mercoledì 5 giugno 2013

Che cosa ho imparato

Sempre e per sempre


Ho imparato che ci sono momenti bui nella vita, così bui che rimanere immobili è l’unica cosa giusta da fare o meglio: quella meno sbagliata, poiché qualsiasi direzione porterebbe a farsi male.

Ho imparato che ci sono momenti dionisiaci nella vita, così dionisiaci che lasciarsi pervadere dall’ebbrezza è l’unico modo per non perdere neppure una goccia della bevanda dell’esistenza.

Ho imparato che ci sono momenti rabbiosi nella vita, così rabbiosi che contenere la propria collera in un barile di ghiaccio emotivo sembra essere l’unico modo per non trasformarsi in un serial killer.

Ho imparato che ci sono momenti felici nella vita, così felici che si corre il rischio di non goderseli per troppa fame, sete, rabbia, ebbrezza.

Mi ricordo che una volta ero un po’ giù di morale per questioni extra Toro... un po’ giù di morale... oh be’, in realtà ero proprio disperata. Guardandomi intorno non scorgevo altro che rovine, fallimenti, disastri. Eppure mi era sembrato, fino a quel momento, di aver costruito qualcosa... povera illusa. Senza dubbio avevano ragione loro, senza dubbio non avevano torto nel dire che ero una rovina, un fallimento, un disastro.
Mi aggiravo smarrita per i percorsi abituali della mia vita, confusa, incerta. E intanto ragionavo sui motivi della mia rovina, del mio fallimento, del mio disastro. Più ragionavo, più sprofondavo nei punti interrogativi. Come potevo essere stata tanto cieca? Come potevo aver creduto di essere così mentre, invece, ero cosà?
Mentre ero persa nel più basso livello di autostima che avessi mai raggiunto, mi capitava di incontrare casualmente un amico.
“Ciao, tata, come stai?” Mi diceva sorridendo e abbracciandomi, poi mi guardava in faccia e mi chiedeva: “Che cosa c’è che non va? Hai gli occhi di chi ha incontrato un fantasma...”
Mannaggia a me e alla leggibilità delle mie espressioni.
“No, niente, tato, davvero... cioè: le belle balle. Diciamo che ho appena scoperto di non essere quella che sono... non secondo l’opinione di alcune persone che, ahimè, hanno una rilevanza fondamentale per la mia esistenza e per la mia sussistenza...”
“Urca. Posso fare qualcosa per te?”
“No. Cioè sì: devi essere la mia Maratona. Devi guidarmi. Fammi capire in quale direzione devo andare per segnare.”
L’amico rimaneva un po’ pensieroso e poi sorrideva. “Posso dirti una cosa?”
“Certo, come sempre.”
“Se hai bisogno della Maratona, vuol dire che puoi fottertene di quello che gli altri pensano di te. Se hai bisogno della Maratona, vuol dire che conosci bene il tuo valore anche se, in questo momento, ti sembra nullo. Se hai bisogno della Maratona...” Mi abbracciava e mi salutava.
Rimanevo a guardargli la schiena con un ulteriore punto interrogativo appeso al miocardio.
Poi si voltava, tornava verso di me, avvicinava la bocca al mio orecchio e produceva quel suono che facciamo TUTTI, fin da bambini, quando vogliamo imitare il pubblico festoso di un evento sportivo. Quella specie di vento rauco, quel suono fisicamente palpabile. “Ecco la Maratona, tata... vai e segna.” E se ne andava.
Mi ricordo che quella volta in cui ero giù di morale per questioni extra Toro, la soluzione per raccogliere le forze necessarie mi era arrivata da qualcosa che il Toro mi aveva insegnato... e non lo aveva insegnato solo a me, dal momento che quando dicevo “Ho bisogno della mia Maratona, della mia Maratona personale” non avevo bisogno di aggiungere niente altro.

Ciò detto... visto che il Toro (in quanto squadra/società) pare non essere più su questo piano esistenziale, mi dedico ad altro.
Mi dedico ad esporre ciò che ho imparato.
Ho imparato parole nuove.
Ho imparato sentimenti nuovi.
Ho imparato l’educazione sentimentale che sottende a quelle parole.
Una volta la parola Maratona stava ad indicare una corsa.
Poi la parola Maratona ha iniziato ad indicare un cuore, un cervello, uno stomaco.
Se anche la Maratona, in termini di curva, non è più quella in cui sono cresciuta e da cui sono, successivamente, stata lontana per anni... be’, il suo nome ha assunto un significato ben preciso.
“Ho bisogno della mia Maratona, della mia Maratona personale”.
E non ho dovuto aggiungere niente altro.

L’ho imparato dal Toro.
L’abbiamo imparato dal Toro.

Ho imparato che ci sono momenti bui nella vita, così bui che rimanere immobili è l’unica cosa giusta da fare o meglio: quella meno sbagliata, poiché qualsiasi direzione porterebbe a farsi male. Tipo quella volta in cui era estate e il Toro non c’era più.

Ho imparato che ci sono momenti dionisiaci nella vita, così dionisiaci che lasciarsi pervadere dall’ebbrezza è l’unico modo per non perdere neppure una goccia della bevanda dell’esistenza. Tipo quella volta in cui era il 20 maggio e tornavamo in serie A e piangevo abbracciata a mia figlia.

Ho imparato che ci sono momenti rabbiosi nella vita, così rabbiosi che contenere la propria collera in un barile di ghiaccio emotivo sembra essere l’unico modo per non trasformarsi in un serial killer. Tipo quella volta n cui un gobbetto ignobile è venuto a festeggiare un goal sotto la curva sbagliata e si è sentito tanto figo. Brau piciu: essere fighi è ben altro, ciccio.

Ho imparato che ci sono momenti felici nella vita, così felici che si corre il rischio di non goderseli per troppa fame, sete, rabbia, ebbrezza. Tipo quella volta in cui potremo essere sereni e andremo a vedere giocare il Toro essendoci lasciati alle spalle decenni di amarezze.

In definitiva ho imparato.
Bene: credo ciò voglia dire che c’è ancora spazio dentro di me.
Anche per credere in un futuro che, al momento, è una possibilità impossibile, ma sempre possibilità è e dunque... forza Toro. Devo aggiungere altro?




Questa settimana tocca a “Whole Lotta Love” (Led Zeppelin II, 1969, prima traccia del disco): un brano al calore bianco, un insieme di significati assoluti che, come la parola Maratona, non vanno spiegati, solo sentiti e con tutti i sensi.



Dedico “Whole Lotta Love” alla mia Maratona personale: posso sempre contare su di lei, SEMPRE.