mercoledì 6 febbraio 2013

Sfumature

Così è (se vi pare)


L'euforia del dopo San Siro si era spenta quasi subito, raffreddata e rattrappita dai troppo facili entusiasmi dei nuovi fans di Meggiogol, gli stessi che fino ad inizio partita volevano vederlo fuori dai giochi al grido di Meggiogolgota.
L'euforia si era spenta dentro di me.

“Hey, qui parlo io, è il mio spazio, ci scrivo io, faccio il bello e il cattivo tempo, faccio quello che voglio, prendo i rischi che so di poter correre e non mi abbandono alla diffusa abitudine di presumere di saperne più degli altri, chiaro?”
Sagliets mi guarda un po' intimorito e un po' sconsolato. “Ma...”
“Ma che cosa, Mauro? Che cosa? Tanto non si può accontentare tutto il popolo... non riusciamo ad essere mai completamente contenti noi, figurati accontentare gli altri... ma scusa, Mauro... ci hanno messi qui per fare i pagliacci o per che altro?”
Sospira. “Be', un facciamo anche un po' i pagliacci a volte, dai...”
“Per forza! Tutti 'sti tristoni, 'sti piangina... eccheppalle! Io sto pensando di chiudere le saracinesche e di dedicarmi a me, solo a me...”
“No, Silvietta... datti una calmata, per favore... scusami se te lo chiedo, ma... è successo qualcosa? Non ti ho mai vista così incazzata... soprattutto mi preoccupa che tu non mi chiami Sagliets...”
“Per forza, Mauro, è un disastro! Non vedi?”
“Che cosa, Silvietta?”
“Questo: guarda.”
Gli mostro una serie di tavole che ho disegnato per riassumere in modo visivo il sabato appena trascorso allo stadio.
“Vedi? Mi è successo tutto questo. Non saresti incazzato pure tu?”
“Veramente... veramente non si capisce niente.”
“Per forza! Io non so disegnare! Non-so-di-se-gna-re!!!”
“Ahem... calmati, Silvietta: bocce ferme. Hai voglia di raccontare?”
Sento gli occhi bruciare, stringo i pugni, mi pianto le unghie nei palmi delle mani, faccio un bel respiro. “Wait a minute, wait a minute... alright. Sì, adesso ti racconto. Non interrompermi, però.”
“Va bene: ti ascolto.”

L'euforia si era spenta e poi, nelle prime ore del sabato mattina, si era affacciata prepotentemente alla finestra Granata del mio cuore quella roba là: l'Ansia Pre Partita.
Roba che quando ero piccola, settemila anni fa, era un'ansia gioiosa.
Quando ero piccola.
Quando ero piccola? Settemila anni fa: quando il Toro era il Toro, non 'sta roba.

Mi ero diretta fiduciosa verso lo stadio, fiduciosa nei confronti della spensieratezza che il luogo mi regala nonostante la sensazione di “Oh, come vorrei vedere una partita come si deve ma non credo succederà”.
Detesto quella sensazione di tristezza preventiva, ma è più forte di me e, a dirla tutta, con l'età ho imparato che, invece di farsi travolgere dall'onda, è meglio immergersi in essa seguendone il fluire: diventa più rapido il processo di estinzione dell'onda medesima.
Ero inquieta ed avevo tutte le ragioni per esserla, ma solo dopo avrei capito perché.
Ci sono giorni che nascono e muoiono storti: sabato era uno di quelli.

Mi piace andare allo stadio perché incontro gli amici, prima di vedere giocare il Toro.
Incontro quelli che IO ho scelto come amici, quelli con cui ho fatto un tacito e reciproco patto di amicizia.
Incontro anche i conoscenti. È un piacere, è sempre un piacere scambiare due parole con Fratelli e Sorelle di tifo.
Sabato c'era qualcosa nell'aria, qualcosa di indefinito e tormentato, qualcosa di... strano.
E poi capivo: era il giorno dei suggerimenti non richiesti, delle rotture di cispole, del tuttovastorto, così storto da farmi procedere a tentoni, con lo scazzo sempre in agguato, da farmi camminare come lungo una sorta di Via Crucis – con estremo rispetto parlando – comprensiva della sue Quattordici Stazioni.
Lì in Piazza Grande Torino, e anche oltre, tutto concorreva a rendere complessa la cosa più semplice del mondo: andare a vedere una partita di pallone.

Prima Stazione: mi veniva detto che mi presento allo stadio solo nei tempi delle vacche grasse. (Vacche grasse?)
Seconda Stazione: mi veniva chiesto come mai non scrivessi più per la testata per cui scrivevo prima. (Imbarazzo. Imbarazzo per la stupidità della domanda. Imbarazzo per chi me la pone. Imbarazzo. Imbarazzo e saranno anche fatto miei, no?).
Terza Stazione: rovesciavo la sambuca che offertami da Max. (Goffa, goffa senza possibilità di recupero).
Quarta Stazione: incontravo una persona che ritiene di essere mia stretta conoscente, ma di cui non ricordo neppure il nome. Mi presentava alle persone che lo accompagnavano come se fossimo stati amici di lunga data. Riteneva opportuno, in tale sede, chiedermi di passare ad esso la gestione della “Pagina Infinita” per motivi imprecisati. Gli dicevo: “OK, il prossimo pezzo è previsto per mercoledì 6 febbraio.” Balbettava: “Da-dav-davvero?” Gli rispondevo: “Stoca, caro!” Suonavano entrambi i miei cellulari - benedetti aggeggi – e salutavo cercando di proseguire per la mia strada.
Quinta Stazione: la Stefi da una parte e mio figlio dall'altra, con malcelato nervosismo, mi dicevano: “Dai, si sta facendo tardi.” Avevano ragione.
Sesta Stazione: mi fermava un Fratello di tifo per chiedermi da accendere. Facevo per indicare le cuffiette nelle orecchie, ma – cazzo – non le avevo.
Settima Stazione: mi cadeva il biglietto e temevo di averlo perso. Lo ritrovavo. Mi spuntavano undici nuovi capelli bianchi.
Ottava Stazione: facevo l'ennesimo discorso alla Nazione (*) e la Nazione era composta dalle persone di cui alla Quinta Stazione.
Nona Stazione: mi cadevano le gonadi sentendo i discorsi intorno, che dicevano tutto e il contrario di tutto senza parlare del Toro. I tornelli mi sembravano lontani come le Shetland.
Decima Stazione: superavo i tornelli senza subire alcun terzo grado. Finalmente qualcosa girava per il verso giusto... sbagliato: inciampavo e solo per il miracolo non lasciavo le rotule sull'asfalto.
Undecima Stazione: trovavo l'Amico Davide già dentro lo stadio (e meno male che doveva arrivare più tardi di me) e ci inchiodavamo ai seggiolini. Uh, già: la partita. Me n'ero quasi dimenticata.
Dodicesima Stazione: scaldavo la voce alla lettura della formazione e quasi defungevo per un attacco di tosse.
Tredicesima Stazione: seguivo la partita con un po' di apprensione. Dietro di me un bambino esultava e saltava quando Bianchi entrava in campo, dando il cambio a quelli che avevano esultato e saltato non vedendolo in campo prima. Bianchi o non Bianchi, la partita finiva. Detesto i pareggi, detesto ancor più quelli senza reti. Amo non aver troppo da recriminare. Amo uscire dallo stadio dicendo: “OK, pareggino, però... però il Toro c'è.” E pensando: “Il Toro c'è, ma perché io ho così paura?”
Quattordicesima Stazione: andavo a mangiare la pizza con mio figlio e la Stefi e facevo un altro discorso alla Nazione. Non parlavamo della partita, parlavamo di libri. 

Uno di quei giorni in cui tutto è sciapo, in cui viene voglia di scappare, in cui le certezze vacillano.
Uno di quei giorni in cui mi viene voglia di costringere l'Idea del Toro dentro di me e basta, di seppellirla, di lasciarla da parte.
Uno di quei giorni.
Uno di quei giorni in cui il Toro c'è, ma non ci sono io. Troppo distratta, troppo stanca, troppo poco del Toro.
Troppo poco del Toro? Mumble mumble...

“E dunque?”
“E dunque mi è passata tutta la poesia, Sagliets.”
“Smettila...”
“No.”
“Fai i capricci?”
“No, è che...”
“Che?”
“Che ti ho fregato, faccia di gelato!”
“Ma...”
“Volevo farti provare l'ebbrezza di farti vedere come non sono.”
“Perché, terribile creatura?”
“Perché mi sono stufata degli estremismi, delle sfumature che non vengono prese in considerazione e/o dileggiate, disprezzate, malcagate. Gradisci un tea?”
“Earl Grey?”
“Earl Grey.”




Questa settimana tocca a “The Sage”, EL&P (“Pictures At An Exhibition”, 1971).Triste quanto basta per farmi sentire felice.



Dedico “The Sage” a chi non vuole guardare avanti, sia dopo un evento triste sia dopo un momento felice sia dopo un attimo di tutto ciò che è compreso fra tristezza e felicità.
Per la serie: fichissimo giocare come si è giocato contro l'Inter, ma lasciamo perdere i toni trionfalistici. Lasciamo i godimenti al momento in cui essi avvengono e andiamo incontro a quel che sarà e che sarà come sarà nel momento in cui lo sarà. Il Toro. Il Toro e basta. Anche quando è Torello, anche quando è Torino, anche quando... anche sempre.



(*) Il discorso alla Nazione: ve lo spiego un'altra volta. In questo momento sono occupata ad amare il Toro esattamente com'è.