mercoledì 30 gennaio 2013

Non ci credo!

Celebration Day


Continuiamo a parlare d’amore.
C’è una frase che mi esce spontanea dalla boccuccia quando incontro qualcuno davanti allo Stadio: “Non ci credo!”
Sono le tre parole che precedono l’abbraccio che vede come protagonisti me medesima e un Fratello o una Sorella. Poco importa che io sia in un luogo specifico, ad un’ora specifica (e concordata), in attesa di una persona specifica. Quando il detentore delle specifiche si palesa, io dico così: “Non ci credo!”
Non v’è nulla di scaramantico o automatico in tutto ciò... forse è solo la verbalizzazione di quello che si spera di vedere in campo, forse è un legame quasi parentale con lo stupore - che si rinnova OGNI santa volta - che sgorga prepotente quando, salite le scale, occhieggia il campo e sì: siamo di nuovo qui, nei secoli dei secoli, amen.

Qualche partita fa, per esempio.
Ci eravamo scritti parecchio durante la settimana, Davide e io.
“Vieni alla partita, caro?”
“Sì, ci vediamo là un’ora prima, cara?”
“OK, perfetto. SFT”
“FTSFT”
Arrivo lì molto prima del previsto per rosicchiare un panino stando in perfetta solitudine su una panchina e ascoltando un po’ di musica, muovendo le mandibole a ritmo per cercare di non perdere neppure un suono del mio esclusivo mondo felice: quello in cui gli occhi guardano quello che l’universo propone e le orecchie ascoltano quello che io scelgo di ascoltare.
Mi si parano davanti tre tomi. Anzi: un tomo e due tome (no, i formaggi non c’entrano). Mi si parano davanti e mi parlano. Con un gesto inequivocabile indico le cuffiette nelle orecchie. Con un gesto inequivocabile il tomo mi prega di toglierle per ascoltarlo.
“Mi*chia santa, evitare di rompere le palle no, eh?” Penso.
“Sì?” Dico.
“Possiamo lasciarle un volantino?” Dice il tomo con un sorriso che mi disturba ancora più del tono mellifluo della sua voce.
“Per un’automobilina?” Rispondo cercando - senza riuscirvi (eppure a me veniva da ridere, vabbe’...) - di essere spiritosa.
“Eh?” Replica il tomo, a cui compare un punto interrogativo sul crapone.
“Ciuppa. No, grazie, sono pagana.” Dico con inaspettata dolcezza, una dolcezza che colpisce nel profondo pure me, la Signora Acidità.
“Uh, davvero?” Insiste il tomo.
“Ciao.” Risponde la Signora Acidità, reimpossessatasi di se stessa.
Cuffiette nelle orecchie.
Pace.

Finisco panino e birra, mi avvio verso il luogo dell’incontro.
Dopo un po’ arriva Davide.
“Ciao!” Mi dice sorridendo.
“Siamo proprio tutti uguali,” penso, “quando arriviamo allo stadio abbiamo ‘sta faccia da bimbi in gita scolastica... che spettacolo!”
“Non ci credo!” Gli dico allargando le braccia per dargli il benvenuto, per ricevere il mio benvenuta.
Qualche chiacchiera e poi via verso il campo.
Lungo il percorso cambiamo allenatore otto volte, facciamo dodici formazioni diverse, ci tuffiamo quattro volte nel passato... e siamo già oltre i tornelli.
“Ehm, Davide... io salgo sempre da questa parte...”
“Anche io, Silvia... mi ricordo che una volta ero salito da un’altra parte ed era finita in tragggedia...”
“Bene: le cattive abitudini vanno evitate...” Per scaramanzia, evitiamo accuratamente di pronunciare e perfino di pensare alla parola scaramanzia.
E poi saliamo le scale.
Vedo - sì: lo vedo - il fumetto che si materializza sulle nostre teste: “Stairway to Heaven o Highway to Hell?”, ma infine è il verde e il Granata e le facce, tutte uguali e tutte diverse, e il freddo pungente, eppure viene voglia di togliersi il giaccone e di correre.

“Ma dove stai correndo, deficiente?” Tuona verso di me una voce possente e per nulla inaspettata.
E ti pareva... mi perseguita. Non bastano le telefonate quotidiane, gli incontri-scontri in redazione... no, deve rompermi le scatole anche allo stadio.
“Oh, Sagliets. ‘zzo vuoi? Non dovevi andare al secondo anello?”
“Io di anelli ne ho tre, per domarli, per trovarli, per ghermirli e nel buio incatenarli, pereppeppé.”
“Vecchio trombone... un po’ di rispetto!”
“Per renderti omaggio sono venuto al tuo cospetto.”
“Seeee... omaggio, ogiugno e pure oluglio. Che cosa vuoi?”
“Ellapeppa, acidona: sono venuto a salutarti, come faccio sempre prima di ogni partita, no?”
“Ah, OK: ciao. Introdurre variazioni sul tema è troppo difficile, eh? Come sei noioso...”
“Teppista!”
“Anche io ti voglio bene, Brontolo!”
“Ci vediamo nell’intervallo?”
“Sì.”
“Ciau.”
“Forza Toro.”
“Sì.”
“Ciau.”
“Forza Toro.”
“Sì.”
“Ciau.”
“Ebbbbbasta, mo’!”
Mestamente sale gli scalini e un po’ mi commuovo: penso a quando quegli scalini percorrevamo di corsa e i polmoni se ne fottevano, penso a quando quegli scalini non riusciremo più a frequentare e ci faremo ciaociao a distanza e saremo ancora lì, pirla infiniti, a fremere per ogni sobbalzo di cuore.

Sobbalza il cuore quando i Ragazzi entrano in campo.
Dentro di me dico: “Non ci credo!” Forse lo dico anche con la voce.
Davide ed io non riusciamo a staccare gli occhi dal campo.
Anche quando ci guardiamo sorridendo, non riusciamo a staccare gli occhi dal campo.
È come una preghiera, è come star assistendo ad un’unica partita che ha avuto inizio dal momento in cui abbiamo scoperto il gioco del calcio, dal momento in cui ci siamo riconosciuti Granata e da allora niente è più stato lo stesso, al punto tale da aver dimenticato per sempre il prima, se un prima c’è mai stato.
Un’unica partita.
Avrà fine quando finiremo noi.
Anzi, no: continuerà.
Nella stessa maniera beffarda in cui chi muore giace e chi vive si dà pace.

Passano i giorni e arriva.
Inter-Torino.
No, un momento: Inter-TORO.

“Non ci credo!” Ho esclamato al primo gol di Meggiorini.
“Noooooon ciiiiiiiiiiiii creeeeeeeeeeeeeeedoooooooooo!” Ho gridato come un’ossessa al secondo gol di Meggiorini.
Che poi... che poi erano i gol del Toro, i gol del Toro Fenice che risorge dalle sue ceneri e ripresenta barlumi di quel Toro che è... il Toro.
C’era gente che piangeva, c’era gente che ballava la samba, c’era gente che diceva “Non ci credo!”, c’era gente che diceva: “È il Toro. Punto.”
Bel godere, adesso vediamo come va.
È il Toro. Punto.
Sì.


Questa settimana tocca a “Celebration Day” dei Led Zeppelin (“Led Zeppelin III”, 1970). Devo spiegare perché?



Dedico “Celebration Day” agli Accontentisti (grazie, Sagliets, per avermi concesso l’utilizzo di codesto neologismo), ai Tremendisti, ai Superghisti, ai Granatici granitici, a mia mamma e mio papà, a Stanislao Moulinsky, a chi sa fare il mea culpa, a chi si incazza, a chi scende dal biiiiiiip e va a piedi, al tricheco dei Beatles, al theremin di Jimmy Page, a ciò che è e a ciò che non dovrebbe mai essere (cit.), a Flavia, a chi si toglie dalle palle, al Toro. Al mio Toro. Mio mio mio. NOSTRO.