mercoledì 17 luglio 2013

Non ho le palle

Domande, risposte e constatazioni


Disclaimer: Le opinioni espresse nella rubrica “Pagina Infinita” sono totalmente ed esclusivamente mie. I capoccia di [testata su cui scrivevo] non hanno responsabilità alcuna per ciò che scrivo. Inoltre, essendo femminuccia, porto sulle spalle l’eredità di quella scostumata di Eva, colei che nell’Eden diede retta al Serpente: la colpa è insita in me. And I like it (pane, Toro e rock’n’roll).


Lo dirò senza fare troppi giri di parole: la campagna abbonamenti per il campionato 2013/2014 mi fa orrore.

“Per i tuoi figli abbiamo una babysitter con le palle”
Domande:
1) Che cos’hanno che non va le ovaie?
2) Babysitter? Io vivo insieme con i miei figli, faccio cose insieme con i miei figli, vado perfino allo stadio insieme con i miei figli. E se andare allo stadio non si può per motivi filiali, allo stadio non si va e dei propri figli ci si prende cura... o no?
3) Babysitter con le palle. Uhm. Aaaaaah! Ho capito! Metodo Rottermayer: disciplina, disciplina, disciplina?
4) Perché non è contemplato un babysitter per mamme che vogliano mollare i figli allo stadio?


“Se tua moglie è fissata con le corna, portala a vedere il Toro”
Domande:
1) Se tua moglie è fissata con le corna, avrà le sue ragioni?
2) I mariti non sono fissati con le corna perché si sa: le donne sono tutte zo§§ole?


“La tua ragazza vuole sempre uscire nel weekend? Fai contenti tutti e due: portala allo stadio.”
Domande: mi sono stancata di farne.
Amen.


Mi viene un sospetto, però... magari sto fraintendendo il senso altamente ironico del tutto.
Proverò ad intervistare due passanti a caso.
Eccone uno: “Scusa, posso farti una domanda?”
“Sì, certo.”
“Questa è la campagna abbonamenti 2013/2014 del Toro: che cosa ne pensi?”
“Be’... fa schifo. La parola ‘palle’ mi sembra eccessiva e le corna... la parola ‘corna’ usata come sinonimo di ‘tradimento’ non c’entra niente con il Toro... per me le corna del Toro sono i goal, il sudore, la voglia di ribaltare tutto anche quando non c’è più speranza... la mia impressione è negativa.”
“Grazie mille.”
Mumble mumble.
Un altro passante, anzi: una passante.
“Scusa, posso farti una domanda?”
“A-ha.”
“Questa è la campagna abbonamenti 2013/2014 del Toro: che cosa ne pensi?”
“Hanno ragione.”
“In che senso?”
“Be’, mi piace perché dice di portare qualcuno allo stadio: è una cosa bella.”
“OK. E per quanto riguarda il resto?”
“Mi imbarazzano le frasi sulla babysitter e sulla moglie.”
“Grazie mille.”

I passanti intervistati sono i miei figli: passavano per il corridoio.
Ha-ha-ha-ha!
Non fa ridere?
Eh... lo so.
A me non fa ridere che entrambi siano in imbarazzo.
Vabbe’.

L’importante è che se ne parli, no?
Sbagliato: l’importante sarebbe invogliare la gente ad andare allo stadio.
Io so un sacco di cose, ma tante davvero.
Sono quasi tutte cose inutili, ma le so.
Per esempio so che per pubblicizzare correttamente un prodotto non basta fare in modo che se ne parli, bisogna anche e soprattutto invogliare l’acquirente a diventare tale.
Come? Non è il mio mestiere e quindi non ne capisco una beneamata fava?
Pol’esse.

Manchiamo di senso dell’umorismo? Naaaaa, abbiamo continuato ad andare allo stadio anche quando era tutto una comica.

Manchiamo di classe? Non NOI di sicuro.

Famose ‘na risata? Fatevela voi.

Non so bene come spiegare il mio senso di disagio ed ho la presunzione di non doverlo spiegare, in realtà...
È lo stesso disagio che provo quando sento un adulto usare il turpiloquio come strumento di affermazione della propria autorità.
È lo stesso disagio che provo quando sento un bambino usare le urla come strumento di affermazione della propria esistenza (ma, in questo caso, generalmente si tratta di bambini che non vengono presi in considerazione, che - magari - invece di essere seguiti e ascoltati vengono parcheggiati da una babysitter, con o senza le palle).
È lo stesso disagio che provo quando sento cori odiosi o vedo striscioni, altrettanto odiosi, inneggianti alla sciagura di Superga.
Sarà un problema mio.
Starò diventando una mammoletta.
Ah, non ci sono più le donne Donne e gli uomini Uomini di un tempo...
Ah, il senso dell’umorismo che contraddistingueva la tifoseria Granata non è che un ricordo...
Oh, be’... anche il Toro non è che un ricordo.

Riassumendo:
1) non è un ‘inciampo’ mediatico a togliere dignità A ME (e con “ME” intendo le migliaia di sorelle e fratelli che, come ME, son rimaste basite) in quanto tifosa Granata
2) però ‘sto ‘inciampo’ mediatico ha inficiato del tutto la mia intenzione di fare l’abbonamento per la stagione ventura (oddeaddeaddea...)
3) peccato: mio figlio aveva espresso il desiderio di fare l’abbonamento, il suo primo abbonamento (“sì, mamma, io sono contro la TdT, ma se facciamo l’abbonamento risparmiamo un po’ di soldini...”)
4) bene: mio figlio rimane, a modo suo, un idealista anche se (mannaggia) non gli andrà giù facilmente questo ennesimo boccone amaro

La fregatura, se di fregatura si può parlare, è che comunque sarò sempre là a sostenere i Ragazzi.
Non ho le palle, evidentemente (mio marito ringrazia)... le chiederò in prestito - con diritto di riscatto - alla babysitter.
Olé.



Questa settimana tocca a “Incubus” (Lucifer Rising, Jimmy Page, pubblicato nel 2012 ma risalente a circa quarant’anni prima): roba d’avanguardia, roba complicata, roba per Pageanisti: il titolo dice tutto, no?



Dedico “Incubus” alle Creature del Male, in qualunque piano esistenziale si trovino. Se magari si allontanassero dal MIO piano esistenziale sarebbe un gran bel godere.
Cerea.



[originariamente pubblicato su una testata su cui scrivevo tanto tanto tanto tempo fa]

mercoledì 10 luglio 2013

Cose

Il volto di chi ha riposato il giusto


Sagliets scrive - Silvietta, sei lì?
LaSilvia scrive - No.
Sagliets scrive - Smettila di fare la scema... hai due minuti?
LaSilvia scrive - Certo... problemi?
Sagliets scrive - Sono amareggiato.
LaSilvia scrive - Urca. Vieni nel mio ufficio, intanto metto su il bollitore.
Quando Sagliets dice di essere amareggiato, vuol dire che la situazione è grave e pure greve.
Entra, mi saluta con uno sguardo che fa il giro del sistema solare e poi, di ritorno, frena in prossimità della Luna, si lascia andare sul divano e urla: “Mi sono rotto le scatole.”
Faccio finta di niente, magari ha ancora qualcosa da dire.
“Adesso cambiamo registro, però, adesso basta. Basta. BASTA! Perdo ore di sonno, di vita, di tutto... per niente, ca§§o! Per niente!”
Sorrido con un angolo della bocca: so come si sente, ma è giusto che sia lui a tirare fuori tutta la rabbia.
“Non pretendo le lodi, non pretendo che si sia d’accordo con me, ma... il rispetto, ca§§o, un minimo... un minimo di rispetto...”
Verso il tea, gliene porgo una tazza, inizia a bere.
“Bene, Mauretti... tu sei soddisfatto del tuo ultimo articolo?”
“Sì, ma...”
“‘Ma’ un corno. Tu sei soddisfatto? Sì. Bene: il resto non conta.”
“Non conta? E allora che cosa conta?”
“Conta la tua stanchezza, Sagliets... dai, bevi il tuo tea: io ti racconto cose, vuoi?”
“Sì.”

Cosa numero 1
“Mamma, oggi vado a visitare il Museo dello Sport all’Olimpico.”
“Dooooooveeeeee???”
“All’Olimpi...”
“Eeeeeeeeeeeeeeeeh???”
“Ah, OK: al Comunale.”
“Bravo, ragazzo. Poi racconti?”
“Sì!”
Va in gita, torna, racconta.
“E ho visto questo, e ho visto quello, e poi bla e pure bli e pure blu...”
Parla parla parla. Ho mal di testa, un mal di testa punkabbestia.
“E poi siamo entrati sul campo e ci hanno fatto tirare dei rigori e ho sbagliato il primo e ho segnato il secondo e sai in che direzione ho segnato?”
Gli faccio cenno di proseguire: ho così male che non riesco a parlare.
“Ho segnato sotto la Maratona!”
Mi fermo a guardarlo e vedo... vedo quella cosa strana che si vede sul volto dei propri figli. Vedo le mie speranze, vedo i suoi sentimenti, vedo il suo modo di piegare la testa di lato proprio come faceva Nonno Giulio, vedo quella strana ‘ruga’ che gli si forma fra le sopracciglia proprio come a me medesima, vedo le persone che amo e che ho amato, vedo una persona totalmente diversa da me, vedo un uomo in crescita, vedo tutto il mio passato e il mio futuro e posso accomodarmi nel mio presente rendendomi conto che il mal di testa si è volatilizzato.
“Scusa... puoi ripetere, ciccio?”
“Ho segnato sotto la Maratona!”
Allungo le braccia verso il cielo e poi, abbracciandolo, grido: “GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOLLLLL!!!” Improvviso una danza, saltello come una forsennata e poi pronunzio LA frase:

LUI È MIO FIGLIO! HA SEGNATO SOTTO LA MARATONA! MIO FIGLIO! MIOOOO! FIGLIOOOO! HA SEGNATOOOO! SOTTOOO! LA MARATONAAA!

Siamo sul marciapiedi di fronte al centro estivo, è un momento un po’ trafficato, i genitori e i nonni e gli zii e i gagni di passaggio, mi guardano straniti e io sorrido, sorrido a tutti, beata come può essere beata la madre di un finferlo in crescita che, nello stadio vuoto, ha segnato un rigore sotto la Maratona.

Cosa numero 2
Il giorno dopo.
“Mamma, oggi anche io vado a visitare il Museo dello Sport.”
“Uh, davvero? Spero che anche tu possa andare in campo, ciccia.”
“Eh... speriamo... poi ti racconto tutto.”
“Non vedo l’ora.”
Va in gita, torna, racconta.
“E ho visto questo, e ho visto quello, e poi bla e pure bli e pure blu...”
Stesso entusiasmo del fratello, stesse emozioni mie nel guardarla mentre racconta.
“Ciccia... qual è stata la parte che ti ha interessato di più?”
Mi guarda quasi scandalizzata, allarga talmente tanto gli occhi da sembrare più manga del solito e, allargando le mani, dice: “La parte con le cose del Toro, ovviamente!”
Scuote un po’ la testa come per rimproverarmi per la stupidità della domanda, allora cerco di rifarmi.
“Hai visto qualcosa che conoscevi già, ciccia?”
“Be’, alcune foto di giocatori antichi [i giocatori antichi... solo per aver detto questa cosa la amo una briciola in più] e poi ero l’unica del mio gruppo a conoscere la storia della tragedia di Superga.”
“Ma scusa... non c’è nessun altro del Toro nel tuo gruppo?”
“Sì, ma io ero l’unica a sapere di Superga.”
Scuoto un po’ la testa come per rimproverare mentalmente quei genitori Granata che non hanno ancora raccontato la Storia ai propri figli e poi scuoto le spalle: devo parlarne con il Diretùr, ma non adesso, non adesso...
“... e poi ci hanno fatto andare in campo, ma io non sono riuscita a segnare sotto la Maratona. Non ho proprio segnato da nessuna parte.” Dice con tono sconsolato.
Mi fa sorridere ‘sta donna in crescita, mi ricorda me quando ero piccola e anche me tra due giorni, soprattutto è unica nella sua unicità.

“Vado avanti, Sagliets?”
“Sì, per favore...”

Cosa numero 3
Chiamo il Diretùr.
- Hellooooo!
- Oh.
- Diretùr, Diretùr! Davide ha segnato sotto la Maratona e Giulia sapeva la storia di Superga e gli altri no!
- Oh.
- Uh.
- Che bella storia...
- Senti, io stavo pensando ad una cosa.
- Davvero? Festeggiamo!
- No, dai... Capo, piccola riflessione, ma piccola piccola piccola.
- Dimmi, LaZilvia.
- Boh.
- Ah, sì: sono d’accordo.
- No, uffff... è che stavo pensando che ai nostri figli raccontiamo le favole belle e anche le favole brutte e nelle favole brutte sono compresi un aereo che si schianta contro una collina, un giocatore che viene investito da un’auto e un altro giocatore a cui scoppia una vena. Non è un po’ troppo? Sì, lo so: è andata proprio così, ma... boh, ogni tanto mi viene la stufia da tragedia aleggiante... anche perché tutta ‘sta cupezza, in alcuni momenti, mi fa sentire più ganza degli altri... hai presente quella roba tipo ‘Mi piego ma non mi spezzo’, ‘Sono io che faccio paura alla sorte’? Quella roba lì. Temo di perdere di un po’ di umanità per favorire l’alone mistico-eroistico, che - fra le altre cose - è uno degli aloni più difficili da mandar via, manco la trielina, che diamine!
- Hai provato con il sapone di Marsiglia?
- Uhm, no: buona idea. Grazie, Capo!
- Non chiamarmi Capo.
- OK, Capo.
- Così ragioniamo.
- Ma... secondo te ho sbagliato a raccontare ai bambini di tutto il sangue che ha intriso la nostra storia? A volte mi faccio lo scrupolo...
- Secondo me non hai sbagliato tu così come non hanno sbagliato quelli che hanno preferito rimandarne il racconto... credo che l’unico errore, se di errore si può parlare, sia quello di sentirsi più fighi degli altri.
- Sei saggio, Diretùr.
- Sì.
- E anche modesto.
- Ancora! Ancora!
- Ciao.
- Nuuuuuu!
- Ciao, stai bravo e resta umano, OK?
- Anche tu.
- Va bene.
Click.

“È interessante che, pur seguendo percorsi totalmente diversi, stiamo arrivando alle stesse conclusioni, Silvietta...”
“Già... sai perché ho deciso di diventare una fattucchiera?”
“Perché ci hai i poteri, no?”
“No, Mauretti... perché era l’unico modo per essere ciò sono nel momento in cui lo sono: a volte brava, a volte cattiva, a volte così così. Senza schemi. Senza obbligo alcuno se non il rispetto dell’idea altrui.”
“Tu sei troppo generosa, magari lo diventerò anche io...”
“Anche tu lo sei... è per questo che mi dispiace se ti becchi male quando qualcuno si lamenta per la lunghezza dei tuoi pezzi...”
“È una cosa che mi fa imbestialire!”
“Lo so, ma permettimi di dirti che sbagli. Sbagli come chi si sofferma sulla quantità senza badare alla qualità. Quando ci si concentra sulla qualità tutto il resto sparisce. Tu potresti scrivere un pezzo da venti pagine così come una breve frase e raggiungere altezze inimmaginabili: è il tuo Dono.”
“Sei troppo generosa, te l’ho già detto prima.”
“E tu devi smettere di prendertela per le inezie. Rispetta l’idea altrui e vai avanti così.”
“Ci penserò.”
“Va bene. Hai voglia di leggere in anteprima parte di quello che pubblicherò prossimamente?”
“Sempre.”
“Ti voglio bene, Silvietta.”
“Io ti detesto, Mauraccio.”
Mi sorride, forse si sente un po’ sollevato, chi lo sa... a volte vorremmo andare fra le piante di mais che svettano copiose sotto le finestre dell’immenso ufficio del Diretùr per costruire un campo da calcio e vedere se, come ne “L’Uomo dei Sogni”, le voci che ci tormentano hanno ragione d’essere. Magari ci potrebbe accadere, una volta accesi i riflettori, di vedere il Toro del futuro e trovare nuova linfa e nuove motivazioni, anche se le vecchie motivazioni non sono sparite: stanno solo dormendo e un giorno si sveglieranno con il volto di chi ha riposato il giusto.


Questa settimana tocca a “My Blues Is You” (12” del 1983, Neon). È un brano che rientra nel gruppo dei brani che io chiamo ‘intoxicating’: ha lo stesso effetto di uno stupefacente senza fare danni. “Amaro è il ricordo che non muore” recita il testo (vabbe’, “Bitter is the memory that won’t die” dice in realtà): mi ricorda qualcosa.



Dedico “My Blues Is You” ai momenti di umanità e di non fighezza.
Non dedico “My Blues Is You” a chi ci teneva tanto a diventare un cugggino. Magari ora ti insegneranno modi e tempi in cui esprimere i tuoi desideri. Per quanto mi riguarda, ho chiuso con te già dallo scorso anno. Nessun rimpianto. Fare thee well.
Dedico “My Blues Is You” a me, che domani compio (troppi) anni e continuo imperterrita a cercare la felicità (e riesco anche a trovarla!). Anzi... a me dedico anche questa:





Da “In Through The Out Door”, 1979, terza traccia della prima facciata.
Senza i Led Zeppelin non è vero compleanno e poi oggi, a dispetto di tutto e di tutti, ho voglia di cantare e ballare.




mercoledì 3 luglio 2013

Zattere e...

... gusci di noce


Poco più di un anno fa scendevo da una zattera per salire su un guscio di noce che si sarebbe rivelato una nave salda e continuamente alla ricerca di nuovi oceani da esplorare.
Mi piaceva la zattera su cui avevo viaggiato per un po’, ma poi era accaduto l’imponderabile: c’erano falle piuttosto vistose fra i tronchi che la componevano, ma si faceva di tutto per dire che andava tutto bene, che era tutto meraviglioso, che eravamo una squadra fortissimi.
Allora avevo deciso di proseguire il viaggio nuotando verso un puntolino lontano, che si era fatto vicino e pur facendosi vicino sempre puntolino rimaneva.
Dopo un anno il puntolino è diventato un poderoso punto Granata che sta fra le parole TORO e IT.

Ciò detto... oggi mi manca la voglia.
Oggi è uno di quei giorni in cui scrivere è l’ultima delle cose che ho voglia di fare.
Di solito mi fermo per il mese di agosto e poi l’inizio del campionato mi offre nuovi racconti da raccontare, nuove incazzature da digerire, nuovi momenti di riconciliazione con ‘sto Amore Granata.
Questa volta avrei voglia di fermarmi prima, vorrei vivere il mese di luglio (è un ottimo mese: vi ci sono nata io) cazzeggiando e basta, leggendo invece di scrivere, sentendo le dita iniziare a prudere ed appoggiarle alle corde della mia guitarra invece che su una tastiera.
Boh, vedremo... intanto oggi mi manca la voglia e allora guardo indietro.
Guardo indietro, leggo, rileggo, copio e incollo (copio e incollo roba mia, eh? Io sono una brava ragazza... un po’ âgée, ma sempre brava... be’, quasi sempre...).
All’inizio del mio viaggio in prossimità del puntolino, avevo raccontato di un luogo speciale in cui avevo fatto sventolare la mia Bandiera: le Shetland.

E fu così che portai la Bandiera del Toro al 60° Parallelo Nord.
In quei momenti, in quei momenti in cui la stringevo forte per paura che volasse via, io stringevo forte tutto il Toro.
Era come stringere fra le mani un mondo infinito e, quindi, essere infinita pure io.
Essere infinita come una pagina i cui confini sono solo nella mente di chi ha perso la voglia di sognare.
Stringevo fra le mani il mio mondo Granata e abbracciavo idealmente tutti: buoni, cattivi, cosìcosì, stron§i, meraviglie, tutti. Abbracciavo anche me. Dea mia, che sensazione di pace.
Pace.
Silenzio.
Consapevolezza.
Soprattutto pace.
Come essere una pagina vuota.
Una pagina infinita.

Copiare e incollare.
Uhm... no, forse non fa per me.
Che cosa fa per me?
Fare elenchi.
Elenchi di qualsiasi cosa.
Elenchi di colori, canzoni, eventi, standing stones, odori, sensazioni, battiti di cuore.
Sì, battiti di cuore: quella roba per i romantici, per i romantici che disdegnano il miele dei cuoricini rosa intorno a frasi fatte, per i romantici che son guerrieri.
Guerrieri.
La mia Amica Valentina dice che io sono guerriera senza rompere il ca§§o agli altri, chissà se ha ragione.
A proposito di guerrieri e di romantici... vogliamo parlare di mio figlio? No? E vabbe’: ne parlo lo stesso.
È stato un campionato, quest’ultimo passato, un po’ rivoluzionario per la mia storia di madre Granata. Ormai ero abituata ad andare allo stadio con la figlia: che meraviglioso equilibrio.
Prepotentemente, però, si era inserito un terzo elemento: mio figlio, appunto. Mio figlio: quello che per tre anni non aveva voluto sentir parlare di stadio.
Si è inserito così bene che mi ha dato una lezione di quelle che durano per tutta la vita.
Sul tramonto di Toro-Catania, si è voltato verso di me e, serio serio, mi ha detto: “L’anno prossimo voglio fare l’abbonamento.”
“Aspetta un momento, ciccio...” Gli ho risposto, allontanandomi da lui ed avvicinandomi all’Amico Paolo. “Paolo, Paolo... ha detto che vuole fare l’abbonamento...”
Ed egli, l’Amico Paolo, rispose: “Che piciu, con rispetto parlando... e bravo il ragazzino!”
Ritenutami benedetta sono tornata dal figlio per dirgli: “Ma ne sei sicuro?”
“Sì, mamma!” Mi risponde sorridendo.
“Ma... perché?”
“Perché voglio vedere tutte le partite del Toro.”
“Anche se ci sarà da incazzarsi tre volte sì e mezza no?”
“E chi se ne frega, mamma! Io sono del Toro.”
Bon, 2 a 0, palla al centro

A proposito di figli.
Il mio Amico Davide, splendido compagno di stadio, qualche giorno fa mi scriveva un compendio di buona genitorialità Granata.
Devo premettere che raramente ho visto padri attenti ed amorevoli come Davide: chapeau, Amico mio, chapeau... così come devo premettere che i figli di Davide sono speciali, belli, sani, due vere sagome, uno del Toro e l’altro no.
Cioè... uhm, come spiegare? Mettiamola così: uno è del Toro, l’altro quasi anche se - per ora - indossa colori diversi.
Davide mi scriveva queste parole:

Venerdì sera siamo andati a trovare i pupi che sono al mare con i nonni.
La sera usciamo e Andrea si veste con la maglia di Mazzola (che ormai è una seconda pelle) e la tuta ufficiale dei pulcini del Toro (che gli è stata regalata da una amica di Mari).
Durante la passeggiata incrociamo un signore con la maglia del Toro pure lui. Questo signore, vedendo Andre, torna indietro, gli stringe la mano e gli dice: “Bravo ragazzo, tu
stai dalla parte giusta, Forza Toro!” e Andre “Forza Toro!”. Al che Andre mi dice: “Sai papà, questa settimana avrò incontrato almeno 10 persone del Toro e tutte mi ha detto ‘Forza Toro’, che bello essere del Toro!”
Nella serata ne abbiamo incontrati altri due, ieri a colazione una ragazza gli ha fatto i complimenti per la maglietta Granata, ieri sera alle giostre altre due persone…
Tu sai bene cosa vuol dire.
Andre lo ha capito da solo, senza che io glielo rimarcassi più di tanto, che cosa vuol dire essere del Toro. Siamo una grande famiglia, orgogliosi di mostrare la nostra passione e fede non solo nel calcio...
Fili, intanto, osserva queste cose, capisco che piacerebbe anche a lui ma, per ora, con la maglia sbagliata non gli è mai capitato e mai gli capiterà.
Lo capirà da solo?
Io non insisto perché, conoscendolo, per reazione si incaponirebbe ancora di più nella sua scelta diversa.
Poi, come dici tu, è il Toro che ti trova...

Che cosa dirti, Davide... il mio sogno è quello di andare in curva portando con noi i tuoi due e i miei due marmocchi: saremmo una specie di esercito.
E siccome sono del Toro, così come lo sei tu, sognare è quanto di più facile noi si riesca a fare, anche in mezzo ad anni di sofferenza.
Ad Andrea dico FORZA TORO, a Filippo dico di essere sempre coerente con le sue scelte e di ascoltare il proprio cuore: lo porterà sicuramente nella giusta direzione.

Ciò detto... oggi mi manca la voglia.
Quasi quasi faccio un salto in redazione...

… che pace. Sono tutti nella torre ovest a parlare del quasi-mercato del Toro e io posso godermi il silenzio del mio antro. Sagliets dev’essere andato in montagna ad arrancare ed annaspare: non è on-line. Quasi quasi vado a scompigliare gli appunti sulla sua scrivania... ma no, dai: sto tanto bene nella mia solitudine... questa mia solitudine che è quasi un luogo geografico in cui riesco a sentirmi correttamente collocata e non fuori luogo come in quasi tutti gli altri casi.
Accendo il bollitore, mi preparo un tea, mi accomodo sulla poltrona di vimini, sto per gustare la bevanda color tramonto quando mi avvedo di non essere sola come avevo creduto fino a qualche momento prima: sta succedendo qualcosa fuori.
Appoggio la tazza sul tavolino a tre gambe, mi avvicino alla finestra e per poco non capitombolo a terra per lo spavento: fuori dalla finestra, appeso ad una fune robusta, c’è Sagliets.
Penzola e dondola e si dimena un po’.
Apro la finestra - detesto la luce - e gli chiedo: “Ma che cosa diavolo ci fai lì appeso come un salame in cantina, dannat’uomo?”
“E swisssssssssssh.... e swosssssssssssh... e oplallà...”
Sono tentata di chiudere la finestra e di lasciarlo al suo destino, ma un inaspettato moto di bontà mi costringe a chiedergli se ha bisogno di aiuto.
“Più che di aiuto ho bisogno di un tea caldo e, inoltre, volevo fare un’entrata ad effetto.”
Entra nell’antro (sic) ci sediamo a bere il tea e, per una volta, una volta soltanto, non parliamo del Toro, ma di tutt’altro: musica, Irlanda, figli, sogni.
Veramente è lui che parla, parla tanto, sembra un torrente in piena, io mi limito ad ascoltarlo: ha così tante cose da dire e a volte gli manca il tempo per farlo.
Un po’ mi viene da ridere: di solito sono io quella che parla senza quasi prendere fiato... mi piace quest’inversione di ruoli...

A proposito di ruoli: c’era una volta una zattera e sulla zattera c’era un bar e in quel bar si servivano Cappuccini. Erano Cappuccini verbosi e in uno avevo lasciato in sospeso un discorso, che ora posso chiudere.

Riassumendo: era il 25 febbraio 2011 e scrivevo così:

Hey, Fratello...
Parte uno di due

Buongiorno Toro... anzi, no: buongiorno, Fratello.
[...]
Ti ricordi di quando ci siamo conosciuti, ma poi ci siamo conosciuti tre anni dopo?
Effettivamente il nostro percorso è stato strano.
[...]
Ci siamo incontrati di nuovo due anni dopo, lo scorso giugno: sera di play off.
Brutta serata, eh, Fratellone? Mi ricordo la tua faccia, alla fine della partita, ed era come la mia: fra in triste e l’inGranazzato, qualunque cosa voglia dire (sono sicura che TU troverai il significato giusto).
Quella sera abbiamo perso i play off e ci siamo trovati.
Ciò detto... tu ed io ci siamo fatti una promessa.
Prima, però, faccio un passo indietro e lo faccio solo io perché, per ora, ti tocca di stare su quel
trabiccolo.
Manca poco, Fratello, manca poco e potrai buttare a mare il trabiccolo... non ce la faccio a chiamarla sedia a rotelle, non dopo che ho imparato ad aprirla e a chiuderla senza produrre danni né su di essa né su di me, non dopo che, in sua compagnia, ci siamo avventurati sul terreno del Fila, complici le tenebre, e ci siamo raccontati di noi.
Ora faccio un passo avanti e ritorno sulla nostra promessa.
La rendo nota? Perché no... la promessa è quella di tornare su quella terra magica e di stappare una bottiglia di quello buono e di brindare ai tuoi piedi che varcano la soglia e camminano.
Non è ancora tempo, Fratello, ma manca poco... se te lo dico io, sai che puoi crederci.
Buon fine settimana a tutti NOI e... la seconda parte di questa storia, che è una piccola grande
parte importante della mia vita, Granata e non, verrà quando, finalmente, i bicchieri tintinnerano al Fila.
Ecco.
N.B. La parola 'ecco' non c’entra nulla, ma il mio Fratellone di cui sopra l’apprezzerà, ecco.

Oggi, 2 luglio 2013, posso finalmente scrivere:

Hey, Fratello...
Parte due di due

Il mio Fratellone di Fede, dopo mesi e mesi e mesi, può abbandonare la sua sedia a rotelle.
Me lo ha detto per telefono questa mattina quasi sospirando, quasi con voce tremula, quasi soffocato dalla gioia.
Qualunque cosa succeda da qui alla fine del calcio-mercato, questo è il migliore acquisto: la libertà di fare una passeggiata insieme, insieme anche alle nostre diversità di scelte politiche e quant’altro, e di stappare quella bottiglia che teniamo da parte da un po’ e che non vede l’ora di essere vuotata.
Ecco.

Voglia o non voglia, sempre nel Toro mi ritrovo: a far monologhi che, chissàforseboh, verranno ascoltati.




Questa settimana tocca a “Bron-Y-Aur Stomp” (Led Zeppelin III, 1970, quarta traccia della seconda facciata, nonché penultimo brano del disco).
L’ho scelta perché sto imparando a suonarla e, fondamentalmente, è colpa sua se non ho voglia di scrivere: sono troppo concentrata sui suoni orrendi che sto producendo e sulla fatica orba di renderli più o meno ascoltabili.





Dedico “Bron-Y-Aur Stomp” alla mia stanchezza, che - in questo momento - è tanta.




mercoledì 26 giugno 2013

Cuori

Non posso vedere morire la mia squadra



Duemilatredici.

“Non posso vedere morire la mia squadra”

“Se ognuno di noi farà la propria parte, non moriremo.”



Millenovecentonovantadue.

Sulla strada in salita che porta al castello di Edimburgo lo sguardo, ad un certo punto, cade su un cuore. È un cuore inserito nella pavimentazione stradale, un cuore fatto di sampietrini di diverse tonalità cromatiche. Mi fermo a guardarlo e mi emoziona un po’ anche se non ho la minima idea di che cosa si tratti. “Chissà che cos’è”, mi chiedo e poi riprendo ad avvicinarmi al castello.
Edimburgo è città viva e vivace, ad agosto lo è ancora di più: il Tattoo Festival richiama turisti, soprattutto raduna musicisti, teatranti, individui che s’aggirano per le strade indossando maschere che provengono da un passato così lontano da perdersi nel mito.
Ho tanto da vedere, ho tanto da fotografare, ho tanto da ricordare e poi... e poi ci aspettano le Highlands, abbiamo ancora tanta strada da fare.



Duemilasei.

Davide gioca con la Play Station: FIFA 2005.
“Mammaaaaaaaaaaaaaaaaa!”
“Ellallààààààààààà! Che cosa succede? Sta scoppiando la guerra degli universi?”
“No! Guarda! Ho deciso di giocare nel campionato scozzese ed ho scelto questa squadra: guarda che bella maglia!”
Mi avvicino allo schermo: ha scelto gli Hearts.
“Perché hai scelto proprio gli Hearts?” Gli chiedo, già pregustando la risposta.
“Perché hanno la maglia Granata, mamma!”

Sono totalmente digiuna di calcio scozzese, totalmente indifferente a tutto ciò che non sia Toro, totalmente assorbita dal recupero delle energie dopo che il Toro era stato ucciso (per l’ennesima volta, che palle) ed era risorto (per l’ennesima volta, evvai). Mi metto dunque al lavoro e studio, studio gli Hearts.
Sullo schermo del PC compare un cuore su campo Granata. Il Granata non mi stupisce, il cuore... il cuore mi ricorda qualcosa.
Aggrotto le sopracciglia, il mononeurone si agita disperato producendo scricchiolii inquietanti e poi la ghiandola pineale fa esplodere un’immagine sulle pareti del mio cranio e alzare la pelle d’oca sulle braccia e chiudere le palpebre per vedere meglio il mio ricordo.
Mi rivedo là, là sulla strada in salita che porta al castello di Edimburgo dove lo sguardo, ad un certo punto, cade su un cuore. È un cuore inserito nella pavimentazione stradale, un cuore fatto di sampietrini di diverse tonalità cromatiche. Mi fermo a guardarlo e mi emoziona un po’ anche se non ho la minima idea di che cosa si tratti. “Chissà che cos’è”, mi chiedo e poi riprendo ad avvicinarmi al castello.

Riapro gli occhi e sorrido.
“Davideeeeeeeeee! Sai che a Edimburgo c’è lo stemma degli Hearts sulla strada del castello? Io l’ho visto tanti anni fa!”
“Che cos’è Edimburgo, mamma?”
“È una città della Scozia, ciccio.”
“E tu ci sei stata?”
“Sì, ciccio, tanti tanti tanti anni fa.”
“Possiamo andarci tutti insieme?”
“Be’... credo proprio di sì... magari aspettiamo che Giulia sia un po’ più grande, dai: è un viaggio un po’ lungo.”
“Quanto lungo? Come da Torino alla Bretagna?”
“Quasi il doppio! Ti faccio vedere sull’atlante.”
Prendiamo il librone che mi sembrava magico quando avevo l’età che ha ora mio figlio e continua ad essere il libro delle magie.
Sfogliamo le pagine insieme finché troviamo la Gran Bretagna.
“Vedi? Qui sotto c’è la Bretagna e quest’isolona dalla forma strana è la Gran Bretagna. Prima c’è l’Inghilterra e poi, salendo salendo salendo, si arriva in Scozia. Che cosa c’è scritto qui?” Indico un punto preciso in alto a destra.
“Edimburgo. Edimburgo! E tu ci sei davvero stata?!?!?”
“Sì, ciccio, te l’ho già detto, no?” Gli accarezzo la testa, sorridendo con una lacrima appesa alle ciglia.
“E ci andrò anche io! Mi porterai a vedere lo stemma degli Hearts?”
“Certo, ciccio, e vedrai tante altre cose e ti rimarrà la voglia di tornarci, sai?”



Duemilaotto.

Partiamo nel tardo pomeriggio.
Prima di salire in auto, Davide mi chiede di mandare un SMS a Maria Grazie, la sua maestra preferita, per dirle che stiamo partendo per la Scozia.
La risposta non si fa aspettare: Maria Grazia lo invita a guardare tutto e a ricordare per il futuro. Gli scrive anche di non stupirsi se lungo la strada vedrà draghi, guerrieri, fate e folletti.
Sorrido, salgo in auto: direzione Nord.
L’alba ci accoglie a Calais, il sole continua ad essere basso quando - dopo la solita breve traversata della Manica - siamo sul suolo inglese e io sono felice.
“Siamo quasi arrivati?” Chiede Davide.
“Uhm... direi di no,” gli rispondo fra i sorrisi e le risate, “ma questa notte, ciccio, dormiremo a Edimburgo, te lo prometto.”
“Wow.” Esclama con lo stesso stupore di quando avevamo sfogliato insieme l’atlante.
Attraversiamo l’Inghilterra, fermandoci di quando in quando per sgranchirci le gambe, e quando siamo in Cumbria non riesco a trattenere un singhiozzo pieno di meraviglia.
“Guardate... guardate fuori!”
Quei rilievi che non sono né montagne né colline, quel verde che va oltre le retine, quel cielo, quel cielo grigio, quel cielo grande: non finiranno mai di stupirmi.
“Siamo in Scozia, mamma?”
“Non ancora, ciccio, ma quasi.”
Il sole scende, il cielo si colora di fuoco, entriamo in Scozia, ci fermiamo per cenare, passeggiamo nel parcheggio della stazione di servizio, ci godiamo quei colori, quel vento, quelle ovvie gocce di pioggia, quell’accento caldo: sì, in Scozia i suoni sono tanto diversi.
“Che cosa facciamo? Cerchiamo un posto in cui dormire già ora?”
“No, dai, arriviamo fino a Edimburgo: troveremo qualcosa anche in piena notte... spero...”
“OK, andiamo.”
Ci rimettiamo in auto, si fa notte, i bambini dormono sui sedili, guardo l’orologio: sono le ventidue passate, ma vediamo le luci di Edimburgo sempre più vicine.
Finalmente entriamo in città e, poco prima della mezzanotte, troviamo una sistemazione.
I bambini sono storditi dal sonno, li metto a letto vestiti, li bacio sulle guance.
Davide apre per un momento l’oceano azzurro dei suoi occhi e sottovoce dice: “Dove siamo, mamma?”
“A Edimburgo, amore. Adesso dormi.”
Chiude gli occhi e sorride.

La mattina dopo inizia una girandola di stupori: la colazione scozzese - grande entusiasmo - e poi andiamo alla conquista della città.
Piano piano ci avviciniamo al centro, passo dopo passo, sotto quel cielo, quel cielo familiare, quel cielo accogliente anche se non è azzurro, e meno male che non è azzurro altrimenti mi darebbe fastidio: se amo questi luoghi è anche perché il cielo è grigio, grigio come i miei occhi, questo cielo mi appartiene ed io appartengo a lui.
“Mamma, guarda! Il castello! Andiamo!”
Acceleriamo il passo, anche se la strada in salita è davvero in salita, e ad ogni passo si manifesta la stanchezza per il chilometri fatti in auto.
“Davide, ci siamo quasi... tra poco ti faccio vedere il cuore degli Hearts sulla strada, vedrai!”
Man mano che procediamo mi ricordo, mi ricordo tutto, mi ricordo di quando avevo percorso questa strada per la prima volte sedici anni prima: tra poco saremo lì a congiungere un mio pezzo di passato remoto con il presente.
E invece no.
Proprio sopra al cuore sul selciato c’è un gazebo per la raccolte di firme per non so che cosa.
“Ma cazzo!” Esclamo indispettita: tutti quei chilometri, tutta quell’aspettativa... e tutto quello che riesco a far vedere al gagno è un gazebo bianco. Mi guarda con l’aria un po’ delusa.
“Hey, ciccio... non rimanerci male, dai... tanto torneremo a Edimburgo prima o poi, no? Intanto sai che cosa facciamo? Andiamo fino su al castello e ci facciamo fotografare con la bandiera del Toro, che cosa ne dici?”
L’entusiasmo si riaffaccia prepotente su quel faccino lentigginoso e via che si va alla conquista del castello e dell’ennesimo luogo in cui far sventolare la nostra Bandiera.
Nei giorni a seguire l’avremmo poi fatta danzare insieme con i venti delle Highlands, fino ad arrivare alle Orcadi.

“Tanto torneremo a Edimburgo prima o poi, no?” L’abbiamo sfiorata in questi anni: è sempre lì. Ci torneremo e finalmente ti farò vedere il cuore degli Hearts, ciccio, anche se ormai hai capito che l’Idea è più grande e più forte di qualunque altra cosa.



Duemilatredici.

“Non posso vedere morire la mia squadra”

“Se ognuno di noi farà la propria parte, non moriremo.”

“Amo da morire la mia squadra ed è bellissimo che così tanti tifosi facciano tutto ciò che possono. Vorrei avere abbastanza soldi per farlo anche io! Abbiamo i migliori tifosi del mondo, nessuno può dire il contrario!”

“Ho appena preso l’abbonamento, ho venduto la mia Gibson SG per farlo, in più abito a Glasgow per cui ogni partita per me è una trasferta.”

“Be’, il club deve vendere 3000 abbonamenti il più presto possibile oppure sarà la fine... per cui voi testoni che non avete ancora comprato i vostri biglietti: uscite e comprateli ora.”

Gli Hearts rischiano di scomparire: ennesimo caso di gestione finanziaria scellerata. I tifosi si stanno mobilitando per fare cassa. I giocatori non ricevono lo stipendio da mesi. La squadra parteciperà al campionato che prenderà il via all’inizio di agosto. Inizierà con una penalizzazione di quindici punti e le casse vuote. Casse vuote che si stanno un po’ riempiendo grazie ai tifosi, i Jambos.

“Le squadre che sono un’Idea rimangono, le altre no,” mi ha detto un Amico, parlando degli Hearts. Il mio Amico ha ragione, anche se... anche se il pensiero che rimanga ‘solo’ l’Idea a volte mi fa paura e mi fa male.
È un pensiero che ho vissuto, è un pensiero che conosco, è un pensiero che non voglio mai più provare, è un pensiero che non voglio mai più vivere.

Gli Hearts hanno la maglia Granata.
Gli Hearts hanno il loro simbolo inciso sulla strada che porta al castello di Edimburgo.
Gli Hearts potrebbero morire.
Gli Hearts sono tenuti in vita dai Jambos, che in questo momento mettono da parte le differenze di pensiero in nome della Maglia.
Leggo le paure dei Jambos e non riesco a trattenere le lacrime per il loro forte senso di coesione.
Leggo le paure dei Jambos e mi sento a casa in quel dolore che si schianta percussivo in mezzo al petto.
Sentirsi a casa non è sempre gioia e felicità... una casa non è casa se non contiene anche il male che l’amore, di qualunque amore si tratti, porta con sé.

“Tutti noi possiamo contribuire in qualche modo... non lasciamo morire gli Hearts. Vi amo tutti, Fratelli e Sorelle.”

“Sono orgoglioso di tifare Hearts da quasi mezzo secolo e sono devastato per quello che sta succedendo... Farò tutto ciò che posso per aiutare la squadra e continuerò a tifare Hearts in qualsiasi serie giochi e imploro gli altri tifosi di fare altrettanto. Stiamo affrontando un momento orribile nella storia della squadra, ma dobbiamo unirci per superare questa sfida e dare forma a ciò che sarà. Ci rialzeremo, ci scuoteremo la polvere di dosso e faremo tornare la nostra squadra dove le compete.”

“Noi siamo più di una squadra, noi siamo una comunità, noi siamo una famiglia, noi combattiamo insieme.”

“Lo so, è una sciocchezza, ma pensate a come sarebbe bello arrivare secondi nel prossimo campionato... sarebbe come arrivare primi!”

Sarebbe come arrivare primi, sì.
Mai smettere di sognare, mai.
Lo faccio per il Toro da una vita e ora anche per gli Hearts.
E quando torneremo a Edimburgo, gazebo o meno, ti farò vedere quel cuore, Davide, anche se lo conosci già.




Questa settimana tocca a “Heartbreaker” (Led Zeppelin II, primo brano della seconda facciata, 1969).



Dedico “Heartbreaker” alle mie sorelle e ai miei fratelli scozzesi e al colore che abbiamo in comune.



Per chi conoscesse la lingua inglese ed avesse voglia di seguire le vicende dei Granata scozzesi:
Da questi due gruppi di Facebook ho preso i virgolettati riportati sopra.





mercoledì 19 giugno 2013

Incontri

Cent'anni di solitudine e altro


Un tempo mi era capitato di descrivermi così: “Io amo il Toro, ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’, la cioccolata, Daredevil, i Queen, tutto l’insieme delle isole più o meno verdi che stanno al di là della Manica, i Beatles, EL&P, i Led Zeppelin, ‘Cent’anni di Solitudine’, Chet Baker, la Luna, i megaliti, lo zenzero, la metropolitana e qualche undicina di altre cose. Uh, sì: amo anche gli incontri.”
Non è cambiato quasi nulla da allora: continuo ad amare gli stessi amori, ne ho recuperati alcuni momentaneamente messi in stasi (la guitarra!), ne ho conosciuti di nuovi.
Quanto agli incontri... oh be’, hanno seguito un percorso analogo a quello degli amori.

Incontro numero 1: Sara.
Era la sera del 17 ottobre dello scorso anno, una sera che aspettavo da settimane, era la sera del “Celebration Day” e non stavo più nella pelle. Avevo fatto il conto alla rovescia con fervore pressoché adolescenziale: andare incontro alla mia storia, vedere la storia ripiegarsi docile su stessa ed invitarmi ad abbandonarmi ad essa. Avevo fatto il conto alla rovescia, ma non avevo fatto i conti con il Cupo Mietitore che era venuto a rapire la mia Amica Lulù giusto tre giorni prima del “Celebration Day”. Avevo giusto fatto in tempo a farle vedere l’inizio del mio conto alla rovescia e poi... e poi.
E poi la mattina del 17 ottobre Lulù era stata chiusa in una scatola di legno e addio, addio mia Lulù, addio Amica adorata. Era stato un giorno di respiro difficile, decisamente. “Vado al ‘Celebration Day’ o non ci vado?” Ci ero andata.
La vedo, vedo Sara da lontano e le corro incontro. Ci abbracciamo, siamo felici, ma le chiedo scusa. “Scusami, Sara, ma oggi sono un po’ così...” Le racconto la storia di Lulù, le chiedo di portare pazienza, quasi le grido la mia gratitudine per essere lì ad accompagnarmi in una sera che avevo atteso tanto a lungo, le dico... le dico tante cose e mi sento strappare l’anima per il dolore e per la felicità. Sara mi prende a braccetto e insieme camminiamo verso la sala, si spengono le luci e poi è Musica. Ogni tanto guardo in su, illudendomi di poter vedere il cielo invece del soffitto del cinema. Ogni tanto guardo in su. E quando inizia “Stairway to Heaven” indico davvero verso il cielo e dico a Sara: “Questa è per Lulù.” Anche Sara indica verso il cielo e dice: “Sì, questa è per Lulù.”
Ci prendiamo anche per mano, forse... non ricordo bene... stavamo vicine, sì: stavamo vicine. Prima di quella sera ci eravamo viste di sfuggita per tre volte, dopo quella sera abbiamo cercato di vederci più a lungo: missione fallita fino al 19 maggio.
Durante la mattina ci sentiamo brevemente: “Veniamo anche noi alla marcia, forse...” “OK, sentiamoci quando siamo lì...” In piazza Solferino ci cerchiamo, ci troviamo e poi camminiamo insieme. Noi e i nostri figli. Raccontandoci qualcosa in più. Lanciando nel futuro storie che andremo a riprendere e diventeranno passato comune. Vestite di Granata, siamo lì per il Toro e siamo lì per noi. Ci siamo incontrate e ci siamo trovate. Tra l’altro, Sara, forse mentre camminavamo sotto il sole non te l’ho detto, ma... in quel giorno Lulù avrebbe compiuto quarant’anni: l’incontro con te ha reso più dolce un altro giorno duro e mi ha fatto mettere in saccoccia un altro giorno da ricordare nel nome del Toro.

Incontro numero 2: Gabriel García Márquez.
Ogni tanto lo incontro sugli scaffali delle mie librerie. “Cent’anni di Solitudine” è il libro più consumato che io possieda, talvolta ne rimando l’ennesima lettura per paura che si sfaldi definitivamente.
Ieri mi chiamava, era irresistibile. “Leggimi! Leggimi!” Mi diceva... e lo prendevo delicatamente, andavo all’ultima pagina e leggevo ad alta voce queste parole:

“Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra."

Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine.
Siamo noi! Le stirpi Granata! Condannate! Condannate alla solitudine! Per cent’anni!
Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
Ecco, lo sapevo: era già tutto scritto.
Come una furia sfogliavo il Libro... “Ecco! Ecco! Vedi?” Dicevo a me stessa. Nel mio delirio mistico ero pressoché convinta che quella fosse la storia di quelli del Toro e il nome Buendía non fosse altro che una copertura.
D’improvviso, però, comprendevo di voler semplicemente trovare un po’ di Toro perché guardandomi intorno ne vedevo ben poco.
Mi manca il Toro ed ho ancora voglia di cercarlo e di trovarlo.
Non venga mai il giorno in cui io smetta la mia Cerca. Grazie, Signor Márquez, per avermi chiesto di incontrare di nuovo il tuo Libro: mi hai fatto capire che, per ora, la fiamma arde.

Incontro numero 3: Sagliets.
Sto tanto bene nel mio antro, fra i miei libri di magia e i miei vinili... ogni tanto Sagliets porta scompiglio, ma è uno scompiglio benefico: non mi fa perdere del tutto il contatto con la realtà. Se solo la finisse di tormentarmi con ‘sta chat...

Sagliets scrive - Ehilà, befana!
LaSilvia scrive - Che cosa vuoi, ora?
Sagliets scrive - Vieni alla cena di Redazione?
LaSilvia scrive - Ufffffff.
Sagliets scrive - Che palle, Jimmyna... fai sempre delle storie poi ti diverti più di tutti gli altri messi insieme.
LaSilvia scrive - Jimmyna? Di nuovo? Uffffffffffff... OK, va bene: però mi dai un passaggio... ho i capelli stanchi...
Sagliets scrive - A che ora passo a prenderti?
LaSilvia scrive - Tre ore e mezza prima della Mezzanotte?
Sagliets scrive - Tre ore e mezza... prima della... aaaaaaaaaaaaah, le otto e mezza. Stordita.
LaSilvia scrive - Bifolco.
Sagliets scrive - Bitols.
LaSilvia scrive - Sparisci.
Sagliets scrive - Pufffffffffff! [chiude la chat]

Tre ore e mezza prima della mezzanotte arriva, salgo in auto (preferivo un cocchio, ma vabbe’...) e ci dirigiamo verso Nord.
Costeggiando il fiume non riesco a trattenere un sospiro di meraviglia: “Uh, Mauro, hai visto il castello? Grazie per avermi portata sulla Loira!”
“Deficiente.” Mi risponde.
Che maleducato.

La cena di Redazione è sempre un bel momento, soprattutto in estate.
Si sfoggiano bermuda e occhiali improbabili, ci si fa la solita domanda e ci si dà la solita risposta (domanda: “Ma... secondo te, da qualche parte nell’universo, in questo stesso momento... c’è una tavolata in cui si parla della giuve?”, risposta: “NO!”), si ruba la ciccia nel piatto del vicino, si prende in giro il caro Valentino, si passano le ore con il Direttore, si smette di parlare in rima per non perturbare la peristalsi, si arriva in ritardo perché sì, perché no, ma in fondo il tempo al tempo della cena di Redazione ha uno svolgimento tutto suo e finisce per cristallizzarsi come certe partite del Torino quando era il Toro.
Tanta è la voglia di stare insieme nello stesso luogo, invece di essere sparsi sul territorio, tanta è la voglia di essere - magari per un solo attimo - slegati dal Toro, che si finisce per parlare quasi solo... del Toro (sic) e lo si fa anche commentando il piacere, il semplice piacere, di trovarsi lì a guardarsi in faccia.
Ad un certo punto il caldo passa in secondo piano e si ritorna a casa con un pezzetto di conoscenza in più... già: un pezzetto di conoscenza in più. Se solo Sagliets evitasse di cantare a squarciagola...

Incontro numero 4: Voi.
Voglio mettervi tutti insieme: Lucia, Cristina, Roberta, Luca, Diego, William, Betta, Sabrina, Samuele, Giulia & Davide, Chris, Paolo, Pino, la Stefi, Nonna Olga, Lale, gli altri.
Siamo tutti smarriti dello stesso smarrimento, siamo tutti prigionieri della stessa prigione, siamo tutti innamorati dello stesso amore, ci incontriamo sempre là, anche quando il Toro non c’è.



Questa settimana tocca a “Love Will Tear Us Apart” (Joy Division, pubblicata nel 1980, anno della morte di Ian Curtis, cantante del gruppo).





Il Toro, signore e signori, mi fa venire spesso in mente questo piccolo gioiello di brano musicale.
Speriamo che l’amore non ci divida.
Dedico “Love Will Tear Us Apart” alla nostra stanchezza, al nostro smarrimento e ai prossimi incontri che ci verranno (sic) incontro.




mercoledì 12 giugno 2013

Cuore di pietra

L'ombra Granata


Disclaimer: Toro uguale IDEA. E basta. OK? Via con le danze.

In redazione: cerco di mettere in ordine i pensieri, in fondo alla ghiandola pineale si agitano cupi presagi.
Apro la chat: bene, Sagliets è on line.

La Silvia scrive - Sagliets?
Sagliets scrive - Che cosa vuoi?
La Silvia scrive - La tua testa su un vassoio d’argento.
Sagliets scrive - Sei peggio di Salomé...
La Silvia scrive - E tu sei un salame. Muoviti: vieni qui.
Sagliets scrive - Per favore...
La Silvia scrive - Grazie, prego, arrivederci.
Sagliets scrive - Non. Ti. Sopporto. Più.
La Silvia scrive - Allora ciao. [si mette off line]

Un sostenuto suono di giaculatorie s’innalza nei corridoi della maestosa redazione di [testata su cui scrivevo], accompagnato dall’usuale strusciare delle ciaspole che Sagliets non si ostina ad abbandonare neppure ora che fa un caldo boia. Il tomo, che mi pregio di annoverare fra i miei stimati colleghi, apre con cautela il pesante uscio che divide il mio sancta sanctorum dal resto del mondo, entra, non mi vede (per forza: mi sono nascosta dietro alle tende di velluto Granata), scuote la testa e poi si abbandona, un po’ rabbioso e un po’ sconfortato, sulla poltroncina di vimini: la roba più scomodo dell’universo.
“Esci fuori, strega...”
Silenzio.
“Ma perché proprio a me...” Mormora tra i denti.
Sempre nascosta, premo il tasto che fa calare la puntina sul vinile già pronto sul piatto: suoni inquietanti si spargono per l’antro. Sagliets raddrizza la schiena, si guarda intorno, favella: “Che cos’è ‘sta roba, piccolo terrore? Mi fa venire i brividi...”
“Taa-daa!” Urlo uscendo dal mio nascondiglio. “Ciao, Sagliets, è il mio nuovo impianto di condizionamento e mi compiaccio del suo perfetto funzionamento.”
“Ma cosa piffero vai dicendo, sciroccata?” Accidenti a me: lo sguardo interdetto di Sagliets sarebbe da fotografare, ma ho lasciato la mia fedele Nikon a casa.
“Ciccio, devo sempre spiegarti tutto, che fatica... non stai sfrantecando le gonadi a tutti quanti dicendo che hai caldo caldo caldo? Bene, non hai detto che ti sono venuti i brividi?”
“Sì ma... riccioluta testina d’incudine, mi riferivo semplicemente al fatto che questa musica è inquietante... che roba è?” Chiede smarrito.
“Oh, ciccio, una cosina che ha pubblicato Jimmy Page lo scorso anno... una robina per collezionisti... una briciolina di composizioni fichissime del 1972 rimasterizzate e pubblicate su vinile all’Equinozio di Primavera del 2012...”
Incuriosito chiede: “E come s’intitola?”
“Lucifer Rising. Carino, no?”
Mi guarda rassegnato e gli faccio un sorrisone: “Vuoi un po’ di tea, trappola?”
“Oh, grazie... ma intanto dimmi: perché mi hai chiamato?”
“‘Perché mi hai chiamato?’ è la frase che solitamente mi rivolgono i demoni che evoco! Bravo, Sagliets, stai imparando! Comunque devo parlarti: ho un problema...”

Mi è stato detto che non va bene.
Mi è stato detto che indossare le t-shirt Granata non va bene, non va bene in alcuni contesti.
Mi sono state dette cose comprensibili e condivisibili, altre meno, ma la vita è così: un continuo incontro-scontro fra pensieri e convenzioni.
Sono piuttosto brava ad osservare le regole, basta spiegarmele... me le hanno spiegate, ho iniziato a seguirle.
All’inizio il disagio è stato grande, poi si è trasformato in calma placida... mica avevo bisogno di vestirmi di Granata per essere tale, no? Eppure mi rimaneva sempre un po’ di fame insoddisfatta. Come quella volta in cui ero andata in Galles e c’era la siccità e tutto era brullo (la terribile estate del 1995): i colori erano sbagliati.
La mia calma placida... placida come un vulcano che sta per esplodere.
Non amo le coercizioni, non amo le convenzioni.
Amo il libero pensare, amo il rispetto.
Amo anche indossare le mie maglie del Toro (una per volta, eh?).
So quando è necessario scegliere altra tipologia d’abbigliamento.
So che nella mia vita mi è accaduto di vedermi vietare - per partito preso - di indossare una maglia del Toro e di averne sofferto grandemente.
Per giorni e giorni ho indossato altre cose, evitando accuratamente il Granata... mi sentivo a disagio. Mi sentivo a disagio nel non sentire il mio colore camminare, respirare, vivere con me.
E come tutte le altre volte in cui ho pensato di essere lontana dall’IDEA, l’IDEA mi è venuta incontro e lo ha fatto seguendo un sentiero tortuosamente semplice.

Ero nella scuola della figlia: “Mamma, dobbiamo andare a ritirare un libro che ho ordinato...” Mi dice. Ci avviamo verso la sala in cui ritirare il libro: regna il caos, le madri col portafogli in mano, i gagni che non vedono l’ora di stringere fra le mani il malloppo e il palloncino che ognuno di essi potrà prendere uscendo di lì.
L’impiegata mi guarda e sorride: “Buonasera! Lei è quella che scriveva su Torochips, vero? Come mai non scrive più?”
Le racconto che scrivo ancora, le racconto di [testata su cui scrivevo], le racconto... no, sto per raccontarle qualcos’altro, ma veniamo interrotte da Giulia: “Mamma! Hai visto? Il palloncino che ho scelto è Granata!”
La Dea benedica chi ha scelto di esporre anche palloncini Granata insieme con i soliti gialliverdiblurossibianchi.
La Dea benedica la felicità di mia figlia, la felicità di mia figlia che è la mia felicità, la mia felicità che è un palloncino Granata: pitost che niente a l’è mej pitost, no?
Bene... usciamo dalla scuola, prendiamo la metro, quattro fermate e siamo arrivate, scale mobili, usciamo a riveder le stelle.
Stiamo per attraversare la strada, fa molto caldo, Giulia si ferma.
“Dai, stellina, non fermarti in mezzo alla strada...”
“Ma mamma... guarda!”
Indica la propria ombra sull’asfalto e indica l’ombra del palloncino: è Granata, anche l’ombra è Granata.
Mi vengono i brividi.
Mi vengono i brividi perché tanta era la mia voglia di quel colore che il Caso ha fatto sì che lo ritrovassi grazie a due stelle: mia figlia e il Sole.
Mi vengono i brividi perché quell’ombra colorata mi dice di prendermi sempre cura dell’IDEA del Toro.
Mi vengono i brividi perché queste inutili - per alcuni - romanticherie curano le ferite del Toro che - come sempre - non sarà.
Mi vengono i brividi perché ho un po’ di febbre e ho tanta voglia di occuparmi di me e dell’IDEA del Toro, quell’IDEA che mi è venuta incontro fra le mani di mia figlia... ho anche voglia di ridere e di fregarmene e allora rido, rido per strada, rido chiedendo a Giulia: “Posso tenere un po’ io il palloncino Granata?” Lei mi risponde di sì e il mondo diventa facile.

“Wow. Solo tu riesci a vedere il Toro dappertutto...”
“Mica vero, Mauretti... è il Toro che si manifesta all’improvviso, un po’ come fanno certi demoni... sai, son convinta che ci sia del buono anche in quelle piccole creature malvagie... forse fanno i loro dispetti solo per attirare l’attenzione, solo per essere pensati, perché la Morte, quella vera, giunge quando anche il pensare a qualcuno va nel Regno del Nulla...”
“Però non mi hai detto del tuo problema, Silviaccia...”
“Oh, quello... non ci pensavo più e quindi...”
“E quindi l’hai fatto morire...”
“Sì, come sta facendo qualcun altro con il Toro...”
“Che cosa dobbiamo fare, Silvietta?”
“Iniziamo a domandarci che cosa POSSIAMO fare, mettendo da parte tutto, compreso lo schifo e la stanchezza...”
“Siamo ancora in tempo per farlo?”
“Non lo so, ma... Sagliets, vedi anche tu l’ombra Granata nella foto?”
“Sì.”
“Bene, che non perda di significato. Per oggi non aggiungerò altro in merito alla questione.”
“Il Toro ti trova quando meno te l’aspetti, vero?”
“Proprio così.”



Questa settimana tocca a “Trampled Under Foot” (Led Zeppelin, “Physical Graffiti”, 1975, secondo brano della seconda facciata del primo disco, puff puff pant pant).
Poco fa [ieri sera per chi legge] ho chiesto al Diretùr di dirmi il titolo del primo brano di “Physical Graffiti” che gli veniva in mente e lui mi ha detto “Trampled Under Foot”: che buongustaio.
Faccio finta che sia una canzone che parla d'amore, anche se di 'carnazza' essa tratta.



Dedico “Trampled Under Foot” ad una persona in particolare, una persona che non nominerò perché saprà riconoscersi, una persona che voglio ringraziare con tutto il cuore per il senso di protezione che esercita, con discrezione e fermezza, nei miei confronti.
Alcuni dicono che io abbia un cuore di pietra... in alcuni momenti sì, decisamente sì. In altri momenti ho il cuore fragile come quello di chiunque – perché io sono una persona qualunque – e allora sapere di poter contare su qualcuno diventa importante.
Grazie, Amico mio: ci siamo conosciuti nel nome del Toro e ciò basta e avanza. Il resto lo costruiamo di giorno in giorno. E tante belle cose a chi del mio cuore vede solo la pietra.




mercoledì 5 giugno 2013

Che cosa ho imparato

Sempre e per sempre


Ho imparato che ci sono momenti bui nella vita, così bui che rimanere immobili è l’unica cosa giusta da fare o meglio: quella meno sbagliata, poiché qualsiasi direzione porterebbe a farsi male.

Ho imparato che ci sono momenti dionisiaci nella vita, così dionisiaci che lasciarsi pervadere dall’ebbrezza è l’unico modo per non perdere neppure una goccia della bevanda dell’esistenza.

Ho imparato che ci sono momenti rabbiosi nella vita, così rabbiosi che contenere la propria collera in un barile di ghiaccio emotivo sembra essere l’unico modo per non trasformarsi in un serial killer.

Ho imparato che ci sono momenti felici nella vita, così felici che si corre il rischio di non goderseli per troppa fame, sete, rabbia, ebbrezza.

Mi ricordo che una volta ero un po’ giù di morale per questioni extra Toro... un po’ giù di morale... oh be’, in realtà ero proprio disperata. Guardandomi intorno non scorgevo altro che rovine, fallimenti, disastri. Eppure mi era sembrato, fino a quel momento, di aver costruito qualcosa... povera illusa. Senza dubbio avevano ragione loro, senza dubbio non avevano torto nel dire che ero una rovina, un fallimento, un disastro.
Mi aggiravo smarrita per i percorsi abituali della mia vita, confusa, incerta. E intanto ragionavo sui motivi della mia rovina, del mio fallimento, del mio disastro. Più ragionavo, più sprofondavo nei punti interrogativi. Come potevo essere stata tanto cieca? Come potevo aver creduto di essere così mentre, invece, ero cosà?
Mentre ero persa nel più basso livello di autostima che avessi mai raggiunto, mi capitava di incontrare casualmente un amico.
“Ciao, tata, come stai?” Mi diceva sorridendo e abbracciandomi, poi mi guardava in faccia e mi chiedeva: “Che cosa c’è che non va? Hai gli occhi di chi ha incontrato un fantasma...”
Mannaggia a me e alla leggibilità delle mie espressioni.
“No, niente, tato, davvero... cioè: le belle balle. Diciamo che ho appena scoperto di non essere quella che sono... non secondo l’opinione di alcune persone che, ahimè, hanno una rilevanza fondamentale per la mia esistenza e per la mia sussistenza...”
“Urca. Posso fare qualcosa per te?”
“No. Cioè sì: devi essere la mia Maratona. Devi guidarmi. Fammi capire in quale direzione devo andare per segnare.”
L’amico rimaneva un po’ pensieroso e poi sorrideva. “Posso dirti una cosa?”
“Certo, come sempre.”
“Se hai bisogno della Maratona, vuol dire che puoi fottertene di quello che gli altri pensano di te. Se hai bisogno della Maratona, vuol dire che conosci bene il tuo valore anche se, in questo momento, ti sembra nullo. Se hai bisogno della Maratona...” Mi abbracciava e mi salutava.
Rimanevo a guardargli la schiena con un ulteriore punto interrogativo appeso al miocardio.
Poi si voltava, tornava verso di me, avvicinava la bocca al mio orecchio e produceva quel suono che facciamo TUTTI, fin da bambini, quando vogliamo imitare il pubblico festoso di un evento sportivo. Quella specie di vento rauco, quel suono fisicamente palpabile. “Ecco la Maratona, tata... vai e segna.” E se ne andava.
Mi ricordo che quella volta in cui ero giù di morale per questioni extra Toro, la soluzione per raccogliere le forze necessarie mi era arrivata da qualcosa che il Toro mi aveva insegnato... e non lo aveva insegnato solo a me, dal momento che quando dicevo “Ho bisogno della mia Maratona, della mia Maratona personale” non avevo bisogno di aggiungere niente altro.

Ciò detto... visto che il Toro (in quanto squadra/società) pare non essere più su questo piano esistenziale, mi dedico ad altro.
Mi dedico ad esporre ciò che ho imparato.
Ho imparato parole nuove.
Ho imparato sentimenti nuovi.
Ho imparato l’educazione sentimentale che sottende a quelle parole.
Una volta la parola Maratona stava ad indicare una corsa.
Poi la parola Maratona ha iniziato ad indicare un cuore, un cervello, uno stomaco.
Se anche la Maratona, in termini di curva, non è più quella in cui sono cresciuta e da cui sono, successivamente, stata lontana per anni... be’, il suo nome ha assunto un significato ben preciso.
“Ho bisogno della mia Maratona, della mia Maratona personale”.
E non ho dovuto aggiungere niente altro.

L’ho imparato dal Toro.
L’abbiamo imparato dal Toro.

Ho imparato che ci sono momenti bui nella vita, così bui che rimanere immobili è l’unica cosa giusta da fare o meglio: quella meno sbagliata, poiché qualsiasi direzione porterebbe a farsi male. Tipo quella volta in cui era estate e il Toro non c’era più.

Ho imparato che ci sono momenti dionisiaci nella vita, così dionisiaci che lasciarsi pervadere dall’ebbrezza è l’unico modo per non perdere neppure una goccia della bevanda dell’esistenza. Tipo quella volta in cui era il 20 maggio e tornavamo in serie A e piangevo abbracciata a mia figlia.

Ho imparato che ci sono momenti rabbiosi nella vita, così rabbiosi che contenere la propria collera in un barile di ghiaccio emotivo sembra essere l’unico modo per non trasformarsi in un serial killer. Tipo quella volta n cui un gobbetto ignobile è venuto a festeggiare un goal sotto la curva sbagliata e si è sentito tanto figo. Brau piciu: essere fighi è ben altro, ciccio.

Ho imparato che ci sono momenti felici nella vita, così felici che si corre il rischio di non goderseli per troppa fame, sete, rabbia, ebbrezza. Tipo quella volta in cui potremo essere sereni e andremo a vedere giocare il Toro essendoci lasciati alle spalle decenni di amarezze.

In definitiva ho imparato.
Bene: credo ciò voglia dire che c’è ancora spazio dentro di me.
Anche per credere in un futuro che, al momento, è una possibilità impossibile, ma sempre possibilità è e dunque... forza Toro. Devo aggiungere altro?




Questa settimana tocca a “Whole Lotta Love” (Led Zeppelin II, 1969, prima traccia del disco): un brano al calore bianco, un insieme di significati assoluti che, come la parola Maratona, non vanno spiegati, solo sentiti e con tutti i sensi.





Dedico “Whole Lotta Love” alla mia Maratona personale: posso sempre contare su di lei, SEMPRE.