh, come vorrei vedere una partita come si deve ma non credo succederà”.
Detesto quella sensazione di tristezza preventiva, ma è più forte di me e, a dirla tutta, con l'età ho imparato che, invece di farsi travolgere dall'onda, è meglio immergersi in essa seguendone il fluire: diventa più rapido il processo di estinzione dell'onda medesima.
Ero inquieta ed avevo tutte le ragioni per esserla, ma solo dopo avrei capito perché.
Ci sono giorni che nascono e muoiono storti: sabato era uno di quelli.

Mi piace andare allo stadio perché incontro gli amici, prima di vedere giocare il Toro.
Incontro quelli che IO ho scelto come amici, quelli con cui ho fatto un tacito e reciproco patto di amicizia.
Incontro anche i conoscenti. È un piacere, è sempre un piacere scambiare due parole con Fratelli e Sorelle di tifo.
Sabato c'era qualcosa nell'aria, qualcosa di indefinito e tormentato, qualcosa di... strano.
E poi capivo: era il giorno dei suggerimenti non richiesti, delle rotture di cispole, del tuttovastorto, così storto da farmi procedere a tentoni, con lo scazzo sempre in agguato, da farmi camminare come lungo una sorta di Via Crucis – con estremo rispetto parlando – comprensiva della sue Quattordici Stazioni.
Lì in Piazza Grande Torino, e anche oltre, tutto concorreva a rendere complessa la cosa più semplice del mondo: andare a vedere una partita di pallone.

Prima Stazione: mi veniva detto che mi presento allo stadio solo nei tempi delle vacche grasse. (Vacche grasse?)
Seconda Stazione: mi veniva chiesto come mai non scrivessi più per la testata per cui scrivevo prima. (Imbarazzo. Imbarazzo per la stupidità della domanda. Imbarazzo per chi me la pone. Imbarazzo. Imbarazzo e saranno anche fatto miei, no?).
Terza Stazione: rovesciavo la sambuca che offertami da Max. (Goffa, goffa senza possibilità di recupero).
Quarta Stazione: incontravo una persona che ritiene di essere mia stretta conoscente, ma di cui non ricordo neppure il nome. Mi presentava alle persone che lo accompagnavano come se fossimo stati amici di lunga data. Riteneva opportuno, in tale sede, chiedermi di passare ad esso la gestione della “Pagina Infinita” per motivi imprecisati. Gli dicevo: “OK, il prossimo pezzo è previsto per mercoledì 6 febbraio.” Balbettava: “Da-dav-davvero?” Gli rispondevo: “Stoca, caro!” Suonavano entrambi i miei cellulari - benedetti aggeggi – e salutavo cercando di proseguire per la mia strada.
Quinta Stazione: la Stefi da una parte e mio figlio dall'altra, con malcelato nervosismo, mi dicevano: “Dai, si sta facendo tardi.” Avevano ragione.
Sesta Stazione: mi fermava un Fratello di tifo per chiedermi da accendere. Facevo per indicare le cuffiette nelle orecchie, ma – cazzo – non le avevo.
Settima Stazione: mi cadeva il biglietto e temevo di averlo perso. Lo ritrovavo. Mi spuntavano undici nuovi capelli bianchi.
Ottava Stazione: facevo l'ennesimo discorso alla Nazione (*) e la Nazione era composta dalle persone di cui alla Quinta Stazione.
Nona Stazione: mi cadevano le gonadi sentendo i discorsi intorno, che dicevano tutto e il contrario di tutto senza parlare del Toro. I tornelli mi sembravano lontani come le Shetland.
Decima Stazione: superavo i tornelli senza subire alcun terzo grado. Finalmente qualcosa girava per il verso giusto... sbagliato: inciampavo e solo per il miracolo non lasciavo le rotule sull'asfalto.
Undecima Stazione: trovavo l'Amico Davide già dentro lo stadio (e meno male che doveva arrivare più tardi di me) e ci inchiodavamo ai seggiolini. Uh, già: la partita. Me n'ero quasi dimenticata.
Dodicesima Stazione: scaldavo la voce alla lettura della formazione e quasi defungevo per un attacco di tosse.
Tredicesima Stazione: seguivo la partita con un po' di apprensione. Dietro di me un bambino esultava e saltava quando Bianchi entrava in campo, dando il cambio a quelli che avevano esultato e saltato non vedendolo in campo prima. Bianchi o non Bianchi, la partita finiva. Detesto i pareggi, detesto ancor più quelli senza reti. Amo non aver troppo da recriminare. Amo uscire dallo stadio dicendo: “OK, pareggino, però... però il Toro c'è.” E pensando: “Il Toro c'è, ma perché io ho così paura?”
Quattordicesima Stazione: andavo a mangiare la pizza con mio figlio e la Stefi e facevo un altro discorso alla Nazione. Non parlavamo della partita, parlavamo di libri. 

Uno di quei giorni in cui tutto è sciapo, in cui viene voglia di scappare, in cui le certezze vacillano.
Uno di quei giorni in cui mi viene voglia di costringere l'Idea del Toro dentro di me e basta, di seppellirla, di lasciarla da parte.
Uno di quei giorni.
Uno di quei giorni in cui il Toro c'è, ma non ci sono io. Troppo distratta, troppo stanca, troppo poco del Toro.
Troppo poco del Toro? Mumble mumble...

“E dunque?”
“E dunque mi è passata tutta la poesia, Sagliets.”
“Smettila...”
“No.”
“Fai i capricci?”
“No, è che...”
“Che?”
“Che ti ho fregato, faccia di gelato!”
“Ma...”
“Volevo farti provare l'ebbrezza di farti vedere come non sono.”
“Perché, terribile creatura?”
“Perché mi sono stufata degli estremismi, delle sfumature che non vengono prese in considerazione e/o dileggiate, disprezzate, malcagate. Gradisci un tea?”
“Earl Grey?”
“Earl Grey.”




Questa settimana tocca a “The Sage”, EL&P (“Pictures At An Exhibition”, 1971).Triste quanto basta per farmi sentire felice.



Dedico “The Sage” a chi non vuole guardare avanti, sia dopo un evento triste sia dopo un momento felice sia dopo un attimo di tutto ciò che è compreso fra tristezza e felicità.
Per la serie: fichissimo giocare come si è giocato contro l'Inter, ma lasciamo perdere i toni trionfalistici. Lasciamo i godimenti al momento in cui essi avvengono e andiamo incontro a quel che sarà e che sarà come sarà nel momento in cui lo sarà. Il Toro. Il Toro e basta. Anche quando è Torello, anche quando è Torino, anche quando... anche sempre.



(*) Il discorso alla Nazione: ve lo spiego un'altra volta. In questo momento sono occupata ad amare il Toro esattamente com'è.