mercoledì 13 febbraio 2013

Questa è la storia di Lulù

Ma Princesse


Questa è la storia di Lulù, che prima c'era e ora non c'è più.

Era il 26 settembre scorso, il Toro giocava in casa contro l'Udinese.
Ero rimasta a casa, avevo rinunciato allo stadio: non mi sentivo tanto in quadro.
“Oh be',” avevo pensato, “guarderò la partita in TV e farò i soliti commenti idioti in chat con Lulù: dai, sarà lo stesso divertente.”
Lulù era tifosa del Vicenza e aveva finito per amare anche il Toro perché sapeva che il Toro era parte di me. L'Amicizia non ha canoni, ma prevede di instillare strane forme d'amore nei cuori altrui, amore che è rispetto, amore che è partecipazione.
Lei aveva finito per amare il Toro e gioiva e soffriva insieme con me.
Gioia e soffriva insieme con me non solo nel Toro, ma anche nell'odio per i gobbi, nelle questioni politiche, nella condivisione della musica, nel passeggiare in solitudine nei boschi, nel guardare la Luna, nelle discussioni pecorecce, nel parlare dei nostri figli e di quanto stessero diventando begli esseri umani.
Lulù era una mia Amica.
Era.
Ancora oggi faccio fatica a parlare di lei al passato, tanta è l'incredulità per la sua scomparsa.
Perché questa è la storia di una Grande Donna che non c'è più e che è e sarà sempre presente nella mia vita.

Era il 26 settembre scorso, il Toro giocava in casa contro l'Udinese.
Ero pronta a mandare il primo messaggio a Lulù, mi precedette lei.
Mi precedette scrivendomi che stava andando al PS.
“Sei da sola, Lulù?”
“Sì.”
“OK, io sono qui, tengo il telefono acceso.”
“Grazie.”

La partita scivolava via, non badavo a come stessero giocando. Di quel match ricordo solo il risultato finale e i messaggi con Lulù che si succedevano a cadenza folle.
Cercavo di tenerla per mano, a trecento e passa chilometri di distanza, e annusavo nell'aria l'odore acre e soffocante della paura.
Nell'intervallo della partita mi aveva telefonato.
Non scorderò mai quella voce.

La voce di Lulù aveva note ambrate, non saprei spiegare bene il perché... la voce di Lulù era calda, forte, ferma, dolce, luminosa, musicale.
Quella sera, invece, la voce di Lulù era ruvida come il cartone, esitante, implorante, distante perfino dentro di sé.
“Dai, Lulli, andrà tutto bene... respira, piccola, respira...”
“Grazie per tenermi compagnia... tra poco mi fanno un altro esame: c'è un'ombra sul mio fegato e vogliono capire di che cosa si tratta...”
E poi gli altri messaggi, fino a notte fonda.
“Ci sentiamo domani mattina, Lulli?”
“Sì, ti voglio bene.”
“Anche io, piccola.”

Toro-Udinese era finita zero a zero, quel risultato che mal tollero, che non dice nulla, che chi se ne frega.
Era giunta la mattina.
“Hey, notizie?”
“Mi hanno dimessa a notte fonda. Torno in ospedale oggi per un'eco e una TAC al fegato.”
“Ti tengo per mano.”
“Ti sento.”

E poi.
E poi mi aveva chiamato dopo la TAC.
“Ho un tumore al fegato.”
Me lo aveva detto così, fra le lacrime.
Quello che ci siamo dette durante quella telefonata rimarrà per sempre dentro di me e non dev'essere condiviso: il troppo dolore esige il silenzio.

E poi.
E poi i giorni successivi.
Le visite.
Le corse.
La sua condanna a morte.

Cazzocazzocazzo, no.
Non lei.
Per favore, non portarmela via.
Non voglio.
Non voglio!

La sua condanna a morte, ma la domenica aveva trovato il cuore per scrivermi un “Atalanta cinque volte me*da!!! Forza Toro!”
Avevamo chattato a lungo quel pomeriggio, dopo Atalanta-Toro, facendo finta che non fosse successo nulla, facendo finta che i nostri stupidi dialoghi da ridarola sarebbero continuati per sempre.

E poi.
E poi due giorni dopo, quella che sarebbe stata l'ultima telefonata.
Avevamo parlato di preti, madri, calcio, musica.
Avevamo riso.
Niente spazio per le lacrime.
Non potevamo lasciarci in mezzo al diluvio.
Sapevamo, sapevamo entrambe che quella sarebbe stata l'ultima telefonata.
Ci parlammo facendo finta che non stesse succedendo nulla.

E poi.
E poi il 6 ottobre: l'ultima chattata.
“Come stai oggi, ma princesse?”
“Malissimo, ma la morfina aiuta. Dimmi di te, mon amour...”
“Domani vado alla partita con tutti e due i bambini: è la prima volta in cui noi tre andiamo insieme allo stadio.”
“Che meraviglia! Sarò con voi!”
“Come sempre, Lullina, come sempre... forza. Forzaforzaforza. Faccio il tifo per te. Ti voglio bene.”
“Ti sento così vicina, Silvia, così vicina... ti voglio bene.”

Mi si erano drizzati i capelli in testa.
La morfina?
No, cazzo, dai...
Smettila.
Smettila.
Non voglio.
Non voglio!


“Si decide a rispondere o no?”
Sono nervosa, più intrattabile del solito.
Sono anche felice: è meraviglioso andare allo stadio con i propri figli, ma sono come una pentola a pressione sul punto di esplodere.
Aspetto che Sagliets risponda al cellulare... “Hey, adesso scendo...” Risponde finalmente.
Mi raggiunge.
Nei giorni passati gli ho detto tutto il mio dolore, gli ho raccontato di Lulù.
Mi ha ascoltato con discrezione e rispetto.
“Ciao, Sagliets... bambini, state seduti lì: io parlo un momento con Mauro...”
Scendiamo qualche scalino in silenzio.
“Mauro, sono disperata...”
“Posso immaginare...”
“È questione di giorni, Mauro, questione di giorni... sono disperata. Non voglio. Non Lulù.”
Sagliets mi guarda e non sa che cosa fare. Sceglie di fare la cosa migliore: esserci.
C'è mentre bestemmio a denti stretti la mia rabbia, la mia paura, la mia solitudine, la mia perdita imminente.
C'è mentre entrambi ci chiediamo come sia possibile che la Vita, ogni tanto, vada a schiantarsi contro la Morte così all'improvviso.
C'è mentre non troviamo le parole.
Mi metto le mani sul volto e singhiozzo senza riuscire quasi a controllarmi, ma sento gli sguardi dei miei figli sulla schiena.
Li ho portati qui per vivere insieme una giornata diversa, una giornata gioiosa.
Mi asciugo le lacrime.
“Dai, Sagliets, ci vediamo dopo... grazie...”
“E di che? Fai bene a sfogarti, mi dispiace non poter fare di più...”
Ci abbracciamo, sono di nuovo sul punto di rompermi in mille frammenti, ma faccio un bel respiro e vado a sedermi vicino ai miei figli.
Li abbraccio e sorrido e provo ad immergermi nei loro sorrisi, nei loro occhi spalancati.
Il Toro perde e stupidamente – la mente umana è davvero un mistero insondabile – mi lamento del fatto di non poterne parlare con Lulù.

Avevo continuato a scriverle nei giorni a seguire, ma non avevo più ricevuto risposta: ormai non era più padrona di se stessa, ormai viaggiava nel limbo della morfina.

E poi.
E poi c'era stata la pausa del campionato.
Domenica 14 ottobre.
In tarda mattinata squilla il cellulare.
È un'Amica, una cara Amica, è Luciana, Lalù.
Siamo una specie di trio: Lulù, Lalù e Lasì.
“Ciao, che succede, Lalù?”
So già perché mi sta chiamando ma non voglio. Non voglio!
“Lasì... è morta.”
Il mondo si ferma. Il cuore perde un battito. Non voglio!
“Cazzocazzocazzo. No.”
“Sì.”
Non c'è spazio per nulla se non per l'incredulità.
Anche se era questione di giorni.
Ma non così pochi.
Non così pochi.
“OK, bocce ferme, Lalù. Io informo Tiziana, Sabrina, Flavia, Cristiana, Raffaella, Ilaria... cazzo, non ho più il numero di Ilaria, ce l'hai tu?”
“Lo cerco, intanto lo dico a Marta e alle altre che sono da queste parti.”
“Va bene, ci sentiamo dopo.”
“OK... ti voglio bene, Lasì...”
“Anche io, Lalù...”

E poi.
E poi i giorni dopo.
I giorni dopo in cui avevo imparato di nuovo a respirare.
I giorni dopo che diventavano sempre di più ed ora, Lulù, spendo più tempo a ricordare e rivivere le stronzate che ci facevano ridere a crepapelle, che a piangerti.
Tanto il vuoto che hai lasciato non può essere in alcun modo colmato, ma me ne prendo cura.
Cerco di fare in modo che tu sia orgogliosa di me, ovunque tu sia.
Sicuramente sei al mio fianco.
Come sempre.
Per sempre.
Anche quando vado allo stadio.
Anche quando guardo le partite da casa e un po' mi sorprende non chattare con te.
Anche quando mi arrabbio perché ancora non trovo il senso di quella sera in cui il Toro giocava contro l'Udinese, io ero a casa, tu mi scrivevi che stavi andando al PS e due settimane e mezzo dopo volavi via.

Questa è la storia di Lulù, che prima c'era e ora non c'è più.
Non so neppure se guardare Udinese-Toro oggi... salgono a galla timori e ricordi... e sale a galla la tua voce, Lulù, che mi dice: “Ma sarai ben scema??? Fila a guardare la partita e non rompere i maroni! Ma guarda che cosa devo sentire... tu che non guardi una partita del Toro??? Vergognati!” 
E poi.
E poi la sua risata.
La sua risata era un inno alla Vita.
E Vita sia, dunque.




Questa settimana tocca a “The Battle of Evermore”, Led Zeppelin (“Led Zeppelin IV”, 1971). É un brano che parla della vittoria del Bene sul Male, volendo ridurre il tutto all'osso.



Dedico “The Battle of Evermore” a Lulù, a chi è stato rapito dal cielo (che metafora odiosa...) troppo presto, a chi ha dolori mai sopiti nel cuore, a chi – come la mia Lulù – ha combattuto e combatte fino alla fine. Benvenuto a chi voglia trovare tutto il Toro che c'è nella storia di Lulù che prima c'era e ora non c'è più.

Dimenticavo: ho visto Udinese-Toro dal primo fischio all'ultimo insulto all'arbitro. Che cosa posso dire? Testa bassa e caricare.