mercoledì 29 maggio 2013

Due rubrichisti a zonzo

Cazzeggiando qua e là


In redazione: riunione plenaria all’alba della prima domenica senza campionato.
Le rubriche - quasi tutte - andranno in vacanza, ma ci sono tante cose da fare e da organizzare: i giornalisti continueranno ad essere tali, i rubrichisti... oh be’, argomento complesso.
“Speriamo che il Diretùr trovi la quadra, Sagliets...” Mormoro al mio compare di stupidaggini mentre ci accomodiamo nell’ampia sala riunioni.
Poco per volta arrivano tutti, manca solo il Diretùr, ma vedo che il tappeto rosso è già stato steso e i trombettieri hanno preso posizione; intanto chiacchieriamo di progetti vacanzieri, di insoddisfazioni, di cavolate varie.
L’attesa mi annoia e non mi rimane altro da fare che tirare fuori iPod e cuffiette e via col random, quello che è sempre una certezza, quello che se fosse un giocatore del Toro verrebbe venduto tre minuti dopo aver fatto una tripletta nel derby.
“Moby Dick” è irresistibile: con le mani mimo la batteria di Bonzo, ad occhi chiusi, finché qualcuno mi strappa le cuffiette dalle orecchie.
“Ou, tipo! Che razzo fai?!?!?” Esclamo a voce alta in faccia a Sagliets che, paziente come una badante ben pagata, alza gli occhi al cielo e mi mette una mano sulla bocca. Con l’altra mano indica un punto lontano della sala riunioni.
Il suono solenne delle trombe mi fa comprendere che il momento è giunto: sta per entrare il Diretùr.
“Ops... scusa, Sagliets, e grazie...” Dico sottovoce.
“Stai zitta, ora, diavola... OK?” Risponde ed annuisco con un cenno del capo.
Il Diretùr entra su un trono intagliato in legno di quercia, trasportato da undici forzuti in maglia Granata: “Che bel colore...”, penso, “... è sempre il colore più bello del mondo...”
Il trono viene depositato al suolo, un microfono viene posizionato davanti alla faccia del Diretùr, che dice: “Frzzzzzxppppth?”
I giornalisti prendono diligentemente nota, noi rubrichisti ci guardiamo interdetti.
Sagliets coraggiosamente alza la mano per chiedere la parola, il Diretùr con un solenne cenno del capo gli fa segno di parlare.
Gocce di gelido sudore imperlano la fronte di Sagliets che, prendendo fiato, urla: “Eh?”
Silenzio (che dura poco).
All’unisono giornalisti e noi altri ci voltiamo verso di lui e gli diciamo a gran voce: “Ciuppa!”
Scoppia l’ilarità, anche Sagliets ride... ma il Diretùr no: il Diretùr ci guarda con occhi severi e, mentre noi ci ricomponiamo, si avvicina di nuovo al microfono e con voce stentorea dice: “Drabplellelle?”
L’uditorio sembra essere composto di statue di sale, nessuno osa fiatare.
“Che palle, va a finire sempre così...” Penso e poi prendo la parola. “Diretùr! Tùr! Ùr! R!” Santa Dea, l’effetto eco di questa sala è odioso... “Hai il microfono in distorsione: è successo questo, in pratica. Non si capisce niente! Nte! Te! E!”
Il Diretùr alza gli occhi al cielo, si spoglia delle insegne regali indossate per l’occasione, rimane in jeans e maglietta (Granata) e sale le scale per avvicinarsi a ‘sto manipolo di sventurati che siamo noi, quelli del Toro, che hanno il cuore d’oro e gli occhi dentro il cielo.
“Bravo, Diretùr,” gli dico. “Quali sono le consegne, dunque?”
Il Diretùr sospira ed infine dice: “Ho fame: andiamo dal kebabbaro?”
Gioia e tripudio generale, io protesto per partito preso: “Mai che si vada al ristorante vegetariano, eh? Mi vendicherò!”, poi prendo la mia gamella con la zuppa di farro ed esco insieme all’allegra brigata da una sala riunioni che è troppo grande per ospitare i quattro gatti che siamo, ma sempre troppo piccola per contenere tutti ‘sti cuori perennemente in tumulto.

Finito il pranzo all’aperto (ricordarsi al prossimo maggio gelido di NON pranzare outdoor) ognuno fa ritorno nel proprio ufficio.
Non ho tanta voglia di scrivere, allora prendo la chitarra in mano: voglio rimettermi a studiare “Ramble On”. Un rapido sguardo allo spartito, conto sottovoce: “One, two, three, four”, la mano sinistra si dispone sul settimo e sul nono tasto, la mano destra accarezza le corde e... “Ommiaddea, che cosa sta succedendo alla mia guitarra???” Urlo basita.
Ho appena prodotto un suono che renderebbe orgoglioso il Demone Asmodeo. Solo ed esclusivamente lui.
Ci riprovo e in fondo al mio sancta sanctorum, in una nuvola di zolfo e lapilli, si materializza il de cuius che, scuotendo i cornini e sventolando la coda puntuta, esprime approvazione.
Guardo fuori dalla finestra: sta piovendo, come in ogni maggiombre che si rispetti, e mi ricordo improvvisamente che la sera prima avevo suonato “The Rain Song”.
“Amico Asmodeo, torna pure da dove sei venuto: è solo una questione d’accordatura.”
“Ne sei sicura?” Sibila fra i denti squaleschi.
“Certo, caro... aspetta un momento...” Riaccordo la guitarra in maniera adeguata, riposiziono la mano sinistra, lascio andare la mano destra e “Ramble On” è.
Suono per qualche minuto, Asmodeo è chiaramente insoddisfatto e decide di andarsene producendo un curioso suono di tuoni da diluvio universale.
Persa nella musica, non mi accorgo che Sagliets è nel mio ufficio.
“Tu sai suonare bene, sai?” Dice improvvisamente.
“Min§hiaccheppaura, Sagliets! Da quanto tempo sei qui?” Gli ringhio addosso.
“Da abbastanza tempo da aver visto il tuo amico comparire e scomparire e per apprezzare le tue virtù di chitarrista, stregaccia.”
“Ti avevo detto che non volevo essere né guardata né sentita mentre suono, eccheccavolo...”
“Ma se suoni sempre!”
“Ufffffffffffff. Vabbe’, hai già deciso che cosa fare?”
“Boh. Tu?”
“Continuerò a scrivere cazzate: è la cosa che so fare meglio.”
“Anche io, credo... che cosa scriverai la prossima volta?”
“Non so ancora... sai, i bambini mi stanno prosciugando le energie, non so se quest’anno riuscirò ad andare in vacanza, ‘sto campionato mi ha stancata, non ho molto da raccontare...”
“Oh be’, Silvietta, puoi sempre raccontare che cosa facciamo in questa immensa redazione, no?”
“E secondo te che cosa sto facendo? A volte non ti capisco, Sagliets... sembra che talvolta tu sia completamente avulso dagli eventi che stai vivendo MENTRE li stai vivendo... adesso mi dirai che non è vero, quanto ci fai andare?”
“Non è vero!”
“Olé.”
“Dai, rispondiamo a qualche email dei lettori?”
“No.”
“Danziamo una tarantella?”
“No.”
“Costruiamo una capanna sulla sequoia che campeggia nel giardino del Diretùr?”
“No.”
“Eccheppalle! Fai tu una proposta, allora...”
“Andiamo al mercato del vinile di piazza Madama. Ti porto io: attivo i ricci e saremo lì in un amen.”
“Amen...” Dice sottovoce Sagliets e - pufffff! - siamo in mezzo ad un universo di scatoloni ricolmi di vinili: è il Paradiso.

“Tu vai a destra, io vado a sinistra: quando trovi qualcosa che ritieni possa interessarmi grida ‘Masiello è vivo e lotta con noi!’ OK?”
Dopo quarantacinque minuti (più tre di recupero), ecco l’intervallo: quindici minuti di riflessione che terminano rapidamente.
I giocatori rientrano in campo.
“Hai visto, Sagliets? Come al solito Ventura non ha fatto nessuna sostituzione...”
“Ventura? Ma che razzo dici, demone dell’impossibile...”
“Ops, scusami... ero andata in trance e il passato mi aveva avvolta momentaneamente fra i suoi viscidi tentacoli... a proposito di trance: andiamo a prendere il tram per tornare in redazione? Io ho trovato quello che stavo cercando: missione compiuta.”
“Ah. E quando avresti trovato tutto ciò?”
“Oh, be’... praticamente subito.”
“E allora perché mi hai lasciato gridare ‘Masiello è vivo e lotta con noi!’ per un’undicina di volte?”
“Così.” Sospiro mestamente.
“Oi... c’è qualcosa che non va?”
“Ho paura, Sagliets.”
“Che cooooosa?!? Tu?!?”
“Sì, io: embe’? Stavo pensando... stavo pensando ad una cosa un po’ azzardata, ma... ascoltami... e se il Marinaio avesse DAVVERO compreso i valori Granata e, proprio in virtù di tale comprensione, fosse stato individuato come lo strumento migliore per distruggerci una volta per tutte?”
“Orpo. Neppure Saglietti sarebbe arrivato a concepire un complottismo così sottile e devastante...”
“Parli di te in terza persona, ora? Il ‘Julius Caesar’ ti ha dato alla testa, a quanto pare eh?”
“Uffffff... vabbe’, facciamo il gioco di chi la spara più grossa?”
“Inizia tu.”
“Cairo è il Diavolo.”
“Hey! Lascia stare il Signore del Male: è amico ammme!”
“Ma chi? Cairo?”
“No, sciocco, parlavo di Mr. D., ovviamente...”
“OK, tocca a te.”
“No, adesso dobbiamo tornare in redazione.”
“Ma non era stato dato il ‘rompete le righe’?”
“Sì, ma io devo ascoltare tutto ‘sto ben di Dea e tu lo farai con me, volente o nolente. Guarda, guarda che roba: ‘Physical Graffiti’ edizione UK, ti rendi conto?”
“OK, però poi torno al secondo anello...”
“Come sempre, ciccio. Stavo pensando anche ad un’altra cosa, Sagliets... stavo pensando al fatto che non usciamo mai fuori dal Toro, neppure a campionato finito, anche se proviamo a pensare ad altro.”
“Già... e quindi?”
“E quindi mercoledì prossimo torno a parlare di Toro.”
“Brava ragazza! Volitiva, di temperamento!”
“Ma va ‘ns’la beata, farlòc!”
“Anche io ti voglio bene, strega!”
“E ancora Toro!”
“E sempre Toro!”

Ci avviamo verso la fermata del tram cantando le nostre canzoni e per un po’ ci dimentichiamo della difficoltà di raccontare qualcosa che ci stanno portando via [ma non ci riusciranno] e di ammettere le nostre paure [che, come sempre e per nostra natura, sconfiggeremo].




Questa settimana tocca a “Hey Jude” (lato A di un singolo di The Beatles uscito nel 1968; il lato B era “Revolution”: sollucchero!).



Dedico “Hey Jude” a quelli che prendono una canzone triste, la rendono migliore, la fanno entrare nella proprio pelle e poi cantano NA, NA, NA, NA-NA, NA-NAAAAAA, NA-NA, NA-NAAAAAA, HEEEEY JUDE (ad libitum).
Cantare fa bene.
Con (il) Toro... oh be’: anche, dai...