mercoledì 3 luglio 2013

Zattere e...

... gusci di noce


Poco più di un anno fa scendevo da una zattera per salire su un guscio di noce che si sarebbe rivelato una nave salda e continuamente alla ricerca di nuovi oceani da esplorare.
Mi piaceva la zattera su cui avevo viaggiato per un po’, ma poi era accaduto l’imponderabile: c’erano falle piuttosto vistose fra i tronchi che la componevano, ma si faceva di tutto per dire che andava tutto bene, che era tutto meraviglioso, che eravamo una squadra fortissimi.
Allora avevo deciso di proseguire il viaggio nuotando verso un puntolino lontano, che si era fatto vicino e pur facendosi vicino sempre puntolino rimaneva.
Dopo un anno il puntolino è diventato un poderoso punto Granata che sta fra le parole TORO e IT.

Ciò detto... oggi mi manca la voglia.
Oggi è uno di quei giorni in cui scrivere è l’ultima delle cose che ho voglia di fare.
Di solito mi fermo per il mese di agosto e poi l’inizio del campionato mi offre nuovi racconti da raccontare, nuove incazzature da digerire, nuovi momenti di riconciliazione con ‘sto Amore Granata.
Questa volta avrei voglia di fermarmi prima, vorrei vivere il mese di luglio (è un ottimo mese: vi ci sono nata io) cazzeggiando e basta, leggendo invece di scrivere, sentendo le dita iniziare a prudere ed appoggiarle alle corde della mia guitarra invece che su una tastiera.
Boh, vedremo... intanto oggi mi manca la voglia e allora guardo indietro.
Guardo indietro, leggo, rileggo, copio e incollo (copio e incollo roba mia, eh? Io sono una brava ragazza... un po’ âgée, ma sempre brava... be’, quasi sempre...).
All’inizio del mio viaggio in prossimità del puntolino, avevo raccontato di un luogo speciale in cui avevo fatto sventolare la mia Bandiera: le Shetland.

E fu così che portai la Bandiera del Toro al 60° Parallelo Nord.
In quei momenti, in quei momenti in cui la stringevo forte per paura che volasse via, io stringevo forte tutto il Toro.
Era come stringere fra le mani un mondo infinito e, quindi, essere infinita pure io.
Essere infinita come una pagina i cui confini sono solo nella mente di chi ha perso la voglia di sognare.
Stringevo fra le mani il mio mondo Granata e abbracciavo idealmente tutti: buoni, cattivi, cosìcosì, stron§i, meraviglie, tutti. Abbracciavo anche me. Dea mia, che sensazione di pace.
Pace.
Silenzio.
Consapevolezza.
Soprattutto pace.
Come essere una pagina vuota.
Una pagina infinita.

Copiare e incollare.
Uhm... no, forse non fa per me.
Che cosa fa per me?
Fare elenchi.
Elenchi di qualsiasi cosa.
Elenchi di colori, canzoni, eventi, standing stones, odori, sensazioni, battiti di cuore.
Sì, battiti di cuore: quella roba per i romantici, per i romantici che disdegnano il miele dei cuoricini rosa intorno a frasi fatte, per i romantici che son guerrieri.
Guerrieri.
La mia Amica Valentina dice che io sono guerriera senza rompere il ca§§o agli altri, chissà se ha ragione.
A proposito di guerrieri e di romantici... vogliamo parlare di mio figlio? No? E vabbe’: ne parlo lo stesso.
È stato un campionato, quest’ultimo passato, un po’ rivoluzionario per la mia storia di madre Granata. Ormai ero abituata ad andare allo stadio con la figlia: che meraviglioso equilibrio.
Prepotentemente, però, si era inserito un terzo elemento: mio figlio, appunto. Mio figlio: quello che per tre anni non aveva voluto sentir parlare di stadio.
Si è inserito così bene che mi ha dato una lezione di quelle che durano per tutta la vita.
Sul tramonto di Toro-Catania, si è voltato verso di me e, serio serio, mi ha detto: “L’anno prossimo voglio fare l’abbonamento.”
“Aspetta un momento, ciccio...” Gli ho risposto, allontanandomi da lui ed avvicinandomi all’Amico Paolo. “Paolo, Paolo... ha detto che vuole fare l’abbonamento...”
Ed egli, l’Amico Paolo, rispose: “Che piciu, con rispetto parlando... e bravo il ragazzino!”
Ritenutami benedetta sono tornata dal figlio per dirgli: “Ma ne sei sicuro?”
“Sì, mamma!” Mi risponde sorridendo.
“Ma... perché?”
“Perché voglio vedere tutte le partite del Toro.”
“Anche se ci sarà da incazzarsi tre volte sì e mezza no?”
“E chi se ne frega, mamma! Io sono del Toro.”
Bon, 2 a 0, palla al centro

A proposito di figli.
Il mio Amico Davide, splendido compagno di stadio, qualche giorno fa mi scriveva un compendio di buona genitorialità Granata.
Devo premettere che raramente ho visto padri attenti ed amorevoli come Davide: chapeau, Amico mio, chapeau... così come devo premettere che i figli di Davide sono speciali, belli, sani, due vere sagome, uno del Toro e l’altro no.
Cioè... uhm, come spiegare? Mettiamola così: uno è del Toro, l’altro quasi anche se - per ora - indossa colori diversi.
Davide mi scriveva queste parole:

Venerdì sera siamo andati a trovare i pupi che sono al mare con i nonni.
La sera usciamo e Andrea si veste con la maglia di Mazzola (che ormai è una seconda pelle) e la tuta ufficiale dei pulcini del Toro (che gli è stata regalata da una amica di Mari).
Durante la passeggiata incrociamo un signore con la maglia del Toro pure lui. Questo signore, vedendo Andre, torna indietro, gli stringe la mano e gli dice: “Bravo ragazzo, tu
stai dalla parte giusta, Forza Toro!” e Andre “Forza Toro!”. Al che Andre mi dice: “Sai papà, questa settimana avrò incontrato almeno 10 persone del Toro e tutte mi ha detto ‘Forza Toro’, che bello essere del Toro!”
Nella serata ne abbiamo incontrati altri due, ieri a colazione una ragazza gli ha fatto i complimenti per la maglietta Granata, ieri sera alle giostre altre due persone…
Tu sai bene cosa vuol dire.
Andre lo ha capito da solo, senza che io glielo rimarcassi più di tanto, che cosa vuol dire essere del Toro. Siamo una grande famiglia, orgogliosi di mostrare la nostra passione e fede non solo nel calcio...
Fili, intanto, osserva queste cose, capisco che piacerebbe anche a lui ma, per ora, con la maglia sbagliata non gli è mai capitato e mai gli capiterà.
Lo capirà da solo?
Io non insisto perché, conoscendolo, per reazione si incaponirebbe ancora di più nella sua scelta diversa.
Poi, come dici tu, è il Toro che ti trova...

Che cosa dirti, Davide... il mio sogno è quello di andare in curva portando con noi i tuoi due e i miei due marmocchi: saremmo una specie di esercito.
E siccome sono del Toro, così come lo sei tu, sognare è quanto di più facile noi si riesca a fare, anche in mezzo ad anni di sofferenza.
Ad Andrea dico FORZA TORO, a Filippo dico di essere sempre coerente con le sue scelte e di ascoltare il proprio cuore: lo porterà sicuramente nella giusta direzione.

Ciò detto... oggi mi manca la voglia.
Quasi quasi faccio un salto in redazione...

… che pace. Sono tutti nella torre ovest a parlare del quasi-mercato del Toro e io posso godermi il silenzio del mio antro. Sagliets dev’essere andato in montagna ad arrancare ed annaspare: non è on-line. Quasi quasi vado a scompigliare gli appunti sulla sua scrivania... ma no, dai: sto tanto bene nella mia solitudine... questa mia solitudine che è quasi un luogo geografico in cui riesco a sentirmi correttamente collocata e non fuori luogo come in quasi tutti gli altri casi.
Accendo il bollitore, mi preparo un tea, mi accomodo sulla poltrona di vimini, sto per gustare la bevanda color tramonto quando mi avvedo di non essere sola come avevo creduto fino a qualche momento prima: sta succedendo qualcosa fuori.
Appoggio la tazza sul tavolino a tre gambe, mi avvicino alla finestra e per poco non capitombolo a terra per lo spavento: fuori dalla finestra, appeso ad una fune robusta, c’è Sagliets.
Penzola e dondola e si dimena un po’.
Apro la finestra - detesto la luce - e gli chiedo: “Ma che cosa diavolo ci fai lì appeso come un salame in cantina, dannat’uomo?”
“E swisssssssssssh.... e swosssssssssssh... e oplallà...”
Sono tentata di chiudere la finestra e di lasciarlo al suo destino, ma un inaspettato moto di bontà mi costringe a chiedergli se ha bisogno di aiuto.
“Più che di aiuto ho bisogno di un tea caldo e, inoltre, volevo fare un’entrata ad effetto.”
Entra nell’antro (sic) ci sediamo a bere il tea e, per una volta, una volta soltanto, non parliamo del Toro, ma di tutt’altro: musica, Irlanda, figli, sogni.
Veramente è lui che parla, parla tanto, sembra un torrente in piena, io mi limito ad ascoltarlo: ha così tante cose da dire e a volte gli manca il tempo per farlo.
Un po’ mi viene da ridere: di solito sono io quella che parla senza quasi prendere fiato... mi piace quest’inversione di ruoli...

A proposito di ruoli: c’era una volta una zattera e sulla zattera c’era un bar e in quel bar si servivano Cappuccini. Erano Cappuccini verbosi e in uno avevo lasciato in sospeso un discorso, che ora posso chiudere.

Riassumendo: era il 25 febbraio 2011 e scrivevo così:

Hey, Fratello...
Parte uno di due

Buongiorno Toro... anzi, no: buongiorno, Fratello.
[...]
Ti ricordi di quando ci siamo conosciuti, ma poi ci siamo conosciuti tre anni dopo?
Effettivamente il nostro percorso è stato strano.
[...]
Ci siamo incontrati di nuovo due anni dopo, lo scorso giugno: sera di play off.
Brutta serata, eh, Fratellone? Mi ricordo la tua faccia, alla fine della partita, ed era come la mia: fra in triste e l’inGranazzato, qualunque cosa voglia dire (sono sicura che TU troverai il significato giusto).
Quella sera abbiamo perso i play off e ci siamo trovati.
Ciò detto... tu ed io ci siamo fatti una promessa.
Prima, però, faccio un passo indietro e lo faccio solo io perché, per ora, ti tocca di stare su quel
trabiccolo.
Manca poco, Fratello, manca poco e potrai buttare a mare il trabiccolo... non ce la faccio a chiamarla sedia a rotelle, non dopo che ho imparato ad aprirla e a chiuderla senza produrre danni né su di essa né su di me, non dopo che, in sua compagnia, ci siamo avventurati sul terreno del Fila, complici le tenebre, e ci siamo raccontati di noi.
Ora faccio un passo avanti e ritorno sulla nostra promessa.
La rendo nota? Perché no... la promessa è quella di tornare su quella terra magica e di stappare una bottiglia di quello buono e di brindare ai tuoi piedi che varcano la soglia e camminano.
Non è ancora tempo, Fratello, ma manca poco... se te lo dico io, sai che puoi crederci.
Buon fine settimana a tutti NOI e... la seconda parte di questa storia, che è una piccola grande
parte importante della mia vita, Granata e non, verrà quando, finalmente, i bicchieri tintinnerano al Fila.
Ecco.
N.B. La parola 'ecco' non c’entra nulla, ma il mio Fratellone di cui sopra l’apprezzerà, ecco.

Oggi, 2 luglio 2013, posso finalmente scrivere:

Hey, Fratello...
Parte due di due

Il mio Fratellone di Fede, dopo mesi e mesi e mesi, può abbandonare la sua sedia a rotelle.
Me lo ha detto per telefono questa mattina quasi sospirando, quasi con voce tremula, quasi soffocato dalla gioia.
Qualunque cosa succeda da qui alla fine del calcio-mercato, questo è il migliore acquisto: la libertà di fare una passeggiata insieme, insieme anche alle nostre diversità di scelte politiche e quant’altro, e di stappare quella bottiglia che teniamo da parte da un po’ e che non vede l’ora di essere vuotata.
Ecco.

Voglia o non voglia, sempre nel Toro mi ritrovo: a far monologhi che, chissàforseboh, verranno ascoltati.




Questa settimana tocca a “Bron-Y-Aur Stomp” (Led Zeppelin III, 1970, quarta traccia della seconda facciata, nonché penultimo brano del disco).
L’ho scelta perché sto imparando a suonarla e, fondamentalmente, è colpa sua se non ho voglia di scrivere: sono troppo concentrata sui suoni orrendi che sto producendo e sulla fatica orba di renderli più o meno ascoltabili.



Dedico “Bron-Y-Aur Stomp” alla mia stanchezza, che - in questo momento - è tanta.