mercoledì 3 aprile 2013

Cieli migliori

Uffffff...


“Mamma, lo sai che fra tot giorni c’è il Derby?”
Taccio, guardandolo con risentimento.
“Ciccio... perché?”
“Perché che cosa, mamma?”
“Perché hai appena acceso un fuocherello vicino ad una montagna di dinamite?”
“Non ho capito, mamma...”
“Ciccio... niente, lascia stare... andiamo a casa.”

Siamo entrati nel bar tranquilli e paciosi, siamo usciti dal bar uno tranquillo e pacioso e l’altra lievemente (sic) alterata.
Avevo già abbastanza pensieri disturbanti, uno in più stava facendo la differenza.
No, non era paura.
Era fastidio.
Ma che cosa ne può sapere lui? Che cosa può saperne del dolore che provo IO? Gliene ho parlato, gli ho spiegato più di una volta che cos’ERA il Toro, ma... forse non l’ho fatto abbastanza.
E allora lui vive leggero.
Del Torissimo, ma vive leggero.
Vabbe’... a tredici anni è giusto che sia così, che diamine!
“Vuoi venire a vedere Toro-Napoli, ciccio?”
“Sìììììììììììììììì!”
E vabbe’: andiamoci insieme, dai.

Sul bus verso lo stadio, inequivocabilmente bardati, riconosciamo fra la folla dei passeggeri un Fratello, altrettanto bardato. Scambiamo due parole che diventano quattro e poi otto, sedici, trentadue e così via. Parliamo con il tono dimesso degli scaramantici, dando voce a quell’anima che ci appartiene... ci appartiene... no, forse ci possiede: è diverso... comunque: diamo voce a quell’anima che ci accomuna.
Il tono della voce è un giusto equilibrio di pacatezza, speranza, eccitazione, voglia di tornare a casa con il sorriso sulle labbra, quasi certezza di tornare a casa con la schiena rotta. Quella roba lì.
Ci raccontiamo con i NOSTRI modi e le NOSTRE parole.
Non abbiamo però fatto i conti con la-tizia-che-si-fa-sempre-i-casi-altrui. Gli appartenenti a questa tribù sono tanti e capillarmente sparsi sul territorio.
Si introduce nel nostro parlare entrandoci sulle caviglie, non sul pallone.

La tipa - Il calcio! La gente va allo stadio e poi muore!
Mio figlio - [allibisce]
Il Fratello - Signora... non esageri.
Io - Buonanotte...
La tipa - Sì, sì! Non so voi, ma c’è gente che va allo stadio per uccidere!
Mio figlio - [con una mano fa un gesto traducibile con “maccheccazzodici???”]
Il Fratello - Ma no... stia tranquilla, noi andiamo a tifare Toro e basta.
Io - Ecco, appunto: serenità.

Provo ad escluderla dalla conversazione senza riuscirci e, peggio ancora, si rivolge direttamente a me.

La tipa - Lei tifa Toro?
Mio figlio e il Fratello - [suono di mandibole che si spalancano]
Io - Secondo lei?
La tipa - Ah, non lo so, magari lei si veste sempre così.

Effettivamente non ha tutti i torti: la fascia Granata in testa è quella che indosso sempre, la sciarpa Granata è quella che mi avvolgo intorno al collo per proteggere la gola ed evitare di perdere la voce lasciando il mondo privo delle castronerie che mi pregio di condividere con esso medesimo, la maglia Granata è una delle tante che popolano la mia cassettiera.

Io - Sì, mi vesto sempre così E sono del Toro.
La tipa - Brava. Che cos’ha fatto il Toro oggi?
Mio figlio e il Fratello - [si guardano]
Io - Stiamo andando allo stadio: giochiamo fra due ore e mezza.
La tipa - Ah, e le altre partite?
Io - E chi se ne frega, signora... uh, dobbiamo scendere, ciccio, andiamo... adios, signora...

Anche il Fratello scende con noi. Siamo scesi una fermata prima del dovuto. Non sapevamo come liberarci della tipa. Sicuramente è un cattivo auspicio. È di cattivo auspicio scendere ad una fermata diversa da quella usuale. Incominciamo bene. Io e il figlio salutiamo il Fratello: andiamo nella stessa direzione, ma su percorsi paralleli. Ognuno ha il proprio percorso, nonostante identica sia la meta finale.

Sono nervosa, sempre più nervosa.

“Ciccio, mangiamo dopo: prima andiamo in biglietteria, dai...”
All’ora prevista gli sportelli della biglietteria palesano esseri umani pronti all’assalto.
Sono la prima nella mia fila, contestualmente alla richiesta dei biglietti per me e mio figlio presento documenti e cartamoneta.
“Qui non facciamo biglietti per la Curva Primavera, deve andare all’altro sportello”, dice il tomo dietro alle sbarre indicando lo sportello alla sua sinistra.
“Mettere un cartello pare troppo difficile, eh?” Dico prima di lasciar partire un’enciclopedia di male parole in svariate lingue. Mi sposto allo sportello indicato insieme con i Primaveristi che hanno assistito alla scena, facciamo una breve coda. In realtà non facciamo coda per niente perché quando, di nuovo contestualmente alla richiesta dei biglietti per me e mio figlio presento documenti e cartamoneta, mi sento dire: “Qui non facciamo biglietti per la partita, facciamo altro.”
Il maccheccazzomettetevidaccordo! parte in automatico insieme con improperi testé inventati.
Ci spostiamo in massa verso un altro sportello.
Uno fra i tanti si avventa sulla feritoia per chiedere se finalmente siamo giunti a destinazione.
“Habemus!” Annuncia solenne.
Si pacificano gli animi.
Si pacificano una bella cippa: continuo a imprecare e non sono sola in codesto mio ciancicare scomposto e volgare.
Vabbe’, missione compiuta: abbiamo i biglietti, possiamo concederci un panino prima di entrare nell’arena.
Mi rimane l’amaro in bocca per la DISORGANIZZAZIONE MOSTRUOSA che regna PADRONA.
Oh be’, avrei potuto acquistare i biglietti in settimana, certo... certo ‘sta cippa. Vabbe’...

Non sono nervosa, non più: sono un cactus. Più del solito. Ahia.

La partita.
Ah, la partita.
La riassumo con poche parole: mi sono commossa, ci ho creduto, ho preso bastonate.
Meno male che, uscendo dallo stadio, ho visto spuntare una Luna grande come il mio dolore e allora sono rimasta a guardarla per un po’ sperando di riuscire a non pensare al male che ho dentro.
Mio figlio è arrabbiato, io... oh, dannazione, che male.

Tre giorni dopo in redazione.
Silenzio di tomba.
“Non va bene così”, penso mentre sfoglio, uno ad uno, i vinili negli scaffali. Non riesco a scegliere. “Uh, sì: ecco.”
Tolgo il disco dalla copertina: che delizia maneggiare l’oggetto rotondo.
Lo metto sul piatto, alzo il braccio, appoggio la puntina, un cupo suono di archi si diffonde nel mio sancta sanctorum: è il Requiem di Mozart.
Chiudo le tende Granata, accendo una candela che profuma di miele (ho bisogno di dolcezza), affondo le membra sul divano (il mio antro è dotato di tutti comfort), cerco di modulare la respirazione.
Spontanee alcune lacrime sgorgano dagli occhi chiusi: le lascio andare, magari porteranno via un po’ di questo magone, di questo peso, di questo... no, l’amore no. Quello rimane, ma che fatica. “Vabbe’, adesso non vorrai mica lamentarti per essere come sei?” Penso rivolgendomi a me stessa.
“No, sono solo stanca... mi riposo un po’ e poi tutto si riequilibra, stai serena...” Mi rispondo a voce alta: trovo rasserenante dialogare con me medesima, lo trovo rasserenante per il resto del mondo.
“La serenità? Non so più dove stia di casa...”
“Non dirlo a me... pensa che sto autodialogando e mi rispondo con la voce di Sagliets...” Dico.
“Veramente sono qui.”
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah!!!” Grido spalancando gli occhi. “Ma sei scemo? Quando sei entrato? Perché sei qui? Ma che diavolo...”
“E che ne so... cioè: quando ascolti Mozart vuol dire che sei proprio giù di morale...” Dice Sagliets.
“Oh, grazie... ti fanno tanto male le ferite da cilicio?”
“No, l’ho spezzato in due sul 3-4 e l’ho consegnato ad uno steward quando sono uscito sul 3-5, non ho avuto tempo per ferirmi... ci aveva già pensato...”
“Li otrauq aro‘d atanarG la oicsevor...”
“Guarda che se anche lo dici al contrario la sostanza non cambia...”
“Già. Dai, togli Mozart e metti su uno di quelli...”
“Uno qualsiasi?”
“Sì.”
Per tentare meglio la sorte, Sagliets appoggia gli occhiali sul tavolino a tre gambe, si benda, compie tre giri su se stesso e, ondeggiando come un ubriaco, si aggrappa agli scaffali dei vinili. Recuperato l’equilibrio, prende un disco a caso e dice: “Questa è esattamente la stessa sensazione che ho avuto durante Cagliari-Toro, Parma-Toro, Toro-Napoli. La stessa. Nausea e cecità. Questa è la stessa e identica sensazione. Tieni.”
Mi lancia al volo il disco prescelto, lo afferro con l’improvviso terrore che cada per terra e si rompa in mille pezzi.
“Non farlo mai più. MAI-PIÙ. Sei incazzato? Bene, anche io. OK?”
“Scusami. A volte mi dimentico che anche gli altri tifosi del Toro soffrono come soffro io. Non ti capita mai?”
“Almeno tre volte al giorno, dunque...”
“Dunque pace. OK?”
“Sì. A volte sembra che il tempo non passi mai, a volte sembra che il tempo si accumuli tutto insieme sulle nostre teste e dia martellate. Io mi sento così, Sagliets: appesantita. Eppure... come faccio a spiegartelo? Non lo so... eppure mi sembra di essere ancora e sempre capace di volare... mi spiego? Pensa che ho perfino fatto una lacrima quando ha segnato Meggiorini...”
“E dopo? Alla fine dei giochi? Non hai pianto almeno un po’?”
“Macché. Ero solo dispiaciuta per mio figlio. E poi... e poi stavo già pensando ad altro...”
“A che cosa, di grazia?”
“A una cosa che mi ha detto una Sorella. Sai, stavo ancora saltellando come Tiramolla dopo il rigore di Jonathas e davo la schiena al campo. Lei mi ha messo una mano su una spalla e mi ha detto: ‘Girati: sono già qua.’.... ‘Girati: sono già qua’, capisci? Mi sono girata ed ho visto un sacco di azzurro ed ho iniziato a sperare che i nostri Ragazzi si rendessero conto... si rendessero conto che la strada era ancora lunga, che non bisognava mollare, che... che Meggiorini segnava, Sagliets, e allora smettevo di sperare ed iniziavo a crederci, ma...”
“Ma?”
“Ma non sono io che devo sperare, Sagliets, non io. Sono loro che devono mangiare il campo finché l’arbitro non fischia tre volte tre. Loro, non io. Sai che cosa mi fa più rabbia, Sagliets? Aver pensato per una frazione di secondo di non averne più voglia. Troppe emozioni troppo forti e troppo diverse fra loro. Toro-Napoli, al di là del risultato, è stata una partita da embolo. L’ennesima. Non voglio morire per il Toro. Non voglio morire in senso assoluto, ma questo è un altro paio di maniche. Morire per il Toro... boh, mi sembrerebbe troppo.”
“E allora vivi per il Toro, no?”
“Non è quello che faccio costantemente?”
“Continua. Te lo dico con la stessa forza della rabbia che mi ha fatto lasciare lo stadio a pochi minuti dalla fine...”
“Ci penserò. Anzi no: ho ben poco da pensarci. Metti su quel disco, dai... ti preparo un tea?”
“Sì, grazie. Vuoi sentire qualcosa in specifico, Nostra Signora della Depressionesemprevinta?”
“Lato A, seconda traccia, sagoma. E uno e due e tre e quattro... vai.”




Questa settimana tocca a “Friends” (lato A, seconda traccia, di “Led Zeppelin III”, 1970). Il testo recita: “Te lo dico ora, la cosa migliora che puoi fare ora, è scambiare un sorriso con qualcuno che è triste ora, è davvero facile, basta...”
Ho sorriso al mio Toro prima di andare a dormire sabato sera, è stata la prima cosa che ho fatto quando sono rientrata a casa e mi sono vista passare davanti allo specchio. Non so se la tristezza sia passata in quel momento o meno, però un po’ se n’è andata... sì, è andata a far compagnia ad altra tristezza di altri momenti così... così confusi.



Dedico “Friends” ai black out da fine secondo tempo che si stanno facendo ricorrenti e che vorrei non vedere più, mai più.
Dedico “Friends” al tabellone che sa contare fino a 45 nel primo tempo e fino a 90 nel secondo... pare troppo difficile visualizzare il conteggio dei minuti di recupero? A quanto pare sì. Quanto mi manca l’orologio analogico di settemila anni fa...
Dedico “Friends” a me e alla Stefi: questa volta non so se riuscirò a tirarla su di morale.
Dedico “Friends” a Samu e a mio figlio che, prima della partita, sono rimasti per un po’ con il naso in su ad osservare le stelle: grazie, futuri Uomini, per avermi indicato la Cintura di Orione. Vi auguro cieli migliori anche se, a dirla tutta, siete così determinati nello stringervi intorno al Toro che il cielo migliore siete voi.