mercoledì 26 giugno 2013

Cuori

Non posso vedere morire la mia squadra



Duemilatredici.

“Non posso vedere morire la mia squadra”

“Se ognuno di noi farà la propria parte, non moriremo.”



Millenovecentonovantadue.

Sulla strada in salita che porta al castello di Edimburgo lo sguardo, ad un certo punto, cade su un cuore. È un cuore inserito nella pavimentazione stradale, un cuore fatto di sampietrini di diverse tonalità cromatiche. Mi fermo a guardarlo e mi emoziona un po’ anche se non ho la minima idea di che cosa si tratti. “Chissà che cos’è”, mi chiedo e poi riprendo ad avvicinarmi al castello.
Edimburgo è città viva e vivace, ad agosto lo è ancora di più: il Tattoo Festival richiama turisti, soprattutto raduna musicisti, teatranti, individui che s’aggirano per le strade indossando maschere che provengono da un passato così lontano da perdersi nel mito.
Ho tanto da vedere, ho tanto da fotografare, ho tanto da ricordare e poi... e poi ci aspettano le Highlands, abbiamo ancora tanta strada da fare.



Duemilasei.

Davide gioca con la Play Station: FIFA 2005.
“Mammaaaaaaaaaaaaaaaaa!”
“Ellallààààààààààà! Che cosa succede? Sta scoppiando la guerra degli universi?”
“No! Guarda! Ho deciso di giocare nel campionato scozzese ed ho scelto questa squadra: guarda che bella maglia!”
Mi avvicino allo schermo: ha scelto gli Hearts.
“Perché hai scelto proprio gli Hearts?” Gli chiedo, già pregustando la risposta.
“Perché hanno la maglia Granata, mamma!”

Sono totalmente digiuna di calcio scozzese, totalmente indifferente a tutto ciò che non sia Toro, totalmente assorbita dal recupero delle energie dopo che il Toro era stato ucciso (per l’ennesima volta, che palle) ed era risorto (per l’ennesima volta, evvai). Mi metto dunque al lavoro e studio, studio gli Hearts.
Sullo schermo del PC compare un cuore su campo Granata. Il Granata non mi stupisce, il cuore... il cuore mi ricorda qualcosa.
Aggrotto le sopracciglia, il mononeurone si agita disperato producendo scricchiolii inquietanti e poi la ghiandola pineale fa esplodere un’immagine sulle pareti del mio cranio e alzare la pelle d’oca sulle braccia e chiudere le palpebre per vedere meglio il mio ricordo.
Mi rivedo là, là sulla strada in salita che porta al castello di Edimburgo dove lo sguardo, ad un certo punto, cade su un cuore. È un cuore inserito nella pavimentazione stradale, un cuore fatto di sampietrini di diverse tonalità cromatiche. Mi fermo a guardarlo e mi emoziona un po’ anche se non ho la minima idea di che cosa si tratti. “Chissà che cos’è”, mi chiedo e poi riprendo ad avvicinarmi al castello.

Riapro gli occhi e sorrido.
“Davideeeeeeeeee! Sai che a Edimburgo c’è lo stemma degli Hearts sulla strada del castello? Io l’ho visto tanti anni fa!”
“Che cos’è Edimburgo, mamma?”
“È una città della Scozia, ciccio.”
“E tu ci sei stata?”
“Sì, ciccio, tanti tanti tanti anni fa.”
“Possiamo andarci tutti insieme?”
“Be’... credo proprio di sì... magari aspettiamo che Giulia sia un po’ più grande, dai: è un viaggio un po’ lungo.”
“Quanto lungo? Come da Torino alla Bretagna?”
“Quasi il doppio! Ti faccio vedere sull’atlante.”
Prendiamo il librone che mi sembrava magico quando avevo l’età che ha ora mio figlio e continua ad essere il libro delle magie.
Sfogliamo le pagine insieme finché troviamo la Gran Bretagna.
“Vedi? Qui sotto c’è la Bretagna e quest’isolona dalla forma strana è la Gran Bretagna. Prima c’è l’Inghilterra e poi, salendo salendo salendo, si arriva in Scozia. Che cosa c’è scritto qui?” Indico un punto preciso in alto a destra.
“Edimburgo. Edimburgo! E tu ci sei davvero stata?!?!?”
“Sì, ciccio, te l’ho già detto, no?” Gli accarezzo la testa, sorridendo con una lacrima appesa alle ciglia.
“E ci andrò anche io! Mi porterai a vedere lo stemma degli Hearts?”
“Certo, ciccio, e vedrai tante altre cose e ti rimarrà la voglia di tornarci, sai?”



Duemilaotto.

Partiamo nel tardo pomeriggio.
Prima di salire in auto, Davide mi chiede di mandare un SMS a Maria Grazie, la sua maestra preferita, per dirle che stiamo partendo per la Scozia.
La risposta non si fa aspettare: Maria Grazia lo invita a guardare tutto e a ricordare per il futuro. Gli scrive anche di non stupirsi se lungo la strada vedrà draghi, guerrieri, fate e folletti.
Sorrido, salgo in auto: direzione Nord.
L’alba ci accoglie a Calais, il sole continua ad essere basso quando - dopo la solita breve traversata della Manica - siamo sul suolo inglese e io sono felice.
“Siamo quasi arrivati?” Chiede Davide.
“Uhm... direi di no,” gli rispondo fra i sorrisi e le risate, “ma questa notte, ciccio, dormiremo a Edimburgo, te lo prometto.”
“Wow.” Esclama con lo stesso stupore di quando avevamo sfogliato insieme l’atlante.
Attraversiamo l’Inghilterra, fermandoci di quando in quando per sgranchirci le gambe, e quando siamo in Cumbria non riesco a trattenere un singhiozzo pieno di meraviglia.
“Guardate... guardate fuori!”
Quei rilievi che non sono né montagne né colline, quel verde che va oltre le retine, quel cielo, quel cielo grigio, quel cielo grande: non finiranno mai di stupirmi.
“Siamo in Scozia, mamma?”
“Non ancora, ciccio, ma quasi.”
Il sole scende, il cielo si colora di fuoco, entriamo in Scozia, ci fermiamo per cenare, passeggiamo nel parcheggio della stazione di servizio, ci godiamo quei colori, quel vento, quelle ovvie gocce di pioggia, quell’accento caldo: sì, in Scozia i suoni sono tanto diversi.
“Che cosa facciamo? Cerchiamo un posto in cui dormire già ora?”
“No, dai, arriviamo fino a Edimburgo: troveremo qualcosa anche in piena notte... spero...”
“OK, andiamo.”
Ci rimettiamo in auto, si fa notte, i bambini dormono sui sedili, guardo l’orologio: sono le ventidue passate, ma vediamo le luci di Edimburgo sempre più vicine.
Finalmente entriamo in città e, poco prima della mezzanotte, troviamo una sistemazione.
I bambini sono storditi dal sonno, li metto a letto vestiti, li bacio sulle guance.
Davide apre per un momento l’oceano azzurro dei suoi occhi e sottovoce dice: “Dove siamo, mamma?”
“A Edimburgo, amore. Adesso dormi.”
Chiude gli occhi e sorride.

La mattina dopo inizia una girandola di stupori: la colazione scozzese - grande entusiasmo - e poi andiamo alla conquista della città.
Piano piano ci avviciniamo al centro, passo dopo passo, sotto quel cielo, quel cielo familiare, quel cielo accogliente anche se non è azzurro, e meno male che non è azzurro altrimenti mi darebbe fastidio: se amo questi luoghi è anche perché il cielo è grigio, grigio come i miei occhi, questo cielo mi appartiene ed io appartengo a lui.
“Mamma, guarda! Il castello! Andiamo!”
Acceleriamo il passo, anche se la strada in salita è davvero in salita, e ad ogni passo si manifesta la stanchezza per il chilometri fatti in auto.
“Davide, ci siamo quasi... tra poco ti faccio vedere il cuore degli Hearts sulla strada, vedrai!”
Man mano che procediamo mi ricordo, mi ricordo tutto, mi ricordo di quando avevo percorso questa strada per la prima volte sedici anni prima: tra poco saremo lì a congiungere un mio pezzo di passato remoto con il presente.
E invece no.
Proprio sopra al cuore sul selciato c’è un gazebo per la raccolte di firme per non so che cosa.
“Ma cazzo!” Esclamo indispettita: tutti quei chilometri, tutta quell’aspettativa... e tutto quello che riesco a far vedere al gagno è un gazebo bianco. Mi guarda con l’aria un po’ delusa.
“Hey, ciccio... non rimanerci male, dai... tanto torneremo a Edimburgo prima o poi, no? Intanto sai che cosa facciamo? Andiamo fino su al castello e ci facciamo fotografare con la bandiera del Toro, che cosa ne dici?”
L’entusiasmo si riaffaccia prepotente su quel faccino lentigginoso e via che si va alla conquista del castello e dell’ennesimo luogo in cui far sventolare la nostra Bandiera.
Nei giorni a seguire l’avremmo poi fatta danzare insieme con i venti delle Highlands, fino ad arrivare alle Orcadi.

“Tanto torneremo a Edimburgo prima o poi, no?” L’abbiamo sfiorata in questi anni: è sempre lì. Ci torneremo e finalmente ti farò vedere il cuore degli Hearts, ciccio, anche se ormai hai capito che l’Idea è più grande e più forte di qualunque altra cosa.



Duemilatredici.

“Non posso vedere morire la mia squadra”

“Se ognuno di noi farà la propria parte, non moriremo.”

“Amo da morire la mia squadra ed è bellissimo che così tanti tifosi facciano tutto ciò che possono. Vorrei avere abbastanza soldi per farlo anche io! Abbiamo i migliori tifosi del mondo, nessuno può dire il contrario!”

“Ho appena preso l’abbonamento, ho venduto la mia Gibson SG per farlo, in più abito a Glasgow per cui ogni partita per me è una trasferta.”

“Be’, il club deve vendere 3000 abbonamenti il più presto possibile oppure sarà la fine... per cui voi testoni che non avete ancora comprato i vostri biglietti: uscite e comprateli ora.”

Gli Hearts rischiano di scomparire: ennesimo caso di gestione finanziaria scellerata. I tifosi si stanno mobilitando per fare cassa. I giocatori non ricevono lo stipendio da mesi. La squadra parteciperà al campionato che prenderà il via all’inizio di agosto. Inizierà con una penalizzazione di quindici punti e le casse vuote. Casse vuote che si stanno un po’ riempiendo grazie ai tifosi, i Jambos.

“Le squadre che sono un’Idea rimangono, le altre no,” mi ha detto un Amico, parlando degli Hearts. Il mio Amico ha ragione, anche se... anche se il pensiero che rimanga ‘solo’ l’Idea a volte mi fa paura e mi fa male.
È un pensiero che ho vissuto, è un pensiero che conosco, è un pensiero che non voglio mai più provare, è un pensiero che non voglio mai più vivere.

Gli Hearts hanno la maglia Granata.
Gli Hearts hanno il loro simbolo inciso sulla strada che porta al castello di Edimburgo.
Gli Hearts potrebbero morire.
Gli Hearts sono tenuti in vita dai Jambos, che in questo momento mettono da parte le differenze di pensiero in nome della Maglia.
Leggo le paure dei Jambos e non riesco a trattenere le lacrime per il loro forte senso di coesione.
Leggo le paure dei Jambos e mi sento a casa in quel dolore che si schianta percussivo in mezzo al petto.
Sentirsi a casa non è sempre gioia e felicità... una casa non è casa se non contiene anche il male che l’amore, di qualunque amore si tratti, porta con sé.

“Tutti noi possiamo contribuire in qualche modo... non lasciamo morire gli Hearts. Vi amo tutti, Fratelli e Sorelle.”

“Sono orgoglioso di tifare Hearts da quasi mezzo secolo e sono devastato per quello che sta succedendo... Farò tutto ciò che posso per aiutare la squadra e continuerò a tifare Hearts in qualsiasi serie giochi e imploro gli altri tifosi di fare altrettanto. Stiamo affrontando un momento orribile nella storia della squadra, ma dobbiamo unirci per superare questa sfida e dare forma a ciò che sarà. Ci rialzeremo, ci scuoteremo la polvere di dosso e faremo tornare la nostra squadra dove le compete.”

“Noi siamo più di una squadra, noi siamo una comunità, noi siamo una famiglia, noi combattiamo insieme.”

“Lo so, è una sciocchezza, ma pensate a come sarebbe bello arrivare secondi nel prossimo campionato... sarebbe come arrivare primi!”

Sarebbe come arrivare primi, sì.
Mai smettere di sognare, mai.
Lo faccio per il Toro da una vita e ora anche per gli Hearts.
E quando torneremo a Edimburgo, gazebo o meno, ti farò vedere quel cuore, Davide, anche se lo conosci già.




Questa settimana tocca a “Heartbreaker” (Led Zeppelin II, primo brano della seconda facciata, 1969).



Dedico “Heartbreaker” alle mie sorelle e ai miei fratelli scozzesi e al colore che abbiamo in comune.



Per chi conoscesse la lingua inglese ed avesse voglia di seguire le vicende dei Granata scozzesi:
Da questi due gruppi di Facebook ho preso i virgolettati riportati sopra.





mercoledì 19 giugno 2013

Incontri

Cent'anni di solitudine e altro


Un tempo mi era capitato di descrivermi così: “Io amo il Toro, ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’, la cioccolata, Daredevil, i Queen, tutto l’insieme delle isole più o meno verdi che stanno al di là della Manica, i Beatles, EL&P, i Led Zeppelin, ‘Cent’anni di Solitudine’, Chet Baker, la Luna, i megaliti, lo zenzero, la metropolitana e qualche undicina di altre cose. Uh, sì: amo anche gli incontri.”
Non è cambiato quasi nulla da allora: continuo ad amare gli stessi amori, ne ho recuperati alcuni momentaneamente messi in stasi (la guitarra!), ne ho conosciuti di nuovi.
Quanto agli incontri... oh be’, hanno seguito un percorso analogo a quello degli amori.

Incontro numero 1: Sara.
Era la sera del 17 ottobre dello scorso anno, una sera che aspettavo da settimane, era la sera del “Celebration Day” e non stavo più nella pelle. Avevo fatto il conto alla rovescia con fervore pressoché adolescenziale: andare incontro alla mia storia, vedere la storia ripiegarsi docile su stessa ed invitarmi ad abbandonarmi ad essa. Avevo fatto il conto alla rovescia, ma non avevo fatto i conti con il Cupo Mietitore che era venuto a rapire la mia Amica Lulù giusto tre giorni prima del “Celebration Day”. Avevo giusto fatto in tempo a farle vedere l’inizio del mio conto alla rovescia e poi... e poi.
E poi la mattina del 17 ottobre Lulù era stata chiusa in una scatola di legno e addio, addio mia Lulù, addio Amica adorata. Era stato un giorno di respiro difficile, decisamente. “Vado al ‘Celebration Day’ o non ci vado?” Ci ero andata.
La vedo, vedo Sara da lontano e le corro incontro. Ci abbracciamo, siamo felici, ma le chiedo scusa. “Scusami, Sara, ma oggi sono un po’ così...” Le racconto la storia di Lulù, le chiedo di portare pazienza, quasi le grido la mia gratitudine per essere lì ad accompagnarmi in una sera che avevo atteso tanto a lungo, le dico... le dico tante cose e mi sento strappare l’anima per il dolore e per la felicità. Sara mi prende a braccetto e insieme camminiamo verso la sala, si spengono le luci e poi è Musica. Ogni tanto guardo in su, illudendomi di poter vedere il cielo invece del soffitto del cinema. Ogni tanto guardo in su. E quando inizia “Stairway to Heaven” indico davvero verso il cielo e dico a Sara: “Questa è per Lulù.” Anche Sara indica verso il cielo e dice: “Sì, questa è per Lulù.”
Ci prendiamo anche per mano, forse... non ricordo bene... stavamo vicine, sì: stavamo vicine. Prima di quella sera ci eravamo viste di sfuggita per tre volte, dopo quella sera abbiamo cercato di vederci più a lungo: missione fallita fino al 19 maggio.
Durante la mattina ci sentiamo brevemente: “Veniamo anche noi alla marcia, forse...” “OK, sentiamoci quando siamo lì...” In piazza Solferino ci cerchiamo, ci troviamo e poi camminiamo insieme. Noi e i nostri figli. Raccontandoci qualcosa in più. Lanciando nel futuro storie che andremo a riprendere e diventeranno passato comune. Vestite di Granata, siamo lì per il Toro e siamo lì per noi. Ci siamo incontrate e ci siamo trovate. Tra l’altro, Sara, forse mentre camminavamo sotto il sole non te l’ho detto, ma... in quel giorno Lulù avrebbe compiuto quarant’anni: l’incontro con te ha reso più dolce un altro giorno duro e mi ha fatto mettere in saccoccia un altro giorno da ricordare nel nome del Toro.

Incontro numero 2: Gabriel García Márquez.
Ogni tanto lo incontro sugli scaffali delle mie librerie. “Cent’anni di Solitudine” è il libro più consumato che io possieda, talvolta ne rimando l’ennesima lettura per paura che si sfaldi definitivamente.
Ieri mi chiamava, era irresistibile. “Leggimi! Leggimi!” Mi diceva... e lo prendevo delicatamente, andavo all’ultima pagina e leggevo ad alta voce queste parole:

“Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra."

Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine.
Siamo noi! Le stirpi Granata! Condannate! Condannate alla solitudine! Per cent’anni!
Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
Ecco, lo sapevo: era già tutto scritto.
Come una furia sfogliavo il Libro... “Ecco! Ecco! Vedi?” Dicevo a me stessa. Nel mio delirio mistico ero pressoché convinta che quella fosse la storia di quelli del Toro e il nome Buendía non fosse altro che una copertura.
D’improvviso, però, comprendevo di voler semplicemente trovare un po’ di Toro perché guardandomi intorno ne vedevo ben poco.
Mi manca il Toro ed ho ancora voglia di cercarlo e di trovarlo.
Non venga mai il giorno in cui io smetta la mia Cerca. Grazie, Signor Márquez, per avermi chiesto di incontrare di nuovo il tuo Libro: mi hai fatto capire che, per ora, la fiamma arde.

Incontro numero 3: Sagliets.
Sto tanto bene nel mio antro, fra i miei libri di magia e i miei vinili... ogni tanto Sagliets porta scompiglio, ma è uno scompiglio benefico: non mi fa perdere del tutto il contatto con la realtà. Se solo la finisse di tormentarmi con ‘sta chat...

Sagliets scrive - Ehilà, befana!
LaSilvia scrive - Che cosa vuoi, ora?
Sagliets scrive - Vieni alla cena di Redazione?
LaSilvia scrive - Ufffffff.
Sagliets scrive - Che palle, Jimmyna... fai sempre delle storie poi ti diverti più di tutti gli altri messi insieme.
LaSilvia scrive - Jimmyna? Di nuovo? Uffffffffffff... OK, va bene: però mi dai un passaggio... ho i capelli stanchi...
Sagliets scrive - A che ora passo a prenderti?
LaSilvia scrive - Tre ore e mezza prima della Mezzanotte?
Sagliets scrive - Tre ore e mezza... prima della... aaaaaaaaaaaaah, le otto e mezza. Stordita.
LaSilvia scrive - Bifolco.
Sagliets scrive - Bitols.
LaSilvia scrive - Sparisci.
Sagliets scrive - Pufffffffffff! [chiude la chat]

Tre ore e mezza prima della mezzanotte arriva, salgo in auto (preferivo un cocchio, ma vabbe’...) e ci dirigiamo verso Nord.
Costeggiando il fiume non riesco a trattenere un sospiro di meraviglia: “Uh, Mauro, hai visto il castello? Grazie per avermi portata sulla Loira!”
“Deficiente.” Mi risponde.
Che maleducato.

La cena di Redazione è sempre un bel momento, soprattutto in estate.
Si sfoggiano bermuda e occhiali improbabili, ci si fa la solita domanda e ci si dà la solita risposta (domanda: “Ma... secondo te, da qualche parte nell’universo, in questo stesso momento... c’è una tavolata in cui si parla della giuve?”, risposta: “NO!”), si ruba la ciccia nel piatto del vicino, si prende in giro il caro Valentino, si passano le ore con il Direttore, si smette di parlare in rima per non perturbare la peristalsi, si arriva in ritardo perché sì, perché no, ma in fondo il tempo al tempo della cena di Redazione ha uno svolgimento tutto suo e finisce per cristallizzarsi come certe partite del Torino quando era il Toro.
Tanta è la voglia di stare insieme nello stesso luogo, invece di essere sparsi sul territorio, tanta è la voglia di essere - magari per un solo attimo - slegati dal Toro, che si finisce per parlare quasi solo... del Toro (sic) e lo si fa anche commentando il piacere, il semplice piacere, di trovarsi lì a guardarsi in faccia.
Ad un certo punto il caldo passa in secondo piano e si ritorna a casa con un pezzetto di conoscenza in più... già: un pezzetto di conoscenza in più. Se solo Sagliets evitasse di cantare a squarciagola...

Incontro numero 4: Voi.
Voglio mettervi tutti insieme: Lucia, Cristina, Roberta, Luca, Diego, William, Betta, Sabrina, Samuele, Giulia & Davide, Chris, Paolo, Pino, la Stefi, Nonna Olga, Lale, gli altri.
Siamo tutti smarriti dello stesso smarrimento, siamo tutti prigionieri della stessa prigione, siamo tutti innamorati dello stesso amore, ci incontriamo sempre là, anche quando il Toro non c’è.



Questa settimana tocca a “Love Will Tear Us Apart” (Joy Division, pubblicata nel 1980, anno della morte di Ian Curtis, cantante del gruppo).



Il Toro, signore e signori, mi fa venire spesso in mente questo piccolo gioiello di brano musicale.
Speriamo che l’amore non ci divida.
Dedico “Love Will Tear Us Apart” alla nostra stanchezza, al nostro smarrimento e ai prossimi incontri che ci verranno (sic) incontro.




mercoledì 12 giugno 2013

Cuore di pietra

L'ombra Granata


Disclaimer: Toro uguale IDEA. E basta. OK? Via con le danze.

In redazione: cerco di mettere in ordine i pensieri, in fondo alla ghiandola pineale si agitano cupi presagi.
Apro la chat: bene, Sagliets è on line.

La Silvia scrive - Sagliets?
Sagliets scrive - Che cosa vuoi?
La Silvia scrive - La tua testa su un vassoio d’argento.
Sagliets scrive - Sei peggio di Salomé...
La Silvia scrive - E tu sei un salame. Muoviti: vieni qui.
Sagliets scrive - Per favore...
La Silvia scrive - Grazie, prego, arrivederci.
Sagliets scrive - Non. Ti. Sopporto. Più.
La Silvia scrive - Allora ciao. [si mette off line]

Un sostenuto suono di giaculatorie s’innalza nei corridoi della maestosa redazione di [testata su cui scrivevo], accompagnato dall’usuale strusciare delle ciaspole che Sagliets non si ostina ad abbandonare neppure ora che fa un caldo boia. Il tomo, che mi pregio di annoverare fra i miei stimati colleghi, apre con cautela il pesante uscio che divide il mio sancta sanctorum dal resto del mondo, entra, non mi vede (per forza: mi sono nascosta dietro alle tende di velluto Granata), scuote la testa e poi si abbandona, un po’ rabbioso e un po’ sconfortato, sulla poltroncina di vimini: la roba più scomodo dell’universo.
“Esci fuori, strega...”
Silenzio.
“Ma perché proprio a me...” Mormora tra i denti.
Sempre nascosta, premo il tasto che fa calare la puntina sul vinile già pronto sul piatto: suoni inquietanti si spargono per l’antro. Sagliets raddrizza la schiena, si guarda intorno, favella: “Che cos’è ‘sta roba, piccolo terrore? Mi fa venire i brividi...”
“Taa-daa!” Urlo uscendo dal mio nascondiglio. “Ciao, Sagliets, è il mio nuovo impianto di condizionamento e mi compiaccio del suo perfetto funzionamento.”
“Ma cosa piffero vai dicendo, sciroccata?” Accidenti a me: lo sguardo interdetto di Sagliets sarebbe da fotografare, ma ho lasciato la mia fedele Nikon a casa.
“Ciccio, devo sempre spiegarti tutto, che fatica... non stai sfrantecando le gonadi a tutti quanti dicendo che hai caldo caldo caldo? Bene, non hai detto che ti sono venuti i brividi?”
“Sì ma... riccioluta testina d’incudine, mi riferivo semplicemente al fatto che questa musica è inquietante... che roba è?” Chiede smarrito.
“Oh, ciccio, una cosina che ha pubblicato Jimmy Page lo scorso anno... una robina per collezionisti... una briciolina di composizioni fichissime del 1972 rimasterizzate e pubblicate su vinile all’Equinozio di Primavera del 2012...”
Incuriosito chiede: “E come s’intitola?”
“Lucifer Rising. Carino, no?”
Mi guarda rassegnato e gli faccio un sorrisone: “Vuoi un po’ di tea, trappola?”
“Oh, grazie... ma intanto dimmi: perché mi hai chiamato?”
“‘Perché mi hai chiamato?’ è la frase che solitamente mi rivolgono i demoni che evoco! Bravo, Sagliets, stai imparando! Comunque devo parlarti: ho un problema...”

Mi è stato detto che non va bene.
Mi è stato detto che indossare le t-shirt Granata non va bene, non va bene in alcuni contesti.
Mi sono state dette cose comprensibili e condivisibili, altre meno, ma la vita è così: un continuo incontro-scontro fra pensieri e convenzioni.
Sono piuttosto brava ad osservare le regole, basta spiegarmele... me le hanno spiegate, ho iniziato a seguirle.
All’inizio il disagio è stato grande, poi si è trasformato in calma placida... mica avevo bisogno di vestirmi di Granata per essere tale, no? Eppure mi rimaneva sempre un po’ di fame insoddisfatta. Come quella volta in cui ero andata in Galles e c’era la siccità e tutto era brullo (la terribile estate del 1995): i colori erano sbagliati.
La mia calma placida... placida come un vulcano che sta per esplodere.
Non amo le coercizioni, non amo le convenzioni.
Amo il libero pensare, amo il rispetto.
Amo anche indossare le mie maglie del Toro (una per volta, eh?).
So quando è necessario scegliere altra tipologia d’abbigliamento.
So che nella mia vita mi è accaduto di vedermi vietare - per partito preso - di indossare una maglia del Toro e di averne sofferto grandemente.
Per giorni e giorni ho indossato altre cose, evitando accuratamente il Granata... mi sentivo a disagio. Mi sentivo a disagio nel non sentire il mio colore camminare, respirare, vivere con me.
E come tutte le altre volte in cui ho pensato di essere lontana dall’IDEA, l’IDEA mi è venuta incontro e lo ha fatto seguendo un sentiero tortuosamente semplice.

Ero nella scuola della figlia: “Mamma, dobbiamo andare a ritirare un libro che ho ordinato...” Mi dice. Ci avviamo verso la sala in cui ritirare il libro: regna il caos, le madri col portafogli in mano, i gagni che non vedono l’ora di stringere fra le mani il malloppo e il palloncino che ognuno di essi potrà prendere uscendo di lì.
L’impiegata mi guarda e sorride: “Buonasera! Lei è quella che scriveva su Torochips, vero? Come mai non scrive più?”
Le racconto che scrivo ancora, le racconto di [testata su cui scrivevo], le racconto... no, sto per raccontarle qualcos’altro, ma veniamo interrotte da Giulia: “Mamma! Hai visto? Il palloncino che ho scelto è Granata!”
La Dea benedica chi ha scelto di esporre anche palloncini Granata insieme con i soliti gialliverdiblurossibianchi.
La Dea benedica la felicità di mia figlia, la felicità di mia figlia che è la mia felicità, la mia felicità che è un palloncino Granata: pitost che niente a l’è mej pitost, no?
Bene... usciamo dalla scuola, prendiamo la metro, quattro fermate e siamo arrivate, scale mobili, usciamo a riveder le stelle.
Stiamo per attraversare la strada, fa molto caldo, Giulia si ferma.
“Dai, stellina, non fermarti in mezzo alla strada...”
“Ma mamma... guarda!”
Indica la propria ombra sull’asfalto e indica l’ombra del palloncino: è Granata, anche l’ombra è Granata.
Mi vengono i brividi.
Mi vengono i brividi perché tanta era la mia voglia di quel colore che il Caso ha fatto sì che lo ritrovassi grazie a due stelle: mia figlia e il Sole.
Mi vengono i brividi perché quell’ombra colorata mi dice di prendermi sempre cura dell’IDEA del Toro.
Mi vengono i brividi perché queste inutili - per alcuni - romanticherie curano le ferite del Toro che - come sempre - non sarà.
Mi vengono i brividi perché ho un po’ di febbre e ho tanta voglia di occuparmi di me e dell’IDEA del Toro, quell’IDEA che mi è venuta incontro fra le mani di mia figlia... ho anche voglia di ridere e di fregarmene e allora rido, rido per strada, rido chiedendo a Giulia: “Posso tenere un po’ io il palloncino Granata?” Lei mi risponde di sì e il mondo diventa facile.

“Wow. Solo tu riesci a vedere il Toro dappertutto...”
“Mica vero, Mauretti... è il Toro che si manifesta all’improvviso, un po’ come fanno certi demoni... sai, son convinta che ci sia del buono anche in quelle piccole creature malvagie... forse fanno i loro dispetti solo per attirare l’attenzione, solo per essere pensati, perché la Morte, quella vera, giunge quando anche il pensare a qualcuno va nel Regno del Nulla...”
“Però non mi hai detto del tuo problema, Silviaccia...”
“Oh, quello... non ci pensavo più e quindi...”
“E quindi l’hai fatto morire...”
“Sì, come sta facendo qualcun altro con il Toro...”
“Che cosa dobbiamo fare, Silvietta?”
“Iniziamo a domandarci che cosa POSSIAMO fare, mettendo da parte tutto, compreso lo schifo e la stanchezza...”
“Siamo ancora in tempo per farlo?”
“Non lo so, ma... Sagliets, vedi anche tu l’ombra Granata nella foto?”
“Sì.”
“Bene, che non perda di significato. Per oggi non aggiungerò altro in merito alla questione.”
“Il Toro ti trova quando meno te l’aspetti, vero?”
“Proprio così.”



Questa settimana tocca a “Trampled Under Foot” (Led Zeppelin, “Physical Graffiti”, 1975, secondo brano della seconda facciata del primo disco, puff puff pant pant).
Poco fa [ieri sera per chi legge] ho chiesto al Diretùr di dirmi il titolo del primo brano di “Physical Graffiti” che gli veniva in mente e lui mi ha detto “Trampled Under Foot”: che buongustaio.
Faccio finta che sia una canzone che parla d'amore, anche se di 'carnazza' essa tratta.



Dedico “Trampled Under Foot” ad una persona in particolare, una persona che non nominerò perché saprà riconoscersi, una persona che voglio ringraziare con tutto il cuore per il senso di protezione che esercita, con discrezione e fermezza, nei miei confronti.
Alcuni dicono che io abbia un cuore di pietra... in alcuni momenti sì, decisamente sì. In altri momenti ho il cuore fragile come quello di chiunque – perché io sono una persona qualunque – e allora sapere di poter contare su qualcuno diventa importante.
Grazie, Amico mio: ci siamo conosciuti nel nome del Toro e ciò basta e avanza. Il resto lo costruiamo di giorno in giorno. E tante belle cose a chi del mio cuore vede solo la pietra.




mercoledì 5 giugno 2013

Che cosa ho imparato

Sempre e per sempre


Ho imparato che ci sono momenti bui nella vita, così bui che rimanere immobili è l’unica cosa giusta da fare o meglio: quella meno sbagliata, poiché qualsiasi direzione porterebbe a farsi male.

Ho imparato che ci sono momenti dionisiaci nella vita, così dionisiaci che lasciarsi pervadere dall’ebbrezza è l’unico modo per non perdere neppure una goccia della bevanda dell’esistenza.

Ho imparato che ci sono momenti rabbiosi nella vita, così rabbiosi che contenere la propria collera in un barile di ghiaccio emotivo sembra essere l’unico modo per non trasformarsi in un serial killer.

Ho imparato che ci sono momenti felici nella vita, così felici che si corre il rischio di non goderseli per troppa fame, sete, rabbia, ebbrezza.

Mi ricordo che una volta ero un po’ giù di morale per questioni extra Toro... un po’ giù di morale... oh be’, in realtà ero proprio disperata. Guardandomi intorno non scorgevo altro che rovine, fallimenti, disastri. Eppure mi era sembrato, fino a quel momento, di aver costruito qualcosa... povera illusa. Senza dubbio avevano ragione loro, senza dubbio non avevano torto nel dire che ero una rovina, un fallimento, un disastro.
Mi aggiravo smarrita per i percorsi abituali della mia vita, confusa, incerta. E intanto ragionavo sui motivi della mia rovina, del mio fallimento, del mio disastro. Più ragionavo, più sprofondavo nei punti interrogativi. Come potevo essere stata tanto cieca? Come potevo aver creduto di essere così mentre, invece, ero cosà?
Mentre ero persa nel più basso livello di autostima che avessi mai raggiunto, mi capitava di incontrare casualmente un amico.
“Ciao, tata, come stai?” Mi diceva sorridendo e abbracciandomi, poi mi guardava in faccia e mi chiedeva: “Che cosa c’è che non va? Hai gli occhi di chi ha incontrato un fantasma...”
Mannaggia a me e alla leggibilità delle mie espressioni.
“No, niente, tato, davvero... cioè: le belle balle. Diciamo che ho appena scoperto di non essere quella che sono... non secondo l’opinione di alcune persone che, ahimè, hanno una rilevanza fondamentale per la mia esistenza e per la mia sussistenza...”
“Urca. Posso fare qualcosa per te?”
“No. Cioè sì: devi essere la mia Maratona. Devi guidarmi. Fammi capire in quale direzione devo andare per segnare.”
L’amico rimaneva un po’ pensieroso e poi sorrideva. “Posso dirti una cosa?”
“Certo, come sempre.”
“Se hai bisogno della Maratona, vuol dire che puoi fottertene di quello che gli altri pensano di te. Se hai bisogno della Maratona, vuol dire che conosci bene il tuo valore anche se, in questo momento, ti sembra nullo. Se hai bisogno della Maratona...” Mi abbracciava e mi salutava.
Rimanevo a guardargli la schiena con un ulteriore punto interrogativo appeso al miocardio.
Poi si voltava, tornava verso di me, avvicinava la bocca al mio orecchio e produceva quel suono che facciamo TUTTI, fin da bambini, quando vogliamo imitare il pubblico festoso di un evento sportivo. Quella specie di vento rauco, quel suono fisicamente palpabile. “Ecco la Maratona, tata... vai e segna.” E se ne andava.
Mi ricordo che quella volta in cui ero giù di morale per questioni extra Toro, la soluzione per raccogliere le forze necessarie mi era arrivata da qualcosa che il Toro mi aveva insegnato... e non lo aveva insegnato solo a me, dal momento che quando dicevo “Ho bisogno della mia Maratona, della mia Maratona personale” non avevo bisogno di aggiungere niente altro.

Ciò detto... visto che il Toro (in quanto squadra/società) pare non essere più su questo piano esistenziale, mi dedico ad altro.
Mi dedico ad esporre ciò che ho imparato.
Ho imparato parole nuove.
Ho imparato sentimenti nuovi.
Ho imparato l’educazione sentimentale che sottende a quelle parole.
Una volta la parola Maratona stava ad indicare una corsa.
Poi la parola Maratona ha iniziato ad indicare un cuore, un cervello, uno stomaco.
Se anche la Maratona, in termini di curva, non è più quella in cui sono cresciuta e da cui sono, successivamente, stata lontana per anni... be’, il suo nome ha assunto un significato ben preciso.
“Ho bisogno della mia Maratona, della mia Maratona personale”.
E non ho dovuto aggiungere niente altro.

L’ho imparato dal Toro.
L’abbiamo imparato dal Toro.

Ho imparato che ci sono momenti bui nella vita, così bui che rimanere immobili è l’unica cosa giusta da fare o meglio: quella meno sbagliata, poiché qualsiasi direzione porterebbe a farsi male. Tipo quella volta in cui era estate e il Toro non c’era più.

Ho imparato che ci sono momenti dionisiaci nella vita, così dionisiaci che lasciarsi pervadere dall’ebbrezza è l’unico modo per non perdere neppure una goccia della bevanda dell’esistenza. Tipo quella volta in cui era il 20 maggio e tornavamo in serie A e piangevo abbracciata a mia figlia.

Ho imparato che ci sono momenti rabbiosi nella vita, così rabbiosi che contenere la propria collera in un barile di ghiaccio emotivo sembra essere l’unico modo per non trasformarsi in un serial killer. Tipo quella volta n cui un gobbetto ignobile è venuto a festeggiare un goal sotto la curva sbagliata e si è sentito tanto figo. Brau piciu: essere fighi è ben altro, ciccio.

Ho imparato che ci sono momenti felici nella vita, così felici che si corre il rischio di non goderseli per troppa fame, sete, rabbia, ebbrezza. Tipo quella volta in cui potremo essere sereni e andremo a vedere giocare il Toro essendoci lasciati alle spalle decenni di amarezze.

In definitiva ho imparato.
Bene: credo ciò voglia dire che c’è ancora spazio dentro di me.
Anche per credere in un futuro che, al momento, è una possibilità impossibile, ma sempre possibilità è e dunque... forza Toro. Devo aggiungere altro?




Questa settimana tocca a “Whole Lotta Love” (Led Zeppelin II, 1969, prima traccia del disco): un brano al calore bianco, un insieme di significati assoluti che, come la parola Maratona, non vanno spiegati, solo sentiti e con tutti i sensi.



Dedico “Whole Lotta Love” alla mia Maratona personale: posso sempre contare su di lei, SEMPRE.